CAST & CREDITS

cast:
Alberto Amarilla, Kenji Kohashi, Francesco Martino, Silvia De Santis, Francesco Carnelutti, Alex Angulo, Geraldine Chaplin, Leticia Dolera, Oona Chaplin, Jun Ichikawa

regia:
Stefano Bessoni

distribuzione:
Medusa

durata:
109'

produzione:
Pixstart, Telecinco, Industrial Illusion Distribution Ltd

sceneggiatura:
Stefano Bessoni, Luis Alejandro Berdejo

fotografia:
Arnaldo Catinari

scenografie:
Briseide Siciliano

montaggio:
Raimondo Aiello

costumi:
Alessandra Torella

musiche:
Zacarias M. de La Riva

Imago Mortis | Recensione | Ondacinema

Imago Mortis

di Stefano Bessoni

horror, Italia/Spagna/Irlanda (2006)

di Alessandro Baratti

Voto: 6.5
Fortemente debitore del nuovo horror spagnolo (i barocchismi visionari di Guillermo Del Toro) nonché, in misura minore, della Nouvelle trouille francese (la spazialità fantasmatica di Pascal Laugier), "Imago mortis" è il secondo lungometraggio di Stefano Bessoni, anche se il suo primo lavoro, "Frammenti di scienze inesatte" (2005), non ha mai trovato distribuzione in sala.

Ghost story a discreto tasso di emoglobina, "Imago mortis" ruota attorno al thanatoscopio, strumento capace di ricavare dal bulbo oculare di un morente l'ultima immagine stampatasi sulla retina. Presentato nel film come antesignano della fotografia, il macchinario elaborato dal leggendario scienziato-alchimista Girolamo Fumagalli consta di due parti: un micidiale elmetto cavaocchi e una minuscola camera obscura per fissare su vetro fotosensibile l'immagine trattenuta dalla retina del cadavere. La thanatografia che ne risulta, vero e proprio fotogramma che utilizza la retina a mo' di negativo, entra inevitabilmente in risonanza con il procedimento cinematografico, sorta di thanatoscopio continuato anche se un po' meno mortifero.

Complice l'ambientazione in una scuola di cinema (eloquentemente intitolata a Friedrich Wilhelm Murnau), la continuità tra thanatografia e cinematografia è spinta all'estremo: grazie alle rivelazioni della proprietaria dell'istituto, la Contessa Orsini (Geraldine Chaplin), Bruno (Alberto Amarilla) e Arianna (Oona Chaplin) scoprono che lo strumento rinvenuto nella grotta della morte è l'originale di Fumagalli facente parte dei materiali di scena di una vecchia pellicola espressionista rimasta incompiuta, materiali comprati all'asta degli UFA Studios dalla stessa Orsini e comprendenti la sceneggiatura del film. L'anziana proprietaria racconta inoltre che il professor Olinski (Alex Angulo), invaghitosi del copione, si mise in testa di dirigere personalmente la pellicola su Fumagalli, coinvolgendo nella lavorazione i membri della scuola: lei come produttrice, Astolfi (Francesco Carnelutti) alla fotografia, il figlio di Astolfi come aiuto regista e la sua giovane fidanzata nei panni della ragazza sottoposta all'esperimento. A causa di un tragico incidente anche questo film fu interrotto, ma il girato che resta è ancora custodito negli archivi della scuola.

Su questa traccia metalinguistica suggerita a partire dai titoli di testa, l'intrigo di "Imago mortis" oscilla tra esoterismo macabro (la recrudescenza dei rituali tanatografici nell'istituto) e strisciante arrivismo scolastico (l'ambito ruolo di regista del cortometraggio di fine corso), mantenendo l'ambiguità tematica fino alla conclusione, nonostante la seconda componente tenda a recuperare massicciamente la prima. Non tutte le parti tuttavia tengono alla stessa maniera: se la prima sezione (dal rientro dalle vacanze alla scoperta del thanatoscopio) inanella situazioni di crescente e palpabile angoscia (la prima apparizione fantasmatica, l'escursione nella grotta), il secondo segmento (dalla scomparsa del thanatoscopio alla comparsa della figura incappucciata) segna visibilmente il passo perdendosi in episodi piuttosto gratuiti e sfilacciati (la scoperta dell'agnello squartato, la probabile morte di Orfeo), mentre l'ultimo terzo (dalla tortura dei due studenti giapponesi al finale) precipita rovinosamente in soluzioni assai goffe e in momenti di comicità involontaria (il rientro in scena di Astolfi, l'assurdo teatrino della thanatografia perfetta).

Benché questa disomogeneità nuoccia non poco al film, impedendogli di fare saldamente presa sullo spettatore, la regia di Bessoni, spalleggiata dalla fotografia livida di Arnaldo Catinari, ha una sua aerea e avvolgente eleganza (gli scorci verticali sulle scale, i carrelli laterali all'esterno dell'istituto, le continue variazioni di angolazione durante le esplorazioni di Bruno), testimoniando una spiccata abilità a saturare gli spazi vuoti di inquietudine e valori ansiogeni. Aspettiamo dunque con ragionevole ottimismo il prossimo film del quarantatreenne cineasta romano, possibilmente con uno script meno periclitante e scombiccherato.

(In collaborazione con Gli Spietati)