CAST & CREDITS

cast:
Nicole Kidman, Tim Roth, Frank Langella, Parker Posey, Milo Ventimiglia, Derek Jacobi, Paz Vega, Geraldine Somerville, Robert Lindsay, Jeanne Balibar, Nicholas Farrell, Flora Nicholson, Roger Ashton-Griffiths

regia:
Olivier Dahan

distribuzione:
Lucky Red

durata:
103'

produzione:
YRF Entertainment

sceneggiatura:
Arash Amel

fotografia:
Eric Gautier

scenografie:
Dan Weil

montaggio:
Olivier Gajan

costumi:
Gigi Lepage

musiche:
Christopher Gunning

Grace di Monaco | Recensione | Ondacinema

Grace di Monaco

di Olivier Dahan

drammatico, biografico, Belgio/Italia/Francia/Usa/Monaco (2014)

di Mirko Salvini

Voto: 5.0

Come ricorda anche François Truffaut nel fondamentale "Il cinema secondo Hitchcock", nel 1962 Alfred Hitchcock durante la preparazione di "Marnie", prima di assegnare il ruolo principale a Tippi Hedren, attrice che lancerà con "Gli Uccelli", aveva pensato di offrire il ruolo della ladra creata dalla fantasia di Winstom Graham, nientemeno che a Grace Kelly, sua rimpianta attrice feticcio che da qualche anno aveva abbandonato i fasti di Hollywood per vivere quello che i rotocalchi definirono un matrimonio da favola nel principato di Monaco a fianco di Ranieri II. Grace era molto tentata, il principe favorevole (in fondo doveva proprio alla lavorazione in Costa Azzurra di un film del maestro inglese l'incontro con la sua principessa) e la cosa sembrava (sembrò) quasi fatta (c'era giusto il problema che il film sarebbe stato una produzione Universal e non MGM, casa che aveva sotto contratto l'attrice al momento del suo addio alle scene). Il presidente De Gaulle però cominciò a tuonare contro il paradiso fiscale monegasco e il principe Ranieri per non fare precipitare la situazione dovette optare per una certa austerity, ragione per cui Grace fu costretta ad abbandonare l'idea di tornare alla sua professione d'attrice. Hollywood perse definitivamente una stella ma i sudditi apprezzarono molto la scelta della principessa. Olivier Dahan, regista de "La Vie en Rose", per cui Marion Cotillard venne oscarizzata, e altri film di cui si sono perse le tracce, torna a raccontare di personaggi celebri ma stavolta piuttosto che fare su e giù nel tempo si concentra su un singolo episodio; il risultato è un film più semplice da seguire ma non necessariamente migliore.

Bellezza altera, recitazione nervosa e charme a più non posso, Nicole Kidman non si piazzerebbe bene in un ideale concorso "sosia di Grace Kelly" ma incarna sapientemente le angosce e le difficoltà di una donna la cui vita è fiabesca solo in apparenza; ed essendo lei stessa una star, è molto credibile a livello iconico. C'è da scommettere che Hitch avrebbe saputo utilizzare l'ex signora Cruise, meglio di Dahan che la cala in una sorta di congiura di corte/intrigo internazionale, dove la nostra deve in pochissimo tempo far fronte a minacce francesi, svelare un tentato golpe, organizzare un evento mondano che rilanci l'immagine del principato, ricucire i rapporti un po' tesi col marito (Tim Roth, anche lui poco somigliante al vero Ranieri, nonostante qualche chilo preso per meglio ricordare il sovrano) e prepararsi al suo ruolo definitivo, quello di sovrana filantropa. Dahan si è servito di una sceneggiatura di Arash Amel che figurava nell'annuale Blacklist hollywoodiana degli script in attesa di produzione, ma che è francamente il punto debole del film. A parte le inesattezze storiche (Hitchcock non si recò a Monaco per discutere con Grace della parte, la rottura di Ranieri con la sorella Antoinette fu antecedente al fidanzamento con la star di Philadelphia), che sono tutto sommato abbastanza frequenti nei film biografici, i dialoghi e il disegno dei personaggi sono più adatti ad una fiction da prima serata che non al film d'apertura di Cannes. Pur avendo dato origine in Francia ad un vivace dibattito, a seguito di un'intervista a "Liberation", in cui denunciava come il noto Harvey Weinstein, distributore in America del film, stesse cercando di usare la sua influenza per cambiare il film in postproduzione, Dahan si conferma un gran furbacchione. E' chiaro che lui abbia il diritto di girare e montare i propri film come più gli aggrada (comunque persistono dubbi sul fatto che il prodotto uscito in sala possa essere il risultato di un compromesso) ma non basta ogni tanto una soluzione fantasiosa a salvare il risultato.

Un padre assente, una zia cospiratrice e le varie imprecisioni di cui si diceva devono essere state ragioni sufficienti per convincere la famiglia Grimaldi a dissociarsi dal film, anche se in effetti questa eurocoproduzione (ma i finanziamenti arrivano anche dagli States e persino dall'India visto che tra i produttori c'è Uday Chopra, attore insopportabile e rampollo di una delle più potenti dinastie cinematografiche bollywoodiane) non dovrebbe faticare a trovare un suo pubblico. Eric Gautier illumina il tutto con colori caldi, restituendo un'immagine che potrebbe ricordare più che la Hollywood classica un certo cinema cartolinesco non proprio da grandi occasioni, mentre i bellissimi costumi di Gigi Lepage valorizzano al meglio la radiosa protagonista.

Tra le corse di Grace in macchina che ricordano "Caccia al ladro" (nefasto presagio della morte dell'attrice, causata proprio da un incidente) e una governante che sembra la Mrs Danvers di "Rebecca" (interpretata dalla commediante indie Parker Posey) la citazione forse più bella si ha verso la fine, durante la sequenza del gran ballo della croce rossa ma più che al Mito Grace è dedicata al Mito Nicole, con la macchina da presa che scruta il viso dell'attrice intenta ad osservare Paz Vega/Maria Callas cantare e il pensiero va subito a "Birth" di Jonathan Glazer, una delle più spettacolari performance della diva australiana.