CAST & CREDITS

cast:
Franco Piavoli

regia:
Claudio Casazza e Luca Ferri

distribuzione:
Nomadica

durata:
61'

produzione:
Claudio Casazza, Luca Ferri

fotografia:
Luca Ferri, Claudio Casazza

montaggio:
Claudio Casazza

musiche:
Dario Agazzi, Duccio Servi

Habitat (Piavoli) | Recensione | Ondacinema

Habitat (Piavoli)

di Claudio Casazza e Luca Ferri

documentario, Italia (2013)

di Antonio Pettierre

Voto: 7.0

La rana, prima a ritentar la corda

dallo stagno che affossa

giunchi e nubi, stormire dei carrubi

conserti dove spenge le sue fiaccole

un sole senza caldo, tardo ai fiori

ronzio di coleotteri che suggono

ancora linfe, ultimi suoni, avara

vita della campagna (...).

(Mottetti, E. Montale)

 

Il prologo di "Habitat (Piavoli)" riprende una sequenza del cortometraggio "Evasi" del 1964 del regista bresciano in cui i volti di una folla di tifosi vengono ripresi in modo concitato e naturalistico prima e durante una rissa scoppiata a bordo campo, in un bianco e nero freddo e sporco. Subito dopo con uno stacco in campo medio viene inquadrata la facciata esterna della casa del regista, con una fotografia naturale e calda per poi entrare con ulteriori stacchi precisi al suo interno.

I giovani registi Casazza e Ferri fin dall'inizio c'introducono nel mondo privato e artistico di Franco Piavoli, cineasta italiano atipico e ai margini del nostro cinema, autodidatta, la cui opera più famosa resta "Il pianeta azzurro" del 1982 che ebbe eco mondiale dopo la presentazione alla Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia.

La macchina da presa diventa l'occhio dello spettatore all'interno, appunto, dell'habitat di Piavoli, inquadrando le stanze della casa, gli oggetti, i quadri e le stampe sulle pareti, i libri, le foto, i dintorni dell'abitazione immersa nel verde. Lo stesso Piavoli è fisicamente messo in scena: ogni tanto entra nell'inquadratura, quasi passando lì per caso, facendo commenti o dialogando con i registi - sempre fuori campo, ma presenti e non semplici e freddi entomologi dell'immagine -  e, attraverso di loro, con lo spettatore. Il tutto è inframmezzato da brevi sequenze dei film dell'autore di Pozzolengo (compreso "Il pianeta azzurro" e "Ambulatorio").

Ma il tema principale di questo film (documentario) non è solo un omaggio a un artista, ma, attraverso lui, i due registi vanno oltre e cercano di mettere in scena e di cogliere la creazione dell'atto artistico cinematografico. Cosa vuol dire fare cinema? Cosa è il cinema? Sembrano queste le domande che si pongono. E nella presentazione alla proiezione di "Habitat (Piavoli)" dicono in modo esplicito che questo non è un vero e proprio film di finzione né un vero documentario, ma qualcosa d'altro, non volendo ingabbiare in nessun genere specifico la propria opera.

Ci sono un paio di sequenze in cui Piavoli si mette al piano e improvvisa delle sessioni di musica cacofonica, e nella prima si mette in posa - "recita" -  e non soddisfatto ordina di non conservare quella sequenza per poi accorgersi che si tratta di una bella inquadratura. Ecco che allora, che sia documentario o fiction, l'atto della creazione è comunque una scelta, un ritagliare la realtà i cui confini sono la messa in quadro che diventa il punto di vista del regista(i). In quel preciso momento si compie un'operazione che va al di là della semplice ripresa della realtà ma la trasforma in altro.

Piavoli si concentra sulla natura, sullo scorrere del tempo, sull'osservazione dell'ambiente intorno a lui e il suo cinema intimista e locale diventa metonimico del mondo intero e dello scorrere della vita e dell'umanità tutta.
Casazza e Ferri compiono la stessa operazione per narrare l'opera di Piavoli - il frammento per il tutto, il singolo oggetto per la storia di Piavoli, la breve sequenza interpolata per l'intera opera dell'autore bresciano - ma con uno stile personale e un punto di vista originale.

Sarebbe semplicistico citare Pasolini e il suo cinema di poesia  per definire "Habitat (Piavoli)" perché la coppia di registi reinterpreta la lezione pasoliniana introducendo elementi estetici, profilmici ed extradiegeteci differenti. Le inquadrature degli interni e degli oggetti, gli scorci dei tavoli e dei mobili ricordano le nature morte di Giorgio Morandi; l'utilizzo della colonna sonora sia dei rumori naturali sia della musica, che varia da quella elettronica di Duccio Servi a materiale musicale strutturalista composto da Dario Agazzi (specialmente quando ci sono le sequenze sulla natura e le fotografie di Piavoli), riveste il montaggio frattale delle inquadrature: quadri della/sulla natura, appunto.
Siamo di fronte a frammenti di discorso poetico, per immagini sul mondo e sulla vita (e ci vengono in mente versi di poesie di Montale). Per un cinema in divenire, da farsi, in continua evoluzione e trasformazione come il passare lento delle stagioni.