CAST & CREDITS

cast:
Lee Byung-hun, Choi Min-sik, Oh San-ha, Chun Kook-haun

regia:
Kim Ji-woon

durata:
141'

sceneggiatura:
Park Hoon-jung

fotografia:
Lee Mo-gae

scenografie:
Cho Hwa-sung

montaggio:
Nam Na-young

costumi:
Kwon Yoo-jin

musiche:
Mowg

I Saw The Devil | Recensione | Ondacinema

I Saw The Devil

di Kim Ji-woon

thriller, Corea del Sud (2010)

di Giuseppe Gangi

Voto: 7.0
Già due anni fa, a proposito dell'inedito "The Chaser", avevamo parlato della forza dirompente di alcune scene, dove protagonista era il martello impugnato dall'omicida. L'arma impropria era entrata nell'immaginario collettivo a metà decennio, quando a brandirla c'era uno dei volti-simbolo del cinema coreano, quel Choi Min-sik protagonista di "Old Boy", secondo capitolo della celebrata trilogia di Park Chan-wook. Kim Ji-woon lo chiama a sé in "I Saw The Devil" nel ruolo di un villain d'eccezione: infatti veste qui i panni del killer psicopatico Kyung-chul, un personaggio malato e malvagio fino al midollo, che trascina nella spirale di follia e vendetta il fidanzato addolorato Soo-hyun, interpretato dall'attore feticcio di Kim, Lee Byung-hun (già con lui in "Bittersweet Life" e in "The Good, The Bad, The Weird").

La ragazza che viene "predata" a inizio film è colei che scatena l'escalation: mentre era ferma ai lati della strada in attesa di un carro-attrezzi, Ju-yeon viene avvicinata, picchiata e rapita da Kyung-chul. Il suo brutale omicidio sconvolge sia il padre, ex-capo della Omicidi, che il fidanzato, agente dei servizi segreti; Soo-hyun, distrutto dal dolore, si prende un periodo di riposo dal lavoro con l'unica idea di farla pagare all'assassino che ha ucciso e fatto a pezzi la sua donna.
Per l'ennesima volta il cinema coreano sviscera un duello individuale in cui le istituzioni vengono lasciate dietro la furia selvaggia dello scontro personale: da una parte Kyung-chul, che è naturalmente un'incarnazione del male, distillato di sudicia cattiveria, e dall'altra il cavaliere delle forze del bene, ma il manicheismo del confronto è giustamente fragile. La vendetta ritratta da Kim Ji-woon è un piatto che si serve freddo, un meticoloso gioco del gatto col topo, dove per ottenere giustizia Soo-hyun si macchia di atti degni del suo rivale: l'idea di perpetrare il male in virtù di un bene superiore, a dispetto di tutto e tutti, e tramite azioni al di fuori della legge, mette in cortocircuito i due mondi. Intrapresa quella strada, sembra dirci "I Saw The Devil", il diavolo che si va cacciando lo ritroviamo in noi stessi: con Park nel cuore e nella mente - ormai vero e proprio modello del revenge-movie - Kim ci delinea la traiettoria della vendetta nata come esigenza istintiva di raddrizzare le cose, che innesca un meccanismo dalle terminazioni imprevedibili, dove tutto viene messo in discussione in funzione dell'obiettivo finale: per Soo-hyun la sua caccia all'uomo è anche un modo per elaborare il lutto di una perdita devastante.

"I Saw The Devil", pur riuscendo a impostare un discorso personale, paga lo scotto di arrivare in un filone dove si è ormai visto di tutto, imbrigliato da una sceneggiatura dallo schema abbastanza semplice: i punti di forza sono naturalmente le interpretazioni e il talento registico di Kim. Infatti il conflitto tra i due personaggi prosegue sul piano attoriale: poco espressivo ma dal perfetto physique du rôle, Lee Byung-hun, è il contrappeso del gigantesco Choi Min-sik che denireggia ghignante e rischia di cannibalizzare il film con un personaggio che ricorda da vicino il viscido Max Cady di "Cape Fear" (1992). Più si va avanti più "I Saw The Devil" affonda le radici in una società che sembra sempre nascondere una stanza degli orrori dove sfogare i propri impulsi più malati: nell'assalto di Soo-hyun all'hotel dell'amico di Kyung-chul si scopre un altro un grottesco scenario di torture, che all'agente del NIS interessa ormai solo in quanto tappa della sua preda.

La regia di Kim Ji-woon sfodera uno stile più asciutto del solito, limitando i virtuosismi ai momenti più intensi, controllando l'escalation di violenza con un montaggio nervoso: le sequenze del primo scontro tra i due, in una specie di duello nella serra, così come la feroce uccisione dei due sprovveduti ladri di taxi da parte di Kyung-chul, che si svolge in due rotazione di camera, confermano la forma del regista coreano che esce vincitore dal confronto con un altro genere cinematografico.