CAST & CREDITS

cast:
Daniel Radcliffe, Helena Bonham Carter, Imelda Staunton, Maggie Smith, Ralph Fiennes, Gary Oldman, Michael Gambon, Rupert Grint, Emma Watson, Jason Isaacs

regia:
David Yates

distribuzione:
Warner Bros.

durata:
138'

produzione:
Warner Bros.

sceneggiatura:
Michael Goldenberg

fotografia:
Slavomir Idziak

scenografie:
Stuart Craig

montaggio:
Mark Day

musiche:
Nicholas Hooper

Harry Potter e l'Ordine della Fenice | Recensione | Ondacinema

Harry Potter e l'Ordine della Fenice

di David Yates

coming-of-age, fantasy, Regno Unito/Usa (2007)

di Matteo Zucchi

Voto: 6.5

  

"Ministro, forse non le piacerà, ma deve ammettere che Silente ha stile!"


Quando David Yates viene scelto per sostituire Mike Newell è poco più di un esordiente, con una discreta carriera come regista televisivo per la BBC ma un solo film alle spalle, il misconosciuto "The Tichborne Claimant" del 1998. Cinque anni dopo è il cineasta che ha legato più di ogni altro il proprio nome alla saga fantasy, tanto da non lavorare ad altro dopo la fine della stessa (se si esclude qualche occasionale comparsata televisiva oppure l'appena giunto in sala "The Legend of Tarzan"), salvo rispondere alla chiamata della Warner Bros qualora si debba mettere in scena lo spin-off di "Harry Potter", nelle sale questo novembre. Se questa sia stata una decisione ponderata o piuttosto una dimostrazione di quanto poco le prove registiche dell'inglese abbiano impressionato i produttori non è questo il luogo deputato a parlarne.

Ciò che spetta al sottoscritto è eventualmente ricercare le motivazioni della reputazione del regista britannico, così frequentemente accusato, sia dal pubblico che dalla critica, di essere un mestierante dotato di ben poco talento che ha dato altrettanto alla saga di cui ha diretto ben metà dei capitoli. Critica che mostra la propria parzialità in quanto nessuno dei tre cineasti che hanno preceduto Yates ha contribuito in maniera veramente profonda nella caratterizzazione delle loro rispettive opere. Certo, Columbus ha portato la propria regia spielberghiana e il gusto ingenuamente fiabesco, Cuaron il suo stile virtuosistico e la passione per i giochi visivi, Newell invece ha fatto della molteplicità di toni e stili la caratteristica principale di "Harry Potter e il calice di fuoco", oltre ad aver utilizzato tale miscela per indirizzare l'octalogia sulla via del teen movie. Ma in fin dei conti la "saga del maghetto" è soprattutto il frutto del lavoro dello sceneggiatore Steve Kloves (guarda caso sostituito da Michael Goldenberg in questa sola occasione) e del produttore David Heyman.

Per questa ragione "Harry Potter e l'ordine della fenice" è l'episodio che meglio esemplifica la natura della saga e i suoi limiti insiti, occultati prima dal ben più infantile target delle opere di Columbus e poi dalla cinetica regia di Cuaron e deflagrati con il quarto capitolo. Infatti il film di David Yates si trova sempre più costretto negli stereotipi del coming-of-age, riutilizzati con una costanza che conduce quasi alla prevedibilità e che esplicita la natura non mediata con cui vengono riproposti, senza peraltro eguagliare l'efficacia della sceneggiatura di Kloves. Similmente la regia del regista britannico, per quanto si serva di macchina a mano in misura ben maggiore rispetto ai suoi predecessori, non riesce, nonostante alcuni tentativi, a non ridursi a maniera di quanto già fatto vedere da Newell. Così facendo il quinto capitolo della saga mostra definitivamente l'incapacità del franchise di rigenerarsi e di poter essere al contempo qualcosa di più di un banalmente narrativo ed industriale adattamento di un romanzo di successo.

Non si intende con queste considerazioni affermare che questo film non abbia le sue indubbie positività. Il sottoscritto reputa anzi, come intuibile, che le opere di Yates, per quanto quasi completamente prive di elementi di interesse puramente cinematografici, siano molto migliori di quanto le si definisca abitualmente. "Harry Potter e l'ordine della fenice" è infatti il capitolo della saga che tenta (ad eccezione ovviamente del settimo) di allontanarsi maggiormente dagli stereotipi dell'octalogia: il prologo extra-Hogwarts dura quasi una trentina di minuti, non vi sono partite di Quidditch o attività paragonabili, le lezioni propriamente dette sono praticamente assenti, la parte finale del film, il suo vero nucleo, è una sequela di scene d'azione che culmina in quello che probabilmente è il miglior duello magico dell'intera saga.

Difatti "Harry Potter 5" è sicuramente l'episodio dal ritmo più frenetico, differentemente dalle tempistiche rallentate del capitolo successivo e da quelle ondivaghe del dittico finale, talmente rapido da riuscire a riassumere (non senza buchi o strappi) ben 800 pagine in poco più di due ore. Risultato che ha scontentato molti fan ma che d'altro canto è coerente con il carattere più direttamente filmico della produzione del regista britannico, più ellittico a livello narrativo dei predecessori e sfruttante in maniera più ampia metafore visive e accorgimenti come overlapping editing e inquadrature fisse. Caratteristiche pian piano ridottesi a favore di una progressiva normalizzazione stilistica culminata con il semplicismo della "battaglia di Hogwarts" e che fanno del qui presente il film, se non migliore, più interessante di David Yates.