CAST & CREDITS

cast:
Jennifer Lawrence, Max Thieriot, Elisabeth Shue, Gil Bellows, Nolan Gerard Funk, James Thomas

regia:
Mark Tonderai

distribuzione:
Eagle Pitcures

durata:
101'

produzione:
FilmNation Entertainment, Relativity Media, A Bigger Boat

sceneggiatura:
David Loucka

fotografia:
Miroslaw Baszak

scenografie:
Lisa Soper

montaggio:
Steve Mirkovich, Karen Porter

costumi:
Jennifer Stroud

musiche:
Theo Green

Hates - House at the End of the Street | Recensione | Ondacinema

Hates - House at the End of the Street

di Mark Tonderai

thriller, horror, Usa/Canada (2012)

di Antonio Pettierre

Voto: 5.0

A circa metà film siamo in un bosco dove troviamo Ryan (Max Thieriot) che fissa un albero. Arriva Elissa (Jennifer Lawrence) e gli chiede cosa stia guardando. Ryan fa sedere la ragazza al suo posto e le posiziona la testa, perché lo sguardo corrisponda al suo, per farle vedere quello che lui stava osservando: l'immagine di un volto umano deformato sulla corteccia dell'albero.

Ecco, il tema più interessante di "Hates - House at the End of the Street" è proprio la difficoltà di osservare la realtà che ci circonda, quella che sta davanti ai nostri occhi, tra le ombre degli oggetti e i volti delle persone. Del resto, Ryan fa sedere Elissa per vedere meglio, in un parallelismo extradiegetico della pulsione scopica tipica dello spettatore, che si siede nella sala cinematografica per guardare le immagini che scorrono sullo schermo. Ma la realtà filmica non è quella che sembra, come nella realtà reale le apparenze molte volte ingannano: ed è ciò che succede a Elissa che sarà tradita dal suo sguardo, uno sguardo in crisi di adolescente in cerca di risposte, che spesso non sono quelle attese.

La crisi dello sguardo - quello dello spettatore che vede il film e quella di Elissa sua avatar all'interno della diegesi cinemica - è resa programmatica fin dalla prima sequenza, dove, in soggettiva, assistiamo all'omicidio dei genitori da parte della sorella di Ryan, anni prima degli eventi che poi sono narrati, con sovrapposizioni di luci e ombre, defocalizzazioni dell'inquadratura, scarti e scatti della pellicola che confondono la visione, la drogano, la rendono ubriaca e falsata. E la capacità di vedere non è da tutti. Viene riaffermata nella penultima sequenza, quando Elissa ripete l'esperimento del volto che s'intravede sull'albero con sua madre Sarah (Elisabeth Shue): alla domanda della figlia di "che cosa vedi?", lei risponde "un tronco", in un esempio della molteplicità soggettiva della natura della visione.

"Hates - House at the End of the Street" è un thriller, che a tratti vira all'horror, in cui assistiamo all'arrivo da Chicago, in una casa nel bosco, di una donna e sua figlia. Esempio di famiglia in crisi, con relativo padre assente, che fugge dalla grande città per ricominciare da capo in una cittadina della provincia, immersa nella natura. Le due donne però, manco a dirlo, dimorano di fronte a un'altra casa misteriosa, quella dove vive Ryan. Parte da qui una storia banale, con tutte le dinamiche di misteri e rivelazioni, in un percorso classico di questo genere di cinema.

Purtroppo, le potenzialità della pellicola rimangono tali. Il regista inglese Mark Tonderai non riesce a sfruttare al meglio il tema della crisi dello sguardo e anzi lo affoga all'interno di un intreccio prevedibile, senza fantasia né originalità (tutto il contrario, ad esempio, di quello che ha fatto Rodrigo Cortés nel bellissimo "Red Lights"). La mancanza di qualità registica la si nota ancora di più negli errori pacchiani della messa in quadro (molte volte, nei primi piani, la macchina da presa vibra, ma non è un effetto da camera a mano) oppure ci sono movimenti di macchina dall'alto che non corrispondono a nessun punto di vista, se non a quello di uno spettatore onnisciente (senza nessuna ragione diegetica né tantomeno estetica). Queste incertezze sussistono anche nella direzione del cast (ci vuole proprio un grande impegno per non far recitare due attrici così brave come la Lawrence e la Shue, che comunque riescono a donare un'interpretazione soddisfacente dei loro personaggi). Il tutto all'interno di sequenze senza ritmo e con una messa in serie che non crea suspense nello spettatore, elemento imprescindibile in un thriller/horror.

Alla fine, quindi, il film risulta noioso anche in presenza di richiami espliciti a "Psyco" di Alfred Hitchcock e impliciti a "Il Silenzio Degli Innocenti" di Jonathan Demme (specialmente nella sequenza più drammatica del pre-finale). Poteva essere un modo di omaggiare due capolavori del Cinema, ma Mark Tonderai non è riuscito a reinterpretare nemmeno un pallido frame né dell'uno né dell'altro.