Il canto degli uccelli | Film | Recensione | Ondacinema

Ondacinema

recensione di Diego Capuano
7.5/10

Sono il più delle volte illustrissimi i personaggi di Albert Serra. Tramandati da libro in libro, da secolo in secolo, che siano essi realmente esistiti o di mera fantasia, sono perlopiù note le cronache e le disavventure che hanno attraversato. Il cineasta, allora, si serve di tali figure per attuare una duplice mossa preventiva: il rifiuto di un canonico film biografico e l’abolizione della conseguente reinterpretazione di risaputi fatti.
Dichiara di obbedire al metodo creativo del suo grande connazionale Pablo Picasso, ovvero del mettersi in attesa e fare in modo che i fatti avvengano per farsi poi creazione, imbastire un immaginario cogliendo le ispirazioni del momento, gli attimi che lui stesso non sapeva potessero accadere. Fare del cinema con un piglio che lo spettatore ritroverà guardando poi i suoi film.
A differenza del precedente Don Chisciotte e dei successivi Casanova, Dracula e Luigi XIV, i Re Magi de "Il canto degli uccelli" sono personaggi marginali dell’universo che abitano – la storia del cristianesimo – e di cui poche cose si sanno. Per espandere il campo sono raccomandabili le visioni di "Cammina cammina" di Ermanno Olmi e del trasversale "I magi randagi" di Sergio Citti.
La macchina da presa di Serra segue alcuni momenti del loro viaggio (accennato dal Vangelo di Matteo, ma caratterizzato soltanto mediante successive tradizioni popolari), indotto e condotto dalla stella, che da Oriente li porterà a Betlemme, dal neonato Gesù.

Serra non ha bisogno di desacralizzare la materia proprio perché cattura un arco temporale dove la diffusione del cristianesimo nemmeno era contemplata.
Rispetto al precedente "Honor de cavallería" accade allora un curioso fenomeno: il regista allontana la macchina da presa dai suoi protagonisti ma al tempo stesso mai come in questa occasione abbraccia l’umanità (affettuosamente, si direbbe) degli stessi.
Comunica con loro come fossero entità astratte, fuori dall'epoca in cui abbiamo imparato a saperli, ma assolutamente lontani da riferimenti contemporanei. E se nel suo debutto nel lungometraggio l'uomo è ripreso a distanza ravvicinata, la stanchezza che affligge Chisciotte e Sancho contamina la sua opera seconda: dal colore al bianco e nero (ma il film è comunque stato girato in digitale), dalla im-mobile fisicità a fisse distanze siderali. I Re Magi (grandi saggi? anche astrologi? Qui non importa) entrano in scena quando vogliono e dicono ciò che vogliono (poco), indipendentemente da un obiettivo fermo, tanto da farne una visione dell'eterna attesa.

Nel porsi ad altezza d’uomo, nell’insieme i tre ci vengono restituiti come una sorta di continuazione donchisciottesca che azionandosi sovente al centro delle inquadrature animano un moto ritornante che in ottica prettamente filmica ridefinisce e consegna una parafrasi d’élite di Stanlio e Ollio: queste abbondanti figure manifestano – corporalmente ma anche nelle poche parole emesse – una goffaggine in tonalità da dormiveglia (non di onirismo) che, come non sempre accadrà nei successivi lungometraggi del regista spagnolo, contrapponendosi a canoniche direttive di quello che si è soliti definire "cinema da Festival", scavalca i sospetti di borioso manierismo. "Il canto degli uccelli" ha, per assurdo, dei Re Magi del popolo e per il popolo. Che nelle movenze profondamente umane rimandano palesemente ai frati di "Francesco, giullare di Dio" di Roberto Rossellini: nei corpi stanchi, appesantiti e rotolanti ma determinati, vi è una inconsapevolezza che suggerisce la somma del movimento come grande gioco, cinematografico ed eluttabile per come destinato a una meta unica. Come dire: il gioco della vita e un film sulle possibilità e le eventuali capacità di avere fede. Del credere e del saper guardare al di là della storia.
Il dilemma non è quello di vedere cosa e quando, ma di costringerci a stabilire una osmosi al rallentatore, in modo da rendere baricentro dell'azione un dialogo di nulla importanza, un soffio di vento, certamente il paesaggio, l’oscurità del buio che un lungo pianosequenza con macchina da presa fissa può rendere un fenomeno atmosferico che giunge a una bianchissima luce.

Viaggiatori per caso e senza un consapevole perché, i magi sposano allora la politica dell’autore che nel quotidiano vivere e filmare sceglie di donare ai suoi Maria e Giuseppe una iconicità che nella prima metà dell’opera veniva sottratta al suo immaginario; sebbene resti distante dalla figurazione presepiale, dominante nella nostra cultura occidentale. Quello della prostrazione dei magi è anche l’unico momento del film dove è utilizzata musica in colonna sonora: trattasi del brano "El cant des ocells" (da qui il titolo), nella rielaborazione strumentale del violoncellista Pau Casals. Un canto tradizionale natalizio catalano che, fin dal Medioevo, narrava della nascita di Gesù. La devozione dei Re Magi di Serra si fa qui assoluta e i tratti della composizione figurativa guardano a una nitidezza propria della pittura medievale. Ma è soprattutto mediante il complice scambio dei tre magi, nel loro cammino condiviso e nella discrezione dell’addio finale che il film trova la propria identità poetica.


25/05/2020

Cast e credits

cast:
Lluís Carbó, Lluís Serrat Masanellas, Lluís Serrat Batlle, Montse Triola, Mark Peranson


regia:
Albert Serra


titolo originale:
El cant dels ocells


durata:
98'


produzione:
Andergraun Films, Televisió de Catalunya


sceneggiatura:
Albert Serra


fotografia:
Neus Ollé-Soronellas, Jimmy Gimferrer


scenografie:
Jimmy Gimferrer


montaggio:
Àngel Martín, Albert Serra


costumi:
Maria Colomé, Jimmy Gimferrer


Trama
Il cammino dei tre Re Magi, alla ricerca del tragitto per raggiungere il bambino Gesù. Discutono, si raccontano curiosi sogni e fraternizzano mentre attraversano montagne e deserti. Fino all’arrivo dal neonato Messia.