CAST & CREDITS

cast:
Leonid Yarmolnik, Aleksandr Chutko, Yuriy Tsurilo, Evgeniy Gerchakov, Natalia Moteva, Dmitriy Vladimirov

regia:
Aleksej Jurevič German

durata:
170'

produzione:
Studio Sever, Russia 1 TV

sceneggiatura:
Svetlana Karmalita, Aleksei J. German

fotografia:
Vladimir Ilyin, Yuri Klimenko

scenografie:
Sergei Kokovkin, Georgi Kropachev, E. Zhukova

montaggio:
Irina Gorokhovskaya, Maria Amosova

costumi:
Yekaterina Shapkaitz

musiche:
Viktor Lebedev

Hard to Be a God | Recensione | Ondacinema

Hard to Be a God

di Aleksej Jurevič German

drammatico, grottesco, Russia (2013)

di Giuseppe Gangi

Voto: 9.0
«È probabilmente difficile essere un Dio ma è altrettanto difficile essere uno spettatore, di fronte a questo terrorizzante film di German». Così si apre la riflessione scritta da Umberto Eco, di cui il direttore Marco Müller ha dato lettura prima della proiezione in Sala Sinopoli, luogo della premiazione postuma per la carriera quasi cinquantennale del regista russo. Il percorso artistico di Aleksei Jurevich German comincia infatti nel 1967 e, insieme a Tarkovskij e a Sokurov, è il regista che più ha rinnovato e influenzato il cinema russo negli ultimi decenni. Ciononostante, il nome di German è quello meno celebre, sia per l'esigua filmografia - sei lungometraggi in 46 anni - che per i contrasti con la censura sovietica che l'ha sempre ostracizzato, rendendo spesso un'impresa la produzione e la distribuzione della sua opera. Alla base della sua ultima fatica, che ha impegnato il regista per quattordici anni, c'è un romanzo di fantascienza distopica pubblicato nel 1964 dai fratelli Strugarski, gli autori di "Picnic sul ciglio della strada", da cui Tarkovskij trasse "Stalker".

Tornando a Eco, tocca dargli ragione. I problemi ermeneutici che pone la visione di "Hard to be a God" sono una sfida ad alto rischio di commozione cerebrale: come cogliere tutti i segni, i simboli e le metafore, come penetrare il quadro allegorico in cui è collocata la vicenda, e non battere ciglio per non interrompere un lungo pianosequenza, come non distogliere lo sguardo di fronte a empietà di ogni tipo disposte in scena con morboso perfezionismo? Per dirla alla maniera del semiologo piemontese, è difficile trascendere il primo livello per giungere al secondo livello di lettura. Siamo davanti a un'opera meditata, organizzata e realizzata per restare nella storia della Settima Arte: sin dalle prime immagini, si viene investiti da una densità brumosa che avvolgendo lo schermo fa da antiporta per la costruzione da zero di un altro mondo. 

La voce narrante avverte che il pianeta in cui si svolge la storia, Arkanar, non è la Terra. È come la Terra ma arretrata di 800 anni. In questo Medioevo brulicante di un'umanità miserabile che si muove incerta in un ambiente putrescente, ci viene presentato, al suo risveglio, don Rumata (l'istrione Leonid Yarmolnik): ha le sembianze di un uomo ma si celia che sia figlio di un dio pagano ed è a sua volta temuto come una divinità. Nonostante i modi selvaggi e brutali, Rumata è l'unico nobile che ancora crede nella necessità di salvaguardare intellettuali e artisti, una specie in via d'estinzione ad Arkanar, banditi e, ove trovati, impiccati senza pietà alcuna. Nel medioevo di questo pianeta il Rinascimento non è mai arrivato, sebbene ogni tanto si scorgano sulle pareti degli affreschi ormai rovinati dalle intemperie. Ma è solo un'ombra, forse il riflesso distante anni luce di quanto successe sulla Terra: la realtà rappresentata da German è ben altra. Una realtà multistrato, in cui uomini deformi affondano a ogni passo su un terreno fangoso, respirandone l'aria umida e malsana; una società dove ha la meglio il più forte, dove gli schiavi girano incatenati e i cadaveri dei condannati a morte rimangono appesi ed esposti al pubblico ludibrio.

