Ondacinema

recensione di Mirko Salvini
7.0/10

A neanche una settimana dallo straordinario successo hollywoodiano di "Parasite" di Bong Joon-ho (quattro Oscar, fra cui quello più importante andato per la prima volta ad un film non in lingua inglese), arriva nelle nostre sale "Il lago delle oche selvatiche", film cinese presentato in concorso a Cannes lo stesso anno del film sudcoreano destinato a lasciare un segno nella storia dei premi cinematografici (grande soddisfazione per gli appassionati delle cinematografie far east i quali ricordano i tempi neanche troppo lontani in cui era difficile solo reperire certi titoli, figurarsi vederli premiati nelle manifestazioni più seguite). Diretto da Diao Yinan, famoso finora soprattutto per "Fuochi d’artificio in pieno giorno", trionfatore nel 2014 del Festival di Berlino, il film è un thriller che ha l’ambizione di raccontare quella parte di società cinese abituata a vivere ai margini della legalità.

Pur esordendo come sceneggiatore (ha co-firmato alcune opere di Zhang Yang), il regista, nato nel 1969, ha dichiarato che per i suoi film preferisce affidarsi più al linguaggio delle immagini che ai dialoghi, e vedendo i suoi lavori si è portati a credergli, visto che l'impressione è quella di un cinema indubbiamente notevole dal punto di vista visivo (merito anche della fotografia curata da Dong Jingsong che finora ha collaborato a tutti i suoi film) ma il cui senso generale rischia alla fine di essere un po' sfuggente. Certamente l'autore vuole mostrarci uno spaccato amaro della Cina contemporanea e in questo le sue opere possono avere diversi elementi in comune con quelle del più acclamato Jia Zhangkhe (Diao ha anche partecipato in veste di attore al più recente lavoro del collega, "I figli del fiume giallo") che comunque, almeno finora, hanno dalla loro una maggiore incisività.

Non che il film sia brutto o faticoso da seguire, visto che i suoi 113 minuti si segnalano per un ritmo abbastanza tirato; è solo che alla fine non è facile cogliere il senso di tutto quanto è stato raccontato. Ambientata a Wuhan (città in questo periodo molto presente nelle cronache), la trama sembrerebbe semplice: il gangster Zhou (la star televisiva Ge Hu), con un passato nelle patrie galere, viene coinvolto in una faida fra bande rivali e in un rocambolesco tentativo di fuga uccide, senza in realtà rendersene veramente conto, un poliziotto. Praticamente tutti, dalla malavita alle forze dell’ordine, lo cercano. Viene messa su di lui una taglia e un granitico capitano (interpretato da Fan Liao, già protagonista del precedente lavoro del regista) guida quella che si può tranquillamente definire una caccia all’uomo. L'unica figura che mostra empatia nei confronti del protagonista, un uomo i cui trascorsi criminali hanno portato ad allontanarsi anche dai propri cari, è Liu (Gwei Lun-mei, attrice sempre interessante) una "signorina della spiaggia", espressione che indica la prostituzione esercitata proprio sulle sponde del lago che da al film il suo titolo internazionale (quello originale molto più prosasticamente può essere reso come "Appuntamento alla stazione sud", con riferimento al luogo dove avviene il primo incontro fra i due protagonisti) incaricata dal boss di Zhou di consegnargli un messaggio. Tra l’uomo in fuga, che sembra non avere nulla da perdere, e la donna di vita, per la quale la sopravvivenza è una sfida, si instaura un forte feeling e gli eventi dimostreranno che sono l’uno per l’altra le uniche persone sulle quali possono veramente contare, anche se il cerchio intorno a loro a poco a poco si stringe e i soldi in ballo sono una tentazione alla quale difficilmente resistere (o forse no…). Nella storia si sentono echi del cinema noir, dei film di Fritz Lang o di Walter Hill, e Diao Yinan subisce senza dubbio il fascino delle scene notturne illuminate al neon, come del resto diversi registi suoi connazionali. Le sequenze d’azione sono realizzate in maniera efficace (in particolare quella che inizia sulle note dei Boney M) e l’utilizzo di armi non convenzionali che il protagonista sceglie per togliersi dai guai dimostra sicuramente una certa inventiva (vedasi la scena con l'ombrello che farebbe la gioia di Takashi Miike). A film finito resta un senso di amarezza per questa storia di destini ormai segnati (fortunatamente il finale consente di conservare un briciolo di fiducia negli esseri umani), poi ripensando a quei cappelli per signora che galleggiano nell’acqua e a quelle scodelle di spaghetti fumanti su cui si insiste molto ti viene il dubbio di non aver effettivamente afferrato tutto quello che il regista ha voluto suggerire.


14/02/2020

Cast e credits

cast:
Ge Hu, Kwei Lun-Mei, Fan Liao, Regina Wan, Dao Qi, Jue Huang, Chloe Mayaan, Zhang Yicong


regia:
Diao Yinan


titolo originale:
Nan Fang Che Zhan De Ju Hui


distribuzione:
Movies Inspired


durata:
113'


produzione:
Green Ray Films


sceneggiatura:
Diao Yinan


fotografia:
Dong Jingsong


scenografie:
Liu Qiang


montaggio:
Kong Jinlei, Matthieu Laclau


costumi:
Li Hua


musiche:
B6


Trama
Un gangster in fuga è inseguito da malavitosi e polizia. Una prostituta è l'unica persona disposta ad aiutarlo
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