CAST & CREDITS

cast:
Viggo Mortensen, Maria Bello, Ed Harris, William Hurt, Ashton Holmes

regia:
David Cronenberg

distribuzione:
01 Distribution

durata:
96'

sceneggiatura:
John Olson (dai fumetti di J. Wagner e V. Locke)

fotografia:
Peter Suschitzky

A History of Violence | Recensione | Ondacinema

A History of Violence

di David Cronenberg

thriller, Usa (2005)

di Luca Pacilio

Voto: 9.0
Era dai tempi di "Crash" che Cronenberg non ci offriva un film così rigoroso e crudo, senza cedimenti e senza compiacimenti; una storia fatta di immagini asciutte che coprono un'architettura solidissima; la rappresentazione, zeppa di segni, di una realtà codificata attraverso l'uso della fiction (la stessa, nuova, esistenza - eXiztenZ? - del protagonista si fonda su una finzione: il sogno americano).

La violenza ivi rappresentata "non è coreografata" (ipse dixit) ma è scabra, aspra, disturbante, reale; è, soprattutto, un malessere strisciante che si annuncia (i mostri del sogno della bambina: una minaccia in germe) e che, giunto in casa, dilaga epidemico (il figlio che picchia il compagno e ammazza il nemico trova in sé l'energia di un male atavico, la moglie che schiaffeggia il marito, l'amplesso come una lotta mostruosa), è un morbo astratto ma contagioso che contamina un microcosmo apparentemente sterile che solo la scena finale sembra ricomporre (il gesto con cui la figlioletta mette il piatto in tavola restaura, tra mille perplessità - poiché nulla potrà più essere come prima -, il devastato quadro iniziale).

Ed è molto interessante (più di quanto lo sarebbe stato l'ennesimo, programmatico progetto originale) il modo in cui Cronenberg piega la materia fumettistica di partenza, di un film che è un continuo procedere verso non si sa mai cosa (è un western? E' un thriller? È un film psicologico? Una favola malata?), alla sua poetica: la malattia che corrompe l'ambiente e le persone (i segni della violenza sulla schiena di Edie), la mutazione (anche se a essere mutante, in questo caso, non è il corpo del personaggio ma la sua identità, un processo interiore che coinvolge la stessa struttura dell'opera - il lungo, notturno viaggio in macchina di Tom conduce a un altro film), le realtà multiple e le personalità scisse, l'umorismo nichilista.

E nulla sbaglia l'autore da un punto di vista formale: inquadrature taglienti che dicono più di qualsiasi effetto speciale; un piano sequenza iniziale (un lynchiano ingresso nel malefico strange world) superlativo per sospensione, tempi, tensione e che sfocia nell'ordinary world di Tom (la chirurgica direzione della fotografia è del fedele Peter Sushitzky); superbe scelte attoriali (tutto il cast, nessuno escluso, e un redivivo William Hurt, gigione da applauso); le gravi, strategiche musiche di Howard Shore.
Un colpo secco che ci ha stesi.

(in collaborazione con Gli Spietati)