Per comprendere il tono dell'opera è sufficiente l'incipit, nel quale dei loschi figuri attendono a una evacuazione dal balcone, per cospargersi di escrementi: invero, la scrittura filmica poggia le sue basi sul concetto di «comico» teorizzato da Bachtin, in cui il costante abbassamento di ogni elemento, ruotante intorno alla materialità corporea, accomuna tutti gli esseri viventi, demistificando le divisioni sociali. "Hard to Be a God" svela una Terra ridotta a enorme palude, composta dai più sordidi umori, dove i sensi principali degli uomini sono l'olfatto, sempre attivo visto che i personaggi sono soliti spalmarsi in faccia qualsiasi melma sia a portata di mano, e l'udito, attratto sia dai rumori che dal clarinetto che Rumata suona al mattino - che il jazz sia la musica di Dio?
L'occhio della macchina da presa coincide col nostro di spettatore, poiché German formalizza la visione di Arkanar come se fosse la nostra soggettiva di terrestri spediti a osservare il pianeta. Nel romanzo, infatti, è subito chiaro come Rumata sia un "osservatore" rimasto coinvolto negii eventi di quella terra, mentre nel film quest'aspetto è intuibile solo nel finale. I continui sguardi in macchina, e conseguente sfondamento della quarta parete, aggiungono un piano metalinguistico nel quale siamo chiamati in causa, invitati a giudicare e, al contempo, guardati di sottecchi, stranieri in una terra straniera.

Vittima di una cospirazione organizzata da don Reba, il quale scopre che Rumata è un impostore, il figlio del dio pagano decide finalmente di agire e lo farà nel modo più violento e mostruoso possibile: calerà la propria spada e si abbatterà come un flagello su un popolo indegno. Una Sodoma e Gomorra che cambia le sorti di quella società ma che, abbassatosi al loro livello, farà perdere a Rumata la sua presunta divinità. In "Hard to Be a God" si palesa la volontà di rappresentare una profonda quanto frastornante riflessione sull'imponderabilità del potere: attraverso una steadicam sempre a stretto contatto con le azioni, German imprime su pellicola l'opacità di un linguaggio, i limiti di conoscibilità di una realtà aliena che asseconda la natura umana nei suoi istinti più bestiali. La messa in scena è sempre sovraccarica di dettagli, barocca in un'opulenza fatiscente che trasmette quel senso di viscido marciume non così lontano dal mondo sokuroviano del "Faust". Laddove, però, le lenti grandangolari e deformanti di Sokurov disponevano un profilmico tutt'altro che confuso, German ci fa stare così vicino agli eventi che oggetti e persone sembrano debordare dalla scena, saturando l'immagine di escrescenze organiche e inorganiche: sono nature morte e tableaux vivants che affrescano una civiltà grottesca che guarda ai fondali della pittura bruegeliana e agli orrori degli inferni di Bosch. Allo spettatore rimane la confusione, la realizzazione definitiva di non comprendere gli sviluppi di una trama che cambia sotto i nostri occhi, che si modifica a causa della nostra stessa osservazione, da cui rischiamo di essere contaminati.

"Che cosa faresti se fossi un dio?" Rumata inizia a chiederlo a chiunque: un intellettuale che trae in salvo gli risponde, in maniera retorica, che farebbe precipitare i prepotenti e salverebbe i deboli. Il Don afferma seccamente che così facendo i più forti tra i deboli farebbero prepotenza agli altri. È un ciclo continuo in cui vittime e carnefici possono solo scambiarsi di posizione, mantenendo intatto uno stato quasi naturale di civiltà. Non si scappa dall'inferno, lo si può solo spostare, più in là, nella neve.