CAST & CREDITS

cast:
Barbara Sukowa, Janet McTeer, Julia Jentsch

regia:
Margarethe von Trotta

distribuzione:
Nexo Digital

durata:
113'

produzione:
Ripley's Film

sceneggiatura:
Pam Katz , Margarethe von Trotta

fotografia:
Caroline Champetier

montaggio:
Bettina Böhler

costumi:
Frauke Firl

musiche:
André Mergenthaler

Hannah Arendt | Recensione | Ondacinema

Hannah Arendt

di Margarethe von Trotta

biografico, drammatico, Germania/Lussamburgo/Francia (2012)

di Claudio Zito

Voto: 7.0

Distribuito per soli due giorni, per poche affollate proiezioni in occasione della Giornata della Memoria 2014, fortunatamente in lingua originale coi sottotitoli per apprezzare l'inglese con spiccato accento tedesco di Barbara Sukowa e le tre lingue, inglese tedesco ed ebraico, parlate dai protagonisti, il biopic su Hannah Arendt realizzato da Margarethe von Trotta (che torna a occuparsi di Olocausto a dieci anni da "Rosenstrasse") è innanzi tutto il racconto della genesi, dalla realizzazione e dall'accoglienza di una delle sue opere più importanti e controverse, "La banalità del male", nata come raccolta di articoli che costituivano un reportage sul processo (di cui vediamo frammenti delle riprese originali) tenutosi a Gerusalemme a carico di Adolf Eichmann, il gerarca nazista meticoloso organizzatore dei trasporti dei deportati verso i campi di sterminio.

Di etnia ebraica, costretta all'esilio prima in Francia poi negli Stati Uniti a causa dell'avvento del regime hitleriano, la filosofa è già affermata, sopratutto grazie al saggio "Le origini del totalitarismo", quando il New Yorker le propone il viaggio in Israele come corrispondente dal processo. Superato il blocco psicologico derivante dal doversi riavvicinare, fisicamente e mentalmente, a un passato per lei drammatico, la Arendt si getta nell'impresa senza pregiudizi ideologici. Grazie a questo approccio scopre da un lato che il mostro è soltanto un grigio burocrate poco intelligente, né antisemita né intrinsecamente criminale, che ha obbedito a ordini e leggi senza porsi questioni etiche, e che per questo è potenzialmente sostituibile con tante altre insospettabili persone; dall'altro che i leader delle comunità ebraiche hanno, anche loro, adempiuto con zelo alle disposizioni con cui il regime imponeva la segregazione e i trasferimenti forzati delle popolazioni, del cui massacro si sono così resi, inconsciamente, corresponsabili. Non solo: la stessa incriminazione da parte dello stato di Israele è di dubbia legittimità sul piano del diritto internazionale, la sentenza è già scritta in partenza e il processo è oggetto di indebita spettacolarizzazione.

La von Trotta, senza virtuosismi registici, affidandosi in larga parte alla prova corale degli attori e a quella individuale della sua straordinaria protagonista, affronta la sfida di sviluppare il ragionamento in almeno due direzioni. Il primo e più importante obiettivo consta nel mostrare quanto la libertà di pensiero, il coraggio intellettuale, conducano inevitabilmente a tesi destinate a risultare fastidiose per il pensiero comune. Nel caso specifico, sostenere che il nazismo non sia il male assoluto, o una parentesi (direbbe Benedetto Croce), ma che prenda le mosse da precise circostanze storiche e (qui soprattutto) sociologiche significa sposare una tesi non edificante, che può ferire le vittime e procurare ostracismo anche in una società, come quella statunitense, che dalla stessa Arendt era vista, testualmente, come il paradiso, rispetto all'Europa degli orrori degli anni 30 e 40. In questo caso il film fa centro, riesce a mostrare perfettamente, anche con un finale amarissimo (sorta di vana arringa difensiva condotta dalla Arendt in un'aula universitaria come fosse quella di un tribunale, come se a processo ci fosse lei e non Eichmann), le difficoltà incontrate da un'opera che pur diverrà una pietra miliare della filosofia politica del Novecento.

Il secondo obiettivo, un po' meno centrato, è quello di parlare dell'autrice partendo dall'opera, allargando poi lo sguardo. Il film ha tra i suoi meriti quello di portare allo spettatore odierno, meno avvezzo che mai, questioni tematiche di notevole levatura (le lezioni accademiche della Arendt, i dialoghi con Martin Heidegger), ma proprio per questo palesa uno scarto non indifferente quando affronta altre vicende relazionali della protagonista. I rapporti con il suo compagno, la cerchia intellettuale americana, l'editore e i vecchi amici tedeschi emigrati in Israele sono narrati con maestria poco più che scolastica e una punta di melodramma non sempre digeribile. L'antica, dolorosa infatuazione per il mentore Heidegger, che poi aderirà al nazismo, è affidata a brevi flashback che hanno il sapore di un trauma ancora da psicoanalizzare e che emerge di tanto in tanto, e la consistenza di bozzetti estemporanei privi di approfondimento. E anche la sequenza della cattura di Eichmann da parte del Mossad in un'Argentina non riconoscibile, posta in apertura della pellicola, appare completamente avulsa dal prosieguo della stessa. Ciò che invece funziona alla perfezione, nell'ambito di questo che abbiamo definito come il secondo obiettivo dell'opera, è il delineamento del carattere della Arendt, la cui indole ambiziosa, indipendente e finanche arrogante è vista dalle persone che la circondano, la criticano o la difendono, a seconda delle circostanze e dei punti di vista come la sua più grande risorsa, il suo più evidente limite, l'unico alibi per affermazioni che per i più rimangono indifendibili.

Da confrontare con il documentario "Uno specialista", di Eyal Sivan.