I famelici | Film | Recensione | Ondacinema

Ondacinema

recensione di Diego Testa
7.0/10
Un canovaccio narrativo riconoscibile quello dei sopravvissuti all'epidemia di non-morti che si barcamenano per sopravvivere in ambienti ostili, persone che confinate o in fuga, vogliono riappropriarsi dei propri spazi sociali. Gli spazi di "Les Affemés" includono le grandi superfici del Quebéc, ricoperte da placido verde, tagliate da lunghe strade che connettono le isole abitate, spazi rurali nei quali viene circoscritta la catastrofe anche se parrebbe avere un raggio che include le grandi città. Parvenza, sentito dire, sono parche le informazioni sulla portata della degenerazione, perché il regista e sceneggiatore Robin Aubert taglia fuori, con l'occhio della mdp, uno spazio di mondo ameno che vive un deragliamento intimo, personale (Aubert ha girato alcune scene nelle zone in cui è nato), occluso tra foreste e campi incolti.

L' apertura, in un'atmosfera sospesa nella quiete bizzarra fatta di sedie abbandonate nell'erba, palesa l'outbreak tra i rombi di automobili in corsa su piste di fango, esplicitando il binomio silenzio/rumore su cui "I famelici" costruisce il tema della sopravvivenza dei singoli elementi che costituiranno il nucleo protagonista del film. Lo scopo, sempre lo stesso del genere, è raggiungere una zona sicura, un'indefinita route verso un'ipotesi di speranza.

I lenti movimenti di macchina sono il riflesso di un contesto idilliaco, intaccato dalla piaga che si muove con vibrante velocità, che urla di rabbia alla vista delle vittime, facendo da contrasto alla contemplatività delle immagini. Robin Aubert inquadra la foresta con la stessa fascinazione macabra con cui "The Witch" presenta il bosco, ma ne sembra il negativo: il verde domina gli ambienti esterni mentre alcuni indumenti degli infetti pungolano l'occhio con tonalità accese, mentre il film di Robert Eggers alimenta il topos orrorifico del luogo infestato con quadri grigi. In questo magma colorato si consuma una violenza di frizione, a volte fuori campo come a disinnescarne la brutalità, altre invece martellante fino all'eccesso del gore tra crani che esplodono e fontane di carne esondanti sangue. I caratteri umani rimangono sacrificati, spiegati da poche parole o immagini chiarificatrici (il colpo di fucile del ragazzo verso la madre, il seggiolino vuoto), e delineati con un didascalismo preciso e sufficiente che si colloca in un localismo di provincia fatto di conoscenze e vicinato. Sembra quasi un esistenzialismo essenziale del quale partecipano anche gli zombie, impegnati a costruire feticci da osservare contemplativi, effigi di una socializzazione perduta ma da recuperare attraverso il culto silenzioso. Succedeva anche in "La terra dei morti viventi": il riacquisto di coscienza del non-morto si palesava lucido e probabilmente semplicistico rispetto alla trilogia precedente di George Romero, mentre gli "affamati" di Aubert si lanciano in un atto religioso primigenio volto alla reificazione di loro stessi. Le sedie nel terreno quali epigrafi di (non) morte.

La chiave della riflessione di "I famelici" sta nei silenzi dei paesaggi rotti dalle grida, nella posa da foto di famiglia a cui si atteggiano i personaggi, nelle gag tragicomiche che scherzano sull'assalto degli affamati, ma soprattutto nella presenza della fauna come monito (allegorico?) a un mondo in rovina che sopravvive unicamente attraverso oggetti inanimati quali ricordo di una società in decadimento, ma che presto lascerà spazio alla vita animale: un calderone di eccentrica suggestione dall'afflato personalissimo. Senza scomodare la visione del cinema di Terrence Malick, è indubbio che il regista québécois abbia cercato di muoversi tra un cinema prima di spirito e poi di materia, con elementi di lirismo visivo controllato, producendo con coscienza un prodotto stabile tra autorialità indipendente e confezione commerciale.

19/03/2018

Cast e credits

cast:
Marc-André Grondin, Monia Chokri, Micheline Lactot, Brigitte Poupart


regia:
Robin Aubert


titolo originale:
Les Affémes


distribuzione:
Netflix


durata:
102'


produzione:
La Maison de Prod


sceneggiatura:
Robin Aubert


fotografia:
Steeve Desrosiers


scenografie:
André-Line Beauparlant


montaggio:
Robin Aubert, Francis Cloutier


musiche:
Pierre-Philippe Côté


Trama

Un gruppo di persone si arma per sopravvivere alle orde di famelici infetti attirati dal rumero e spinti dalla fame

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