CAST & CREDITS

cast:
Remo Girone, Toni Servillo, Sarah Felberbaum, Renato Carpentieri

regia:
Andrea Molaioli

distribuzione:
BIM

durata:
110'

produzione:
Indigo Film - Babe Films - Rai Cinema

sceneggiatura:
Ludovica Rampaldi - Gabriele Romagnoli - Andrea Molaioli

fotografia:
Luca Bigazzi

scenografie:
Alessandra Mura

montaggio:
Giogiò Franchini

costumi:
Rossano Marchi

musiche:
Theo Teardo

Il gioiellino | Recensione | Ondacinema

Il gioiellino

di Andrea Molaioli

drammatico, Italia/Francia (2010)

di Piero Calò

Voto: 7.0

Grande attesa per la seconda opera di Andrea Molaioli che aveva positivamente impressionato prima la critica e poi anche il pubblico italiano con il suo esordio, "La ragazza del lago”.
L’attesa è stata, a conti fatti, premiata.
La collaudata ditta costituita da Nicola Giuliano (produttore della Indigo Film, quello di Paolo Sorrentino per intendersi), Theo Teardo (compositore), Toni Servillo e Luca Bigazzi alla fotografia, ha messo insieme il suo, di gioiellino: un film armonico, avvolgente, privo di sbavature e addirittura riconoscibile dallo stile pur trattandosi di un quasi esordiente.

Amanzio Rastelli (Remo Girone) è il capitano di una grande azienda alimentare (la Leda).
“Uomo che si è fatto da sé” partendo da una salumeria, Amanzio è un capitalista patriarcale, creativo, duro ma allo stesso tempo ingenuo e in ultimo anche “religioso”, almeno di quel tanto da fargli considerare “l’Azienda” come la sua creatura sul quale riversare un culto laico e condiviso da tutti.
Il ragionier Botta (Toni Servillo) è il camerlengo del gruppo: rigoroso, instancabile, affascinante con quei capelli al vento che lo ringiovaniscono di un lustro almeno, smagato e depositario del mistero della fede, i numeri che, secolarizzati pure loro dal relativismo così tanto di moda, annunciano l'avvento della “finanza creativa”.
Laura Aliprandi, nipote di Amanzio (Sara Felbelbaum) è il nuovo che avanza: bella in gonnella e quattro dita di pelo sullo stomaco, quello per cui la ceretta è fortemente sconsigliata e anzi è consigliato coltivarserla come una colonia di batteri.
Tre personaggi-linee guida che sono l’ennesima variazione sul tema “dalle stelle alle stalle”.
E le stalle rendono bene l’idea della caduta perché la vicenda è “ispirata” al crac della Parmalat, quindi alle mucche da latte che in una delle sequenze più drammatiche vediamo placidamente scioperare.

Sul crac Parmalat siamo, chi più chi meno, mediamente informati perché grande fu il clamore che suscitò, soprattutto per quelle centinaia di migliaia di piccoli risparmiatori truffati da un titolo di Borsa in teoria tra i più affidabili.
Ne sappiamo abbastanza da riconoscere la disinvolta ricostruzione degli sceneggiatori Rampaldi, Romagnoli e lo stesso Molaioli, come un'operazione di scrittura creativa che ha riletto non tanto i fatti quanto i personaggi della storia, raccontati con una certa benevolenza che li manda quasi assolti.

C’è qualcosa di ancora poco chiaro in Molaioli, un fruscio strano della sua moneta che fa temere il falso, una nota stonata che, a volte, si ravvisa anche nel suo collega più prossimo e noto, Paolo Sorrentino: un’eleganza sia filmica sia di scrittura che li porta ad insinuare invece di dichiarare, suggerire invece di accusare, insomma di essere un po’ furbetti.

