CAST & CREDITS

cast:
Zrinka Cvitešić, Leon Lučev, Ermin Bravo, Mirjana Karanović, Marija Kohn, Nina Violić, Jasna Beri

regia:
Jasmila Žbanić

distribuzione:
Fandango

durata:
100'

produzione:
Pandora Filmproduktion, Eurimages, Deblokada, Austrian Film Institute, Medienboard Berlin-Brandenbur

sceneggiatura:
Jasmila Žbanić

fotografia:
Christine A. Maier

scenografie:
Maglajlic Lada, Amir Vuk

montaggio:
Niki Mossböck

costumi:
Lejla Hodzic

musiche:
Brano Jakubovic

Il sentiero | Recensione | Ondacinema

Il sentiero

di Jasmila Žbanić

drammatico, Bosnia-Erzegovina/Austria/Germania/Croazia (2010)

di Diego Capuano

Voto: 6.0
Negli ultimi venti anni - più precisamente dal 1993, anno di uscita di "Schindler's List" di Spielberg - il cinema ha sfornato una quantità ragguardevole (eccessiva?) di film sull'Olocausto, imparando a ragionare sulle rovine del passato, sulle ineluttabili tragedie e i graffi della Storia che durano da decenni. Probabilmente si corre un rischio ancor maggiore a voler raccontare guerre recenti, che ancora bruciano nelle anime di chi le ha vissute, tenendosi però a debita distanza dai campi di battaglia. Rappresentare dunque il presente filtrato attraverso il ciò chè è stato il recente passato. Un'operazione che sulle rovine della seconda guerra mondiale ci ha regalato capolavori a noi molto cari: da "Ladri di biciclette" a "Paisa", l'elenco sarebbe corposo.
Per raccontare i conflitti bellici più recenti il cinema contemporaneo predilige i conflitti interiori di chi c'era e chi c'è.

La guerra in Bosnia-Erzegovina (1992-1995) arrivò dopo diverse altre guerre jugoslave ed è al centro del film "Il segreto di Esma" (2006), primo lungometraggio di Jasmila Žbanić: nata a Sarajevo, la giovane regista sapeva di cosa parlava.
Il suo successivo "Il sentiero" è un film speculare al precedente, pur con delle differenze che vale la pena sottolineare. Lo stato di belligeranza è ormai ammortizzato, ha contaminato l'Io del singolo,  nonché del collettivo, non è esplicato ma macera e lacera silenziosamente.
Rispetto al film precedente l'approccio della regista è vagamente più composito e meno fisico. La macchina da presa alterna dunque traiettorie che stanno addosso ai protagonisti con inquadrature fisse, piani sequenza, campi lunghi (soprattutto nel blocco ambientato al villaggio). Resta la cura dei particolari simbolici (il cibo, le noci schiacciate, vari utensili domestici) e metafore evidenti: non è certo un caso che l'incontro tra Amar e il suo vecchio amico dei tempi della leva militare, Bahrija, avvenga tramite una colluttazione automobilistica. Il film, però, non parla di fondamentalismo islamico, non è tanto una parabola per tracciare la via giusta, eludendo le scelte sbagliate. E' piuttosto un grido di libertà, di fuga da qualsiasi costrinzione che attanaglia l'indipendenza del cittadino nella Bosnia di oggi (ma, certo, è un discorso che si presta a espandersi in qualsiasi territorio mondiale, o quasi).

Il film può essere idealmente diviso in tre tronconi, comunque comunicanti e ricchi di nessi e analogie. Fin dalle prime immagini la Žbanić vuole introdurci nella quotidianità di una coppia comune, Luna e Amar, e nella loro intimità: lei fa la pipi' mentre lui fa la doccia, fanno l'amore, parlando dei piccoli e grandi problemi della vita di tutti i giorni. La seconda parte si apre con un leggero incidente automobilistico, stabilisce le distanze tra la coppia e sfocia in un blocco finale dove l'incomunicabilità crea una frattura difficilmente sanabile se immobilizzata dalle condizioni assunte. La religione è un presupposto (anche se forte e significativo): l'incontro tra Amar e l'ex amico avvenne, per l'appunto, in tempo di guerra, una ferita che l'uomo sembrava aver parzialmente rimosso, ma che ha invece contagiato anche il suo inconscio, controbilanciato dalla autodeterminazione di Luna, pronta per un futuro speranzoso, per mettere al mondo un figlio incontaminato dai traumi nazionali che ancora soffocano il suo paese.

Convincente nel descrivere la quotidianità della coppia, "Il sentiero" arranca quando deve affrontare i disagi dei personaggi, quando il racconto evade dalla sfera intimista e giornaliera, dovendosi fare discorso ampio, di morte e resurrezione di una nazione. Il valore della testimonianza resta fuori discussione, ma a emergere davvero è forse soltanto il ritratto di una donna: lo scavo nella Luna di Zrinka Cvitešić è forse parziale, ma resta vivo e vibrante anche al di là della forza narrativa del film.