CAST & CREDITS

cast:
Haley Bennett, Tim Roth, Danila Kozlovsky, Sharlto Copley

regia:
Ilya Naishuller

distribuzione:
Lucky Red

durata:
96'

produzione:
Bazelevs Production, Versus Pictures

sceneggiatura:
Ilya Naishuller, Will Stewart

fotografia:
Pasha Kapinos, Vsevolod Kaptur, Fedor Lyass

scenografie:
Margarita Ablaeva

montaggio:
Steve Mirkovich, Vlad Kaptur

costumi:
Anna Kudevich

musiche:
Darya Charusha

Hardcore! | Recensione | Ondacinema

Hardcore!

di Ilya Naishuller

azione, Russia/Usa (2015)

di Matteo Zucchi

Voto: 5.0
"So don't stop me now, don't stop me
'Cause I'm having a good time, having a good time
I'm a shooting star leaping through the skies
Like a tiger defying the laws of gravity
I'm a racing car passing by like Lady Godiva
I'm gonna go, go, go !"

 

 

Ci sono canzoni il cui utilizzo in un film crea sempre forte sospetto. Ci sono canzoni il cui utilizzo è capace di rendere stucchevole anche la più smaliziata delle decostruzioni postmoderne. "Don't stop me now" dei Queen, che di certo appartiene suo malgrado a queste categorie, funge da sottofondo ad una delle sequenze più esemplificative dell'intero film, non soltanto per la scontatezza della funzione che le viene propinata ma soprattutto per come contribuisce a svelare l'impianto totalmente ludico su cui regge l'opera prima del russo Ilya Naishuller. Infatti "Hardcore Henry" è, al netto di alcune interessanti intuizioni e di certi momenti ben riusciti, un vero e proprio gioco, nonché catalogo di ogni genere di influenza action, sia di matrice videoludica che cinematografica, degli ultimi decenni.

Le efficaci sequenze iniziali, ambientate nel laboratorio della "moglie" del protagonista, risultano un buon biglietto da visita per l'intera "pellicola", catapultando lo spettatore in un mondo futuristico (?) senza fornirgli informazioni utili a contestualizzare la visione ma sottoponendolo ad un tour de force visivo al quale giovano proprio l'uso ironico della colonna sonora e le particolarità delle ripresa continua in soggettiva. Il problema, venendo subito al dunque, è che il film non dura 20 minuti ma più di 90. L'idea di partenza, derivata da due corti/videoclip dell'esordiente regista, mostra subito la corda e costringe lo spettatore ad accettare passivamente la ludica carneficina che viene portata avanti senza poter distogliere lo sguardo (o assopirsi), bombardato com'è da stimoli sonori e visivi continui, la cui efficacia peraltro si giova paradossalmente della a dir poco spartana fotografia e dell'esibita inconsistenza del tutto, scenografie comprese. Giovano a poco l'ottima interpretazione del trasformista Sharlto Cooper e la riuscita episodica delle singole scene d'azione.

Ed è proprio in questa maniera che un film dalle interessanti (ma probabilmente bacate alla radice) potenzialità, prima fra tutte la riuscita ambientazione in un Russia futuristica molto (troppo) simile a quella attuale, si muta in una vera e propria wunderkammer di armi, automezzi, personaggi fumettistici, sequenze a dir poco stereotipiche e, naturalmente dato il genere, corpi femminili esibiti. Nulla di così malvagio se la durata non finisse per rendere una delle visioni più adrenaliniche degli ultimi anni un'esperienza in fin dei conti monotona ed evitabile proprio in virtù della sua totale prevedibilità, non solo a livello narrativo. Constatato ciò appare evidente come molte delle critiche rivolte a questo film siano pretestuose quanto (se non di più) lo stesso. In primo luogo la violenza, senza fine e veramente grottesca, e la stereotipatezza di ogni elemento del profilmico. Il videogioco, a differenza del cinema, non si pone (quasi mai) come opera realistica e di conseguenza la violenza in esso presente è (ed è rappresentata) come totalmente altra rispetto al reale, e perciò incapace di essere realmente immorale. E "Hardcore Henry" è un videogioco. Anche se la scoperta dell'assenza di joystick non è comunque molto piacevole.

Riguardo alla concentrazione quasi inconcepibile di stereotipi in una sola pellicola essa è chiaramente voluta e pure esibita in maniera così plateale, probabilmente per fornire allo spettatore dei saldi punti d'appoggio data la presunta rivoluzionarietà della tecnica (qualcuno avvisi Robert Montgomery) oppure per mostrare la capacità di questa scelta di ricodificare da sola un immaginario sedimentatosi nel corso di decenni. Se le motivazioni di tali scelte assolvono Naishuller dall'aver creato un'opera detestabile certamente mettono in crisi la presunta innovatività del film, esplicitando anzi quanto egli sia arrivato ultimo in questo processo di ammodernamento del cinema mediante elementi provenienti dal medium videoludico. Basta pensare ai fratelli (ops) Wachowski o a Zack Snyder (o al produttore di questa pellicola Timur Bekmambetov) per comprendere come quest'ibridazione sia in atto da molto tempo e quante opere di taratura ben maggiore ne siano derivate. Di certo non una buona notizia per "il film che cambia tutto per sempre".