CAST & CREDITS

cast:
Megumi Kagurazaka, Makoto Togashi, Kazuya Kojima, Miki Mizuno, Satoshi Nikaido, Ryûju Kobayashi

regia:
Sion Sono

durata:
113'

sceneggiatura:
Sion Sono

fotografia:
Sôhei Tanikawa

scenografie:
Yoshio Yamada

montaggio:
Jun'ichi Itô

costumi:
Chiyoe Hakamada

musiche:
Yasuhiro Morinaga

Guilty of Romance | Recensione | Ondacinema

Guilty of Romance

di Sion Sono

drammatico, pinku eiga, Giappone (2011)

di Giuseppe Gangi

Voto: 4.5

Quanto le ambizioni sono grandi e alte, tanto la caduta sarà rovinosa, se esse non vengono raggiunte. In casi del genere ci si divide tra i sadici che sottolineano le mancanze dell'opera e gli accondiscendenti che premiano comunque il coraggio. Poi ci sono quelle volte in cui non c'è proprio niente a cui aggrapparsi e bisogna solo prendere atto del  buco nell'acqua dell'artefice. A questo giro tocca constatare come il regista Sion Sono sia incappato in una débâcle totale.

"Guilty of Romance" è il terzo segmento di una sorta di trittico il cui tema predominante, secondo l'autore giapponese, è l'odio. In quanto ultimo capitolo il film vuol farsi sintesi tra il fluviale "Love exposure" e l'adamantina brutalità dello splendido "Cold Fish". In origine il film durava 144 minuti e così è stato proiettato nei festival, ma l'accordo con la produzione era per un taglio ridotto al momento dell'uscita in sala: il cut definitivo è di 113' (e il secondo montaggio è stato comunque supervisionato da Sono).

Il quindicesimo lungometraggio del regista di Tokyo ha per protagoniste tre donne e inizia col ritrovamento di due manichini, una vestita da prostituta e l'altra da borghese, composti insieme a pezzi umani: dopo l'autopsia risulterà che appartengono a un unico cadavere decapitato. La detective investiga quindi su due donne scomparse da poco:  Izumi, la moglie di un noto scrittore di romanzi d'amore fortemente erotici e Mitsuko, una professoressa universitaria di letteratura . Nella versione lunga del film il personaggio della detective è a sua volta approfondito facendo da collante tra le due storie, mentre nel cut per le sale le vere protagoniste sono le altre due donne, le quali danno anche il titolo a due dei cinque capitoli in cui è scandita la narrazione. Izumi è una trentenne sposata bene che vive in una casa ordinatissima, quasi asettica: ogni giorno saluta il marito-scrittore che va a lavorare da qualche parte per tornare la sera e farle i complimenti per l'ordine con cui trova le pantofole perfettamente allineate o per  l'aroma del the. Tra loro non c'è alcun rapporto di tipo sessuale, la passionalità dei romanzi dello scrittore è azzerata nella sua vita quotidiana e l'unica cosa che permette alla sua donna è quella di farsi accarezzare il membro virile quando si sente in perfetta forma. Per emanciparsi da questa condizione fredda e paludosa la ragazza vorrebbe trovare qualcosa di nuovo da fare e si mette a vendere salsicce in un supermarket, finché una manager non l'adocchia e le dà appuntamento per un lavoro da modella: si rivela un set di un film hard e lei l'inattesa attrice protagonista. La vergogna e la sporcizia iniziale è un'iniezione di fiducia e di esplosiva forza liberatrice: la ragazza, prima impedita, riesce a catturare gli avventori del supermercato e perde tutte quelle inibizioni che la bloccavano. Mitzuko da interlocutrice parallela alla storia diviene sempre più protagonista: traghetta la giovane negli abissi umani del sesso e l'avvicina alla prostituzione. Fare sesso per soldi, a meno che non si ami un uomo, restituisce a queste donne un potere che la società maschilista ha loro negato.

Sion Sono si scotta le mani maneggiando con poca cura materiale così infiammabile: il climax è poco convincente e la tenuta drammatica latita; i personaggi praticano tappe prestabilite senza che se ne capiscano le ragioni, e la macerazione fisica e psichica del protagonista di "Cold Fish" rimane di ben altro spessore. Registicamente ritroviamo le caratteristiche del regista nipponico, come l'alternanza di long take e pedinamenti con macchina a mano incollata ai personaggi: la fotografia di Sôhei Tanikawa dirige lo sguardo sull'esplosione dei colori acidi dei quartieri a luci rosse di Tokyo, esplosione che si rispecchia nei gavettoni di pastosa vernice rosa shocking che lancia il misterioso ragazzo con la bombetta.

Ci rammarica dirlo, ma non basta tirare fuori "Il castello" di Kafka e farne leitmotiv letterario che si cita più volte nel corso dell'opera per gettare uno sguardo diverso su "Guilty of romance", per nobilitare l'ermeneutica di quello che è a conti fatti un "pinku eiga" pasticciato, che non possiede nemmeno la stringata e per questo violenta forza metaforica del primo e iconoclasta Wakamatsu Koji.

Sion Sono sembra avere smarrito in quest'opera, girata con la sua solita generosità, uno sguardo lucido e coerente su quello che voleva far emergere, non aggiungendo niente a quello già detto precedentemente (si pensi a "Cold fish" o a "Strange circus"). E' un'opera della peggior maniera, cioè di chi annaspando ricalca i propri stilemi facendone una caricatura. Inoltre la chiusura rende ambigua l'intera operazione: se "Guilty of Romance" esalta la trasgressione (in particolare quella sessuale) come elemento di sfondamento dalle catene della società, perché le donne protagoniste finiscono con l'essere punite con la morte o con una vita da puttana da strada? La liberazione è automaticamente distruzione di sé? E' questo il banale approdo dei "colpevoli delle storie d'amore".