Hara-Kiri: Death of a Samurai | Film | Recensione | Ondacinema

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recensione di Giancarlo Usai
9.0/10

Magnifico Takashi Miike. Non pago di essersi imposto all'attenzione del pubblico mondiale (per lo meno, quella fetta di pubblico che ha avuto la curiosità di avvicinarsi al suo cinema) rivoluzionando la definizione di estremo applicata alla Settima arte, tra il 2010 e il 2011, il cineasta giapponese ha affrontato una tappa nuova del suo percorso artistico. Per molti, ai tempi, il dittico composto da "13 assassini" e "Hara-kiri: Death of a Samurai" sembrò una sorta di tassa obbligata, un doveroso pellegrinaggio di un autore ormai affermato e celebrato anche dalla critica internazionale mainstream davanti agli altari più mitici della storia del cinema nipponico, quasi come fosse necessario, per affrancarsi definitivamente dall'etichetta di regista dello scandalo, dimostrare a se stesso e al mondo intero la propria cultura storica e cinematografica. E per questo ecco spiegati i due film, distanziati da pochi mesi, che omaggiano due pellicole del passato (sono entrambi dei rifacimenti) e soprattutto guardano alla tradizione del jidaijeki, il period drama giapponese che ambienta le sue storie in quel lungo lasso di tempo corrispondente al periodo Tokigawa, tra il XVII e il XIX secolo.

Ma in realtà, se si guarda con attenzione alle scelte dei titoli che Miike decide di prendere in considerazione per i suoi remake, si nota che c'è ancora una volta una scelta coerente all'interno di una carriera che ha conosciuto ben pochi compromessi (almeno restando alle opere più significative). E così, mentre "13 assassini" era la porta segreta che conduceva il cinema miikiano ad applicare il suo personale ideale di cinema action al film storico, "Ichimei" (è questo il titolo originale) va a riprendere, non a caso, il capolavoro di Masaki Kobayashi, già nel 1962 strenuamente considerato dal suo autore come un film gendai-jeki, ovvero con un soggetto direttamente contemporaneo. Miike ripercorre la storia originaria con una fedeltà encomiabile e quando sceglie di cambiare lo fa con una personalità autoriale assolutamente significativa. La vicenda, però, rimane la medesima: alla corte di un ricco e potente signore locale si presenta Hanshiro, samurai ormai caduto in disgrazia perché, come molti "colleghi", anch'egli si trova senza lavoro dato che si è entrati in un'apparente epoca di pace e i combattenti valorosi sono ormai orpelli inutili nella società, eccetto per chi ha la fortuna di entrare negli eserciti privati delle guardie del corpo delle potenti famiglie nobiliari. Chiede di poter praticare il proprio seppuku nel cortile della tenuta, perché un vero samurai non si uccide per strada, ma lo fa con il rispetto di tutti i codici prescritti. A quel punto, l'intendente della casa Iyi gli racconta una storia per metterlo in guardia. Parte il flashback. Riviviamo quanto accaduto pochi mesi prima, allorché un giovanissimo ronin si era presentato alla casa con la stessa richiesta. Ma in realtà, Motome era uno dei tanti avventori che avevano provato a truffare il signore di turno con i cosiddetti suicidi farsa. Si dichiarava di volersi uccidere, ma in realtà si sperava di muovere a compassione il nobile che a quel punto lasciava tornare a casa il samurai sventurato con un'ingente somma di denaro. Ma a Motome va male, la casa Iyi è ancorata in modo ossessivo alle tradizioni e non ammette che il codice d'onore dei vecchi samurai, il Bushido, venga infangato in qualche modo. E così Motome si era trovato, suo malgrado, a dover portare fino in fondo il seppuku, sventrandosi nel cortile degli Iyi con una spada di legno, l'unica che gli era rimasta in povertà. Si torna al tempo presente e parte un secondo flashback: stavolta è Hanshiro che racconta all'intendente come è giunto fino alla sua porta. E qui il racconto di Miike si abbandona al melodramma puro, in cui viene messa in scena senza interruzioni di sorta la vicenda passata del protagonista, che si fa sineddoche di un'intera generazione caduta nella miseria: l'ascesa dello shogunato, l'esilio, la povertà, l'amore familiare che sostituisce l'ebbrezza della vita militare, i piccoli espedienti per vivere con poco e infine il matrimonio della figlia con un giovane amante delle lettere, proprio quel Motome che aveva tentato, con l'idea del suicidio farsa, di rimediare il denaro per le cure della moglie e del figlioletto entrambi gravemente malati. Ad Hanshiro a quel punto non resta che lo scontro finale, risfoderando la spada e affrontando coloro che ritengono ancora di difendere un codice che in realtà stanno violando.

