CAST & CREDITS

cast:
Jennifer Lawrence, Josh Hutcherson, Liam Hemsworth, Elizabeth Banks, Stanley Tucci, Donald Sutherland, Woody Harrelson, Wes Bentley

regia:
Gary Ross

distribuzione:
Warner Bros Italia

durata:
142'

sceneggiatura:
Gary Ross, Suzanne Collins, Billy Ray

fotografia:
Tom Stern

scenografie:
Philip Messina

montaggio:
Christopher S. Capp, Stephen Mirrione, Juliette Wellfling

costumi:
Judianna Makovsky

musiche:
James Newton Howard

Hunger Games | Recensione | Ondacinema

Hunger Games

di Gary Ross

drammatico, fantascienza, Usa (2012)

di Alex Poltronieri

Voto: 4.0
Un blockbuster, un film realizzato ad Hollywood, può essere "politico"? Un prodotto creato all'interno di precise logiche di mercato, può davvero andare contro al sistema? Sì, se diretto da alcune persone e se messo in scena in una determinata maniera (è il caso, per esempio, del recente "In Time", vero e proprio pamphlet anticapitalista). Di "The Hunger Games" si è già scritto tantissimo e probabilmente andremo a ripetere cose che il lettore di passaggio ha già saputo tramite altre vie: tratto da una serie di romanzi per adolescenti (ad essere precisi, la categoria sarebbe young adult, i nuovi giovani mostri per cui Charlize Theron scrive libercoli di serie C nell'ultimo film di Jason Reitman) popolarissimi in patria (oltre ventisei milioni di copie smerciate), il film di Gary Ross è stato la vera sorpresa del 2012 (sempre negli Usa), dove in poco più di un mese ha racimolato la spaventosa cifra di 380 milioni di dollari (e non accenna a fermarsi), diventando uno dei più grandi successi al botteghino di sempre (un successo, tuttavia, non ripetuto all'estero, dove la pellicola ha incassato meno, per fare un nome, della riedizione 3D di "Titanic").

In "The Hunger Games" si parla di un imminente futuro, in cui un regime totalitario obbliga due ragazzi di ogni distretto (l'America è divisa in dodici distretti, dal più ricco al più povero, popolato da minatori e miserabili) a combattere e uccidersi in una sorta di arena futuristica, sotto l'occhio impassibile di un "grande fratello" che ripropone le terribili immagini in diretta televisiva, sino a quando ne sopravviverà uno soltanto. La vicenda è vissuta attraverso gli occhi della bella e combattiva Katniss (la convincente Jennifer Lawrence), appartenente al distretto 12, e offertasi al posto della giovane sorellina. Totalitarismo, satira dei media e della tv reality, un sistema a cui a farla da padrone è una sorta di "darwiniana" legge del più forte. Il regista Gary Ross, fortunato regista sceneggiatore di stampo classico, conosciuto per pellicole interessanti e fuori dal tempo come "Pleasantville" e "Seabiscuit", aveva senza dubbio molti temi su cui lavorare, e pareva tutto sommato una scelta vincente a cui affidare il progetto. Nei fatti, è chiaro che il regista, stritolato da un meccanismo commerciale più grande, ha avuto pochissimo spazio per dire la sua (sarà un caso che per il secondo capitolo, in uscita l'anno venturo, ha deciso di passare la mano?). Se l'idea alla base dei romanzi di Suzanne Collins è spudoratamente plagiata da quella del giapponese "Battle Royale" (il romanzo di Koushun Takami, e il film di Kinji Fukasaku), senza dimenticare anche il simpatico b movie con Schwarzy "L'implacabile" (e altre reminiscenze insistite come "Live!" e "The Truman Show", ma c'è anche qualche fazioso che ha tirato in ballo "La pericolosa partita", troppa grazia), il vero problema è che il film di Ross non si prende nessun rischio, e non osa mai oltre il consentito.
 
L'allegoria politica è talmente sfacciata e superficiale da risultare nulla (la casta che governa il mondo del futuro si chiama Panem, a cui è sin troppo facile accostare Circenses), lo sfottò alla tv spazzatura e ai suoi "mostri" (sin troppo caricati e grotteschi i personaggi degli host Stanley Tucci, Toby Jones ed Elizabeth Banks) arriva fuori tempo massimo ed è risaputo, e il passaggio e lo scarto di tono tra una componente e l'altra dei romanzi della Collins, è talmente macchinoso e dosato col bilancino (prima un po' di critica sociale, poi un po' di romanticismo, infine un po' di azione) che pare fatto apposta per non scontentare nessun tipo di pubblico, senza però riuscire ad approfondire nessuna delle problematiche messe in gioco. Gary Ross, aiutato dal bravo direttore della fotografia Tom Stern (spesso al fianco di Eastwood), fa suo uno stile nervoso e "realistico" fatto di macchina a mano, improvvisi zoom, montaggio quasi subliminale, che riporta alla mente il lavoro di Greengrass, e che, in teoria, poteva anche essere una scelta di regia originale. Ma in realtà è solo un espediente per non incorrere nelle maglie della temibile censura Usa: come mostrare al pubblico pagante dei ragazzini che si ammazzano tra loro? Semplice, non si mostrano. Di sangue non se ne vede quasi una goccia in questi "Hunger Games", tutto accade lontano dagli occhi dei protagonisti, e della sensibilità del pubblico. La regia di Ross è più furba che davvero funzionale nel mascherare e nascondere i momenti più truci e violenti della vicenda.

I "giochi della fame" si rivelano quindi per quello che sono effettivamente: nulla più che un costoso, futile (e aggiungiamo lunghissimo, oltre due ore e venti di durata!) videogame per bambocci, realizzato in catena di montaggio come tanti altri ("Twilight", "Harry Potter"), in cui non c'è spazio per nessun tipo di riflessione. Annotazione finale: della tanto sbandierata (e bella) colonna sonora prodotta da T Bone Burnett, con nuovi brani, tra gli altri, di Arcade Fire, Decemberists, Low Anthem, Kid Cudi, Neko Case, Miranda Lambert, nel film non v'è traccia, salvo un paio di canzoni negli end credits. Anche quella soltanto un altro tassello dell'astuta e chirurgica operazione commerciale messa in atto dai realizzatori di questo "Hunger Games". E dovrebbe essere un film che va "contro il sistema"?