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6.5/10
Le speranze, che perlopiù restano tali, qualche volta si avverano. Questo il tema del quarto film di Edoardo De Angelis, che torna a raccontare una storia di emarginazione e tentato riscatto dopo "Indivisibili", rispetto al quale "Il vizio della speranza" si pone in un solco di marcata continuità. Numerosi i punti di contatto: protagonisti (eroine femminili), difficoltà oggettive (povertà e isolamento), difficoltà soggettive (una particolare condizione somatica), un ostacolo principale (l’avidità del mondo), un obiettivo principale (esercitare la propria libertà di scelta) e un ambiente in comune.

Infatti "Il vizio della speranza", come il precedente, si svolge sul litorale domitio, luogo noto alla cronaca per le problematiche di integrazione, povertà, criminalità e droga. De Angelis ne fa un ritratto impietoso, distopico come a volte sa essere soltanto la realtà, una realtà congelata in una fotografia iperrealista dai colori crudi, dai contrasti violenti. Qui tra le paludi del Volturno, in una comunità orfana dello stato di diritto, dominata dai racket della droga e della prostituzione, Maria (una ottima Pina Turco) ha il compito di sorvegliare alcune prostitute e traghettarle nel luogo in cui i loro figli saranno partoriti e venduti al miglior offerente. Mulier mulieri lupa, in questo microcosmo quasi interamente femminile in cui persino la generazione è subordinata a logiche di profitto. Emarginazione, esotismo urbano e degrado sono le coordinate tipiche della poetica pasoliniana, ma rispetto a Pasolini qui persiste un elemento alieno: la speranza, che Maria conosce quando si scopre incinta e fugge dalla pericolosa Zi' Mari'.

Comincia così una fuga randagia, accidentale, ripresa a stretto giro di passo da una steadicam fluida che pedina Maria, le ruota intorno come per contenerla mentre si apre una via d’uscita tra le baracche fatiscenti, i canali, gli argini traboccanti di rifiuti, sfruttando la spinta centrifuga per guadagnare un punto di vista alternativo – proprio come quando sale sulla giostra. Ecco allora che il percorso della protagonista verso il concepimento (scandito da un’onomastica mariana: Maria, Fatimah, Virgin…) assume un’evidente valenza universale, rappresenta un cammino di salvezza. La tensione verso il sacro si palesa anche nella colonna sonora di Enzo Avitabile, di grande suggestione e bellezza anche se un po’ invadente; nelle sonorità ancestrali del compositore napoletano, costruite a partire dalla musica sacra popolare del 1700, si ritrova intatta la comunione ossimorica tra mondano e divino, temporale ed eterno, che il film però non sempre mantiene in equilibrio. Infatti a lungo andare toni solenni e facili allegorismi abbassano il récit al rango di parabola, e in tutta franchezza è difficile salvare il melodrammatico finale in cui figurano eventi prodigiosi e monologhi da sceneggiata.

I difetti dell’intreccio non devono però eclissare i meriti di un film che rivela senso estetico e coerenza poetica, mostrando della speranza soprattutto la virtù - a dispetto del titolo. In bilico tra le atmosfere di Garrone e l’occhio clinico di Ferreri, Edoardo De Angelis confeziona un racconto sospeso fra crime fiction e antropologia, di indole ecumenica, che conferma le voci della Campania tra le più ispirate del cinema italiano contemporaneo.


Cast e credits

cast:
Pina Turco, Massimiliano Rossi, Marina Confalone, Cristina Donadio, Marcello Romolo


regia:
Edoardo De Angelis


distribuzione:
Medusa Film


durata:
90'


produzione:
Tramp Ltd., O' Groove, Medusa Film


sceneggiatura:
Edoardo De Angelis, Umberto Contarello


fotografia:
Ferran Paredes Rubio


scenografie:
Carmine Guarino


montaggio:
Chiara Griziotti


costumi:
Massimo Cantini Parrini


musiche:
Enzo Avitabile


Trama
Nelle paludi del Volturno, in un insediamento fatiscente dominato dal racket della droga e della prostituzione, Maria controlla alcune prostitute per conto della pericolosa Zi' Mari'. Quando si scopre incinta, è costretta a scegliere tra l'aborto e la fuga
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