Se la pietra miliare diretta da Kobayashi aveva un sottotesto politico e di critica sociale molto marcato, evidente sia nei dialoghi serrati sia nella drammaticità degli scontri fisici, Miike riesce nel miracolo di dimostrarsi rispettoso del film del 1962, ma al tempo stesso di concedersi la libertà di mettere in scena un'opera "altra". C'è un'ossessione verso la composizione pittorica e scenografica mai vista nel suo cinema, un'osservazione contemplativa delle bellezze del Giappone rurale esaltate dalla fotografia di Nobuyasu Kita; e c'è poi uno sguardo puro ed elegante sulla messa in scena della vita in povertà che commuove e sorprende se consideriamo ciò cui siamo abituati a pensare quando torniamo con la mente allo stile solito di Miike. Se in "13 assassini" il furore dei combattimenti, pure ritratti in tutta la loro morbida sinuosità e perfetta coreografia, aveva dei punti di contatto più evidenti con il passato del cineasta, qui il regista nativo di Yao compie un ulteriore salto mortale. La violenza del confronto è pressoché soltanto verbale, con un carico di tensione emotiva che, complice la colonna sonora composta da Ryūichi Sakamoto, si fa a tratti insostenibile.

Le differenze con l'originale di Kobayashi sono nella struttura narrativa e in alcune scelte che vanno in profondità rispetto alla storia. In primo luogo, Kobayashi aveva frammentato in modo molto più frequente la linea orizzontale del racconto, intervallando sovente l'effetto flashback con il ritorno al presente, mentre Miike compie un lavoro molto più lineare e i due salti temporali sono due monoliti senza interruzioni che hanno la bellezza di un film nel film: prima il drammatico suicidio di Motome (unico vero momento violento e sanguinoso del film), poi la lunga parentesi della vita nel villaggio di Hanshiro e della sua famiglia (la parentesi forse più sorprendente di tutto l'ultimo decennio cinematografico di Miike). E poi c'è uno scarto importante sul finale, che non sveliamo per chi ancora non conosce la vicenda messa in scena. Ma si deve fare un'ultima considerazione, a tal proposito; quando il film fu presentato a Cannes e venne promosso più che altro come il primo film in 3D sulla Croisette (espediente più che altro dal sapore ludico e sperimentale, ma ininfluente sulla resa finale), molti sostennero che si era persa la potenza politica del capolavoro di Kobayashi, che le scelte visive di Miike avevano preso il sopravvento sulla parola, vera arma attraverso cui il vecchio Maestro, a suo tempo, aveva compiuto un processo al codice del samurai, incapace di riconoscere il vero valore umano. In realtà, la parte finale del grande film di Miike è ricca di momenti cruciali che riprendono lo stesso senso del suo predecessore e le differenze che si notano non sono altro che un manifesto di personalità di un genio del cinema giunto a un livello di maturità tale per cui il confronto con la Storia del proprio Paese non fa più paura.


06/04/2020

Cast e credits

cast:
Ichikawa Ebizō XI, Eita , Hikari Mitsushima, Munetaka Aoki, Hirofumi Arai


regia:
Takashi Miike


titolo originale:
Ichimei


durata:
128'


sceneggiatura:
Kikumi Yamagishi


fotografia:
Nobuyasu Kita


scenografie:
Yûji Hayashida


montaggio:
Kenji Yamashita


musiche:
Ryūichi Sakamoto


Trama
Desiderando una morte onorevole, un samurai ridotto in povertà, Hanshiro, richiede il permesso di suicidarsi nella residenza del clan Ii, comandato da Kageyu. Nel tentativo di scoraggiare Hanshiro, Kageyu gli racconta la tragica storia di un giovane ronin, Motome, recatosi recentemente al suo cospetto con la stessa medesima richiesta...