È abbastanza evidente che la tesi de “Il gioiellino” è che la II repubblica è peggio della prima. Peggio perché ha perso ogni residuo di romanticismo, di coraggio e di percezione delle cose, tesi per cui non è più in questione il grande tema come, per esempio, “il futuro” ma il volgare gioco delle tre carte quale, sempre per esempio, “I futures”.
E se vi sta mancando il sempre doveroso e corretto accenno al Presidente del Consiglio, rassicuratevi: c’è, insieme alle sue barzellette e alla biblioteca della villa (Arcore supponiamo) intasata di libri farlocchi, di cartone pressato.

Molaioli insiste con la fotografia sovraesposta, un velo sottile di angoscia che è poi il suo tratto distintivo e che declina in tutte le tonalità del blu fino ai brillanti tappi di bottiglia e alla spia dello scanner mentre dall’altro lato della palette degrada nel verde marcio e nel nero quasi imperscrutabile, quasi come anche questo film fosse ambientato sulle rive di un perfido lago.
I protagonisti galleggiano, liberi di muoversi nello spazio filmico nel quale la cinepresa, spesso immobile, li registra oggettivamente quasi stesse raccogliendo anche lei prove contro di loro, come un’intercettazione telefonica.
Il montaggio, a stacco, segue spesso la partitura musicale di Theo Teardo che oggi è probabilmente il miglior compositore italiano per musiche da film (senza dimenticare che è soprattutto un produttore di elettronica molto stimato all’estero). Di grande cultura musicale, Theo è sicuramente debitore delle atmosfere di Scanner, Ikeda e di un po’ tutta la library della Warp.
Toni Servillo sostiene con la sua eterna disinvoltura l’ennesimo ruolo dalle mille sfaccettature e a questo punto rischia solo una certa tendenza alla gigioneria che alcuni critici rimproverarono anche a personaggi del calibro di Gian Maria Volontè (e a volte non sbagliavano) e Ugo Tognazzi (e qui si sbagliavano di grosso).
Alcune delle sue “considerazioni filosofiche” si imprimono nella memoria come battute shakespeariane, quali l’augurio “a voi e alle vostre famiglie di una morte lenta e dolorosa”, rivolto ai “giornalisti di merda” oppure l’iper-usurato aneddoto su Rockfeller e la sua fortuna, storiella che non staremo a raccontare ma che abbiamo sentito in molte versioni, a cominciare da quella indirizzata all’allor giovane Gianni Agnelli.

Di Molaioli registriamo ancora un altro dubbio: la misoginia. Sarà probabilmente casuale ma le donne confuse e infelici de “La ragazza del lago” non si riscattano ne “Il gioiellino”:la giovane Aliprandi è, a essere buoni, cinica e rampante; poi ci sono le escort (russe) e infine le brave mogli di questi corsari del capitale che, come minimo, risultano ingenue se non proprio stupide.

Comunque lo promuoviamo, lui e il film; e anche Remo Girone, ripescato dall’oblio e perfettamente a fuoco nella parte, con la sua inconfondibile voce bassa e triste, con il suo volto tragico e segnato. E anche Renato Carpentieri, da sempre ottimo caratterista.
Dopo il secondo film di Di Gregorio, promuoviamo anche il secondo di Molaioli con la speranza che questo ottimo incipit del cinema italiano del 2011 non sia un fuoco di paglia.
Forse Di Gregorio risulta umanamente più simpatico di Molaioli e così il suo cinema. Di certo non dobbiamo mica sposarcelo ma ci spiacerebbe diventasse un presuntuoso del calibro di Guadagnino che con “Io sono l’amore” sembra aver convinto anche troppi addetti ai lavori, specialmente all’estero.

Chiudiamo con un quiz: chi è Zizinho? Abbiamo pensato a Faustino Asprilla le cui giocate funamboliche e spesso sterili assomigliano molto ai “bond” della Parmalat. O forse è Crespo? Buffon? Cannavaro? Stoichkov? Daniele Zoratto? Mah..