CAST & CREDITS

cast:
Morgan Freeman, Clint Eastwood, Richard Harris, Gene Hackman

regia:
Clint Eastwood

distribuzione:
Warner Bros

durata:
130'

produzione:
Malpaso, Warner Bros

sceneggiatura:
David Webb Peoples

fotografia:
Jack N. Green

scenografie:
Henry Bumstead

montaggio:
Joel Cox

musiche:
Lennie Niehaus ("Claudia's Theme" di Clint Eastwood)

pietra miliare

Gli spietati | Recensione | Ondacinema

Gli spietati

di Clint Eastwood

western, Usa (1992)

di Alessandro Corda

Gli anni novanta negli Stati Uniti, così ricchi di nuovi talenti e di sperimentazioni, vengono ricordati anche per aver recuperato il western, che veniva ormai dato per defunto e relegato all'archeologia cinematografica. All'inizio di quel decennio il grande successo di "Balla coi lupi" (1990), diretto e interpretato da Kevin Costner, contribuisce in maniera decisiva alla riaffermazione di questo genere. Per tutta la prima metà del decennio saranno in molti a dar credito al western (Michael Mann, Mario Van Peebles, Richard Donner, Jim Jarmusch, Sam Raimi), poi il mancato successo di "Wyatt Earp" (di Lawrence Kasdan, 1994) provocherà una nuova battuta d'arresto.

Nel 1983 Clint Eastwood aveva acquistato i diritti di una sceneggiatura di David Webb Peoples quando era ormai scaduta l'opzione detenuta in precedenza da Francis Ford Coppola, e nel 1992 decise che era arrivato il momento di dirigere un film proprio da quel soggetto. Il momento era propizio non solo per il ritorno di interesse verso i cowboy e le praterie, ma perchè Eastwood aveva l'età adatta per interpretare il protagonista, William Munny.

In principio il titolo di questa sceneggiatura subisce diversi cambiamenti, da "The Cut Whore Killings" al quasi definitivo "The William Munny Killings". Poco prima dell'uscita nelle sale è lo stesso Eastwood a decidere per "Unforgiven", "colui (o coloro) che non è perdonato" e tradotto in "Gli spietati", titolo preso in prestito, senza l'articolo, da un western di John Huston ("The Unforgiven", in italiano "Gli inesorabili", 1960).

Clint Eastwood è stato definito da una critica, ansiosa e frettolosa nel voler dare delle etichette, come l'ultimo classico del cinema americano. A ben guardare si può considerare classica la forma, ma non certo le tematiche che stanno dietro. Molto spesso, il suo è il cinema delle scelte ardite e spiazzanti (si pensi al minimalismo di "Breezy" o al puzzle biografico di "Bird", fino ad arrivare al dittico di "Flags of Our Fathers" e "Lettere da Iwo Jima", in cui obbliga lo spettatore a identificarsi con il nemico), il cinema delle ellissi, dell'ambiguità, della perdita dei valori e connotati americani (si pensi soltanto alla beffarda parata nel finale di "Mystic River"): sono alcuni aspetti che allontanano il regista dal perimetro della classicità e lo rendono ben più complesso.
"Gli spietati" è il giro di boa di una carriera ed è uno dei massimi esempi di questa complessità.


Il crepuscolo dell'eroe

Big Whiskey, Montana, 1880. Dopo la morte della moglie, William Munny continua a vivere nella prateria più profonda con i figli, deciso a dedicarsi alla famiglia e dimenticare il terribile passato di "noto ladro ed assassino, dal carattere crudele ed irascibile", come recita l'iniziale didascalia. Per vendicare lo sfregio di una compagna, un gruppo di prostitute mette una taglia sui responsabili: si faranno avanti in molti e qualcuno chiamerà il vecchio Munny, che accetta perché ha bisogno di soldi. Insieme al ragazzo che è venuto a stanarlo e ad un vecchio amico (Morgan Freeman) parte per uccidere lo sfregiatore e il suo compare. Questa azione di vendetta provocherà lo scontro con lo sceriffo (Gene Hackman) e sfocerà in una carneficina.

Fin dal breve riassunto, il film può essere incasellato più in una tragedia che in un vero e proprio western. È una storia che demistifica il mondo e l'intera ideologia della frontiera, mettendo in discussione tutti i topoi del genere. Qui non esiste il bianco e il nero ma esistono le tonalità grigie e non ci sono eroi come non ci sono killer spietati. Munny ha avuto un passato di assassino e ora si è pentito, ma per salvare la sua famiglia dovrà indossare ancora i panni del cattivo. Così come lo sceriffo non incarna più l'ideale della legge, ma è violento e rozzo, pur non risultando totalmente negativo viste le sue comprensibili ambizioni borghesi (si vuole costruire una casa più grande) e un forte senso dell'umorismo.
Il profondo revisionismo del film fu espresso dallo stesso regista: ciò che rende questo western diverso dagli altri che ho girato in passato, mi sembra, è il fatto che tratta della violenza e delle sue conseguenze.

