CAST & CREDITS

cast:
Ami Ayalon, Avi Dichter, Carmi Gillon

regia:
Dror Moreh

distribuzione:
I Wonder Pictures

durata:
95'

produzione:
Estelle Fialon, Philippa Kowarsky, Dror Moreh

fotografia:
Avner Shahaf

montaggio:
Oron Adar

musiche:
Ab Ovo, Jérôme Chassagnard, Régis Baillet

I guardiani di Israele | Recensione | Ondacinema

I guardiani di Israele

di Dror Moreh

documentario, Israele (2012)

di Carlo Cerofolini

Voto: 7.5
La concomitanza tra la visione de "I guardiani di Israele", documentario di Dror Moreh inserito nel cartellone del Biografilm 2013, e le notizie che ci arrivano da Gaza, con l'offensiva israeliana impegnata a neutralizzare l'azione di Hamas bombardando i territori dove esso si nasconde, è una coincidenza destinata a incidere sull'equilibrio emotivo dello spettatore. Realizzato nel 2012 e candidato alla nomination nella categoria di miglior documentario nell'edizione degli Oscar dell'anno successivo, "The Gatekeepers" (questo il titolo originale) deve la sua lungimiranza non tanto nella proposizione di una questione, quella palestinese, che è da sempre al centro del problema mediorientale, quanto piuttosto all'analisi che di essa ne fanno i protagonisti del film. Ad essere intervistati infatti, sono sei ex capi dello Shin Bet, il servizio segreto israeliano che ha il compito di raccogliere informazioni e formulare prodotti di intelligence in territorio nazionale (a differenza del Mossad che svolge le stesse funzioni al di fuori dei confini dello stato). E' attraverso la loro versione dei fatti che il film cerca di spiegare il conflitto ebreo palestinese - a partire dalla guerra dei Sei Giorni e fino agli eventi che precedono l'escalation delle ultime settimane-, alternando immagini di repertorio e ricostruzioni fittizie (elaborate in digitale) alle risposte degli uomini di stato che, tutti, nessuno escluso, si sforzano di restituire in maniera linerare le dinamiche di un conflitto che per ragioni storiche e politiche è riottoso a qualsiasi tentativo di semplificazione.

Moreh è un intervistatore scomodo, che non manca di sottolineare con le sue domande le contraddizioni di una condotta bellica che procede al di fuori di ogni morale, e che per questo considera il danno collaterale (ovverosia le vittime civili) come un elemento che in molti casi non impedisce la messa in discussione degli obiettivi da raggiungere, il film è anche una sfida alle regole del gioco cinematografico, perché in questo caso la consapevolezza degli interlocutori, abituati a districarsi tra le maglie di una retorica ben più complessa di quella propostagli dal film, rendono difficile la conduzione del "gioco" da parte dell'autore. Lo si nota dalla compostezza degli intervistati e il tono, sicuro e controllato con cui reagiscono ai passaggi più controversi, come quello che riguarda l'uccisione a sangue freddo di due terroristi che hanno sequestrato un autobus israeliano, oppure quando si tratta di scoprire uno dei gangli di un sistema apparentemente inossidabile, e che invece l'uccisione di Rabin, con quello che ne consegue in termini di sicurezza interna e di politica estera, si scoprirà sorprendentemente vulnerabile. Pur in presenza di questi fattori, il film riesce comunque a portare alla luce contraddizioni e discordanze che appartengono tanto ai vari schieramenti politici, colpevoli di "agire senza alcuna strategia" (queste le parole usate dagli intervistati) e in balia di frange religiose e dei movimenti di ultradestra che auspicano una nuova palingenesi (ricercata nel progetto, per fortuna sventato, di far saltare il Duomo della Roccia, situato nel cuore della Gerusalemme araba), che all'organizzazione dello stesso Shin Bet, influenzata dal personalismo dei vari plenipotenziari e spesso incapace di prevedere le mosse del nemico; e poi, in maniera proporzionale al crescendo di una drammaturgia fatta di immagini - della tragedia - che lasciano sgomenti, si preoccupa di ricomporre i fili del discorso, arrivando alla certezza che il dialogo sia l'unico modo per uscire fuori dal guado. A oltranza e con qualsiasi tipo di interlocutore, come afferma in chiusura Avraham Shalom, machiavellico nella gestione della crisi ma anche pragmatico nell'ammissione di una sconfitta collettiva che solo il confronto tra le parti in causa può rendere meno terribile.

Costruito come il più classico dei documentari d'inchiesta, "I guardiani d'Israele" non ha la presunzione di distinguere tra buoni e cattivi, quanto piuttosto di entrare nella mente del leviatano per cercarne di riportarlo alla ragione. Dalla banalità del male, tratteggiata con agghiacciate dovizia di particolari e con un'asetticità che ricorda quella di "The Fog of the War", all'enunciazione della duplice logica, politica ma anche religiosa, che spiega l'atteggiamento schizofrenico di Israele nei confronti degli accordi di pace siglati e poi in qualche modo sconfessati "I guardiani di Israele" è illuminante rispetto agli avvenimenti in corso e andrebbe guardato per evitare di accontentarsi alle versioni di facciata.