Recensioni

Grandi speranze

di Mike Newell

drammatico, Gran Bretagna (2012)

CAST & CREDITS

cast:
Jeremy Irvine, Ralph Ineson, Jessie Cave, Sophie Rundle, David Walliams, Ewen Bremner, Jason Flemyng, Sally Hawkins, Holly Grainger, Robbie Coltrane, Helena Bonham Carter, Ralph Fiennes, Tamzin Outhwaite

regia:
Mike Newell

distribuzione:
CDE Videa

durata:
128'

produzione:
BBC Films, Unison Films, Number 9 Films, Lipsync Productions, iDeal Partners Film Fund

sceneggiatura:
David Nicholls

fotografia:
John Mathieson

scenografie:
Jim Clay

montaggio:
Tariq Anwar

costumi:
Beatrix Aruna Pasztor

musiche:
Richard Hartley

Grandi speranze | Recensione | Ondacinema

Grandi speranze

di Mike Newell

drammatico, Gran Bretagna (2012)

di Matteo Pernini

Voto: 5.0

L'amai semplicemente perché non potevo resisterle. Una volta per tutte: spesso, anche se non sempre, mi resi conto, patendone, che l'amavo contro ogni possibile ragione, promessa, pace, speranza, felicità, contro ogni possibile scoraggiamento.
(Charles Dickens, Grandi speranze)

Nell'anno del bicentenario dalla nascita di Charles Dickens non poteva mancare un sentito omaggio cinematografico che desse ragione di un secolo in cui la letteratura dello scrittore inglese è stata ripetutamente saccheggiata, riveduta, approfondita, tradita, trasposta dalla settima arte. Un secolo che ha visto rinsaldarsi l'epica (un po' appannata dalla rigida reazione antivittoriana al sentimentalismo borghese) di un romanziere capace, con opere spesso intrise di esuberanti afflati melodrammatici, di restituire indelebile l'immagine di una società ipocrita e malsana, che covava in seno i segni di un prossimo disfacimento, e dei suoi grotteschi protagonisti.

Incaricato dalla BBC di portare sullo schermo le "Grandi speranze" di Dickens, dopo l'indimenticabile versione di David Lean (e la recente, incerta rilettura di Alfonso Cuaròn con "Paradiso perduto"), il versatile Mike Newell pone nuovamente - dopo la parentesi  márqueziana ai tempi del colera - l'amore al centro della propria riflessione, imbastendo una sontuosa partitura di manierati cromatismi, in cui prendono corpo i simboli e le ossessioni di quelle esuberanti pagine vittoriane: l'innocenza limpida e genuina dei fanciulli, traviata dallo sfruttamento, lo spietato arrivismo di una borghesia marcescente, che vomita opulenza ed arrivismo, la povertà dilagante nei quartieri malfamati di Londra, il pregiudizio classista, le ambiguità virulente di una società artificiosa e votata al raggiro, l'educazione come strumento di ritualità pubbliche, il matrimonio come emblema puritano di civiltà.

Tutto è estremo in "Grandi speranze", a partire dalla mole del romanzo, somma dei molteplici fascicoli pubblicati a puntate sulla rivista All the Year Round. Più corretto sarebbe stato proporre una sequela di cortometraggi (cosa che una BBC filologicamente efficiente si è già occupata di fare, distribuendo un'omonima serie televisiva), così da conservare il respiro della narrazione, che oggi, anche sulla pagina scritta, appare artificioso, costretto nella finta omogeneità di un'opera fluviale, ma le regole del cinema sono altre. Senza sfrondare la copiosa narrazione dickensiana, Newell e il suo sceneggiatore Nicholls hanno optato per una riduzione episodica che fosse il più fedele possibile al testo originale, con l'effetto che il ritmo patisce una deriva schizofrenica, soffocato, nella seconda parte, dall'ansia di spiegazioni e dal contemporaneo bisogno di contrarre i tempi. E mentre i chiarimenti si susseguono a rotta di collo, vediamo quei personaggi così torbidi, poco sfaccettati, quasi delle macchiette rivelarsi latori di un'emotività esondante: la passione è inesauribile, l'odio inestinguibile e la gratitudine può coprire distanze oceaniche.

Imbevuta di correlativi oggettivi, la letteratura di Dickens è già cinema ancor prima di essere tradotta in immagini; lo è nel vorticoso rincorrersi di parole che frenano l'azione e dilatano tempi e spazi, isolando gli oggetti, sino a sfruttare l'eloquenza delle cose. E se Polanski (regalandoci con "Oliver Twist" una delle più sincere e commoventi trasposizioni dickensiane della storia) bene aveva compreso  l'essenza corposa di una scrittura che si arrotola attorno alla materia sino a possederla, che indugia ossessiva nel proliferare di dettagli e allegorie visuali, Newell lavora sui personaggi, più che sui corpi, col risultato involontario di amplificare la natura pittoresca di un coro inconsistente di caratteri. Le figure di Polanski sono esseri proverbiali, sbalzati da una telecamera posta all'altezza dei volti, maschere di un'insolita commedia dell'arte, archetipi di shakespeariana cesellatura; le marionette del regista inglese, per quanto sostenute da ottime interpretazioni (splendidi Finnes e la Bonham Carter), incespicano nei meandri di una sceneggiatura ampollosa e faticano ad imporre il proprio status di caratteri proverbiali.
Pur corretto nella trasposizione del racconto ed elegante nell'esibire uno sguardo sinuoso e avvolgente, che sembra danzare attorno ai protagonisti, Newell non riesce né - come nel succitato "Oliver Twist" - a tradurre sullo schermo le ragioni di una narrazione ingombrante, eppure invisibile (se è vero che la scrittura giornalistica ed enfatica di Dickens rimane sempre avvertibile, è altrettanto vero che l'intensità emotiva del racconto finisce spesso col surclassare qualsiasi impressione di straniamento), né a far sentire davvero necessario lo stile veemente e manierista, di cui si correda la messa in scena (con gli sfumati a staccare la fabula dal ricordo e fugare qualsiasi ipotesi di intreccio).

Nonostante ciò alcuni autori hanno la ventura di sopravvivere indenni alle infelici interpretazioni delle loro opere (così come Dante può essere recitato con l'enfasi di un telefonista senza perdere la propria bellezza); in ragione di questo potrebbe capitarvi di uscire dal cinema quasi soddisfatti, appagati, ma, se accadrà, è bene dire che il merito sarà soprattutto di Dickens e delle sue indimenticabili storie.