Con "Lo straniero senza nome" Eastwood cercò di superare alcuni stilemi del western all'italiana, con "Il texano dagli occhi di ghiaccio" abbracciò invece l'epica e con la mitologia autunnale de "Il cavaliere pallido" segnò il definitivo superamento del cinema di Leone. Il protagonista ne "Gli spietati" è pentito, ma non redento e si è lasciato alle spalle tutte le terribili esperienze dei precedenti film: è come se lo vedessimo rendere conto delle nefandezze compiute. È divorato dai sensi di colpa e la scena del delirio febbrile è esemplare a tal proposito. E, ancora più stupefacente, è il risveglio, il mattino dopo, ormai guarito (o perdonato) quando si rende conto della bellezza delle montagne innevate. Adesso il feroce cowboy prova emozioni più profonde, superando la bidimensionalità che caratterizzava prima il personaggio.

Nonostante questa apparente apertura ad una speranza futura, Eastwood cala tutta la storia con i suoi personaggi in un nichilismo senza via d'uscita, con una radicalità mai espressa prima. I peccati commessi in passato andranno scontati e non ci sarà un vero perdono. Sintesi perfetta è il duello finale con lo sceriffo, che è la resa dei conti per Munny, che sarà costretto a scegliere la dannazione. Qui Eastwood rinnova magistralmente la classica coreografia del duello: non più uno davanti all'altro in un assolato mezzogiorno di fuoco, i due restano invece immobili legati da una canna di fucile, ripresi rispettivamente dal basso verso l'alto (Munny) e dall'alto verso il basso (Daggett), quasi in una reciproca soggettiva che chiama in causa anche lo spettatore, costretto a guardare da vicino la disperazione dei volti. La visione della morte, che rimane comunque fuori campo, raggiunge un livello difficilmente espresso nel cinema.

La conclusione è la più eastwoodiana possibile: dopo essere stato costretto a sacrificarsi, il protagonista esce di scena inghiottito dalla notte buia e urlante di tempesta e non sapremo più niente di lui. Le didascalie finali azzarderanno alcune ipotesi sul suo destino. È lo stesso destino di tanti altri eroi nel cinema di Eastwood: si pensi al Frankie Dunn di "Million Dollar Baby", che fuggirà via in un posto incerto "tra il nulla e l'odio", come la notte che inghiotte Munny.

Questa demistificazione dell'epopea western trova il momento più evidente nella figura del biografo W. W. Beauchamp che, insieme ad English Bob (Richard Harris), occupa una storia a sé, apparentemente slegata, ma perfettamente coerente con tutto l'impianto. Attraverso gli occhi di questo personaggio, Eastwood procede a smontare la, presunta, verità della mitologia del West. I pistoleri, sempre ubriachi, non duellano per nobili principi, ma per gli istinti più bassi e la fandonia, che serviva un tempo ad alimentare la leggenda ("L'uomo che uccise Liberty Valance" di John Ford, 1962), viene svelata, facendo così cadere il Mito. E, in questo specchio deformato dal revisionismo e dalla contraddizione, Munny, tornando ad uccidere, non farà altro che accrescere la leggenda.

Se da una parte Eastwood scardina molti aspetti del western classico, dall'altra parte vi rimane fedele. Il senso del paesaggio, per esempio, è decisamente marcato da una quantità di tramonti, campi di grano dorati e montagne innevate, tipici del genere. Man mano però che la storia prosegue sono la pioggia e il buio ad avviluppare tutte le scene e ciò spinge lo spettatore a riflettere sulla distanza dei bei panorami della prima parte e sull'indifferenza della natura di fronte alle vicende umane.


La consacrazione

"Gli spietati" è il punto di svolta di una intera carriera che vedrà, da questo momento, allontanarsi l'eroe in quanto tale ed entrare in scena l'uomo qualunque, l'americano medio. L'ambiguità eastwoodiana diventerà sempre più matrice comune dei film successivi: Jimmy Markum ("Mystic River"), Walt Kowalski ("Gran Torino"), J. Edgar dovranno confrontarsi sempre con le conseguenze delle loro molto spesso discutibili azioni. È la sottile linea di confine tra lecito e illecito che i personaggi di Eastwood percorrono spesso.

Il punto di passaggio più importante, per la sua carriera, fu il riconoscimento arrivato la notte degli Oscar del 1993 con quattro premi (miglior film, miglior regista, miglio attore non protagonista a Gene Hackman e miglior montaggio) che fu l'ufficializzazione ad autore completo. E il premio al montaggio di Joel Cox è tra quelli più meritati perché è caratterizzato dall'alternarsi, spesso frenetico, dei punti di vista e ciò non fa altro che amplificare l'incertezza morale della storia. La complessità infatti del film non è solo a livello tematico o autoriale, ma anche di forma.

Basti pensare alla composizione delle inquadrature: molte volte i personaggi appaiono, nella stessa, su piani diversi o sovrapposti così da conferire un senso di profondità all'immagine. La preferenza è per la sequenza dei volti, di profilo o frontali, che declinano da primissimo a primo piano. Un'attenzione ai particolari, nascosta da un'apparente minimalismo, che rende il cinema del regista di San Francisco sempre più complesso e lontano da ogni classicità.