CAST & CREDITS

cast:
Guri Alfi, Noah Silver, Mark Ivanir

regia:
Eran Riklis

distribuzione:
Sacher

durata:
103'

produzione:
2-Team Productions, EZ Films, Pie Films

sceneggiatura:
Noah Stollman

fotografia:
Rainer Klausmann

scenografie:
Yoel Herzberg

montaggio:
Tova Asher

costumi:
Li Alembi, Adina Bucur

musiche:
Cyril Morin

Il responsabile delle risorse umane | Recensione | Ondacinema

Il responsabile delle risorse umane

di Eran Riklis

drammatico, Israele/Germania/Francia (2010)

di Claudio Zito

Voto: 6.0
Quella israeliana è una cinematografia frizzante e giovane, che solo da pochi anni comincia ad affacciarsi timidamente nel panorama internazionale. Niente a che vedere, insomma, con la letteratura connazionale, punto di riferimento della cultura e del dibattito politico mondiale, con almeno tre autori in odore di premio Nobel. Inevitabile dunque che i registi tentino di confrontarsi con essa. Di recente il poco noto Oded Davidoff si era cimentato nella trasposizione di un libro per bambini di David Grossman ("Qualcuno con cui correre"), ora è uno dei cineasti israeliani di punta, Eran Riklis, ad adattare un best seller di Abraham Yehoshua, l'irrisolto e atipico "Il responsabile delle risolse umane".

Del romanzo il regista mantiene la linea narrativa principale - per entrambi la riflessione sul terrorismo è sullo sfondo (il responsabile cambia subito canale, quando si imbatte nella notizia di un attentato), "noncuranza" riscattata dall'attenzione per la vittima, unico personaggio ad avere un nome e un cognome e non esclusivamente un ruolo - ma apporta al contempo modifiche sostanziali. Il proprietario del panificio diventa la sua vedova, relegata però a un ruolo marginale, personaggi come la madre del protagonista spariscono. Lo stile del film risulta più compatto e coerente - i tre atti d'origine divengono un atto unico - c'è poca traccia dello straniamento kafkiano presente nel testo, l'umorismo è ridotto ai minimi termini (appannaggio del solo giornalista al seguito del dirigente), le stucchevoli diatribe sulla bellezza della donna defunta sono espunte.

Il cambiamento più significativo è però nel cognome e nella nazionalità di quest'ultima. La conseguenza è uno spostamento dell'ambientazione di gran parte del film, da un paese baltico non specificato a una riconoscibile Romania. Il nuovo luogo consente di accentuare ulteriormente le differenze rispetto al paese di partenza a un regista che ha sempre fatto della riflessione sulle questioni etniche, di confine, linguistiche, religiose e sulla convenzionalità e assurdità delle stesse il marchio di fabbrica della propria poetica. Al road movie esistenziale alla Wim Wenders si affianca così il film didattico antropologico che può ricordare l'opera di Fedorchenko vista all'ultimo Festival di Venezia, centrata sul rito funebre di un popolo a molti sconosciuto. Rimane, comunque, il tema della responsabilizzazione caro allo scrittore.

L'esito complessivo colpisce per delicatezza e sensibilità. Peccato che non ci sia un personaggio sviluppato a dovere, che i rapporti interpersonali - specie quelli familiari in cui Yehoshua è maestro - siano solo abbozzati, che le tappe del viaggio siano tutte risolte in maniera sbrigativa, che la noia faccia spesso capolino (i film precedenti del regista erano narrati con più forza e densità). Ancora una volta, l'impressione è che Eran Riklis abbia nelle proprie corde il lungometraggio memorabile, ma che gli manchi sempre qualcosa.

Al cinema grazie alla Sacher di Nanni Moretti, che però non garantisce una distribuzione adeguata. Mentre il doppiaggio falsa un po' il multilinguismo del film.
Vincitore di cinque Ophir, i massimi premi del cinema in Israele e del premio del pubblico a Locarno, è il candidato all'Oscar per il suo paese.