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7.0/10
Innanzitutto una premessa: quando un cineasta riesce a passare con disinvoltura da un adattamento di Maupassant in costume a un film politico profondamente ancorato all'attualità, sicuramente ha in dote un talento fuori dall'ordinario. Se poi aggiungiamo che lo stesso autore dimostra una solida abilità nella messa in scena sia in un caso sia nell'altro, a quel punto bisogna concludere che il francese Stéphane Brizé è un regista con cui chi ama il grande cinema deve necessariamente fare i conti.

Certo, il suo è un cinema non esente da difetti. Il suo voler scrivere troppo, a volte, trasforma la realizzazione finale in un lavoro eccessivamente freddo e calcolato, in cui tutto è talmente collocato al momento giusto, nel posto giusto, che noi spettatori siamo sul punto di esclamare qualche espressione di disappunto. Ma il cineasta nativo di Rennes è così: prendere o lasciare. È un autore che non scende a compromessi con il volere comune, né tantomeno con una qualsiasi convenzione comunemente accettata. Eppure, la sua arte cinematografica rincorre la storia della Settima arte: che si tratti di un melodramma ambientato nella Francia di fine Ottocento oppure di un dramma sociale nel pieno dell'epopea macroniana al potere, Brizé scrive e dirige pellicole pienamente inquadrate nel cinema di genere. Anche se le regole generali diventano materia da plasmare e personalizzare di volta in volta.

"En guerre" è un film che ripresenta tutti i difetti del cinema di Brizé: l'eccessiva programmaticità dell'incedere narrativo, l'artificiosità di alcune svolte di sceneggiatura, una velata ombra di sadismo e compiacimento nell'esasperare la messa in scena del dolore umano. Ma "En guerre", nel 2018, è anche un'opera fondamentale nella sua semplicità e immediatezza, perché, mentre molti colleghi del francese sono tornati a raccontare, nei loro lungometraggi, le conseguenze striscianti della discriminazione sociale e culturale che pervade la nostra contemporaneità, Brizé non guarda al mondo del presente in modo obliquo e incindentale, ma fa irrompere la drammaticità dei rapporti di lavoro esistenti in primo piano. Ecco l'importanza di questo film: il cinema politico, nella sua accezione militante, torna ad essere protagonista, nella coralità del suo racconto e nella concretezza dei problemi messi in campo.

La storia è quella di un grande stabilimento industriale, di proprietà di un gruppo tedesco, che sta per chiudere. Siamo nella Francia che cerca di riprendersi a fatica dalla grande crisi del 2008, dove diverse regioni sono economicamente in ginocchio per l'impossibilità di ricollocare lavorativamente migliaia di operai rimasti disoccupati. Lo stabilimento Perrin è la speranza per salvaguardare il futuro di circa un migliaio di famiglie. Ma da una parte i proprietari sono determinati e non sentono ragioni, dall'altra i lavoratori non hanno nulla da perdere. Eccola, dunque, la guerra di Brizé. Guidati da Eric Laurent, carismatico veterano dello stabilimento, gli operai iniziano una lunga protesta che punta a bloccare a oltranza la produzione e il trasferimento delle merci.

Brizé alterna con piglio quasi documentaristico i serrati confronti sindacali, fuori e dentro la fabbrica, con i (pochi) momenti di vita propria di Eric e di qualche suo collega. Il tutto inframmezzato da inserti giornalistici tratti dall'all news francese Bfm.Tv, in pieno stile mockumentary. Ed è un'ottima idea perché, oltre che preservare il ritmo serrato, permette al regista-autore di evitare tutto il solito armamentario di didascalie vere o presunte che spesso si devono sopportare in pellicole di questo genere. Brizé gira con rabbia controllata: i suoi movimenti di macchina, i suoi stacchi di montaggio ruvidi e improvvisi corrispondono al nervosismo latente che si respira in ogni riunione. Ci sono incontri fra lavoratori che sono in disaccordo sulla linea da tenere, incontri con i rappresentanti del governo, incontri con gli uomini della Confindustria francese, fino all'ultimo vertice, quello dove il finanziere tedesco Hauser viene costretto a sedersi al tavolo. È un cinema parlatissimo, quello di "En guerre", e nei dialoghi che Brizé ci fa ascoltare c'è tutto il passato e il presente di successi e fallimenti dell'eterna lotta di una classe operaia che cerca di ribadire le proprie ragioni di fronte alle fredde e inflessibili "leggi del mercato" (quelle stesse leggi che, invece, pretendono flessibilità da chi deve lavorare e produrre).

Pur con tutti gli eccessi di cui dicevamo, "En guerre" è un film che deve essere visto e valutato con simpatia e comprensione piena, perché ha il coraggio di riscoprire concetti che sembravano definitivamente archiviati dal cinema contemporaneo. La militanza del regista è il limite in alcuni momenti, ma anche la vera forza motrice del racconto. E anche se alla fine il senso di amarezza che ci rimane è confermato dalla constatazione che il fronte operaio è destinato ad avere la peggio, è altresì esaltante accompagnare questo gruppo di coraggiosi combattenti nella loro tormentata via crucis. In chiusura, due parole per il divo Vincent Lindon, che interpreta il capopopolo, l'uomo che si fa anima e corpo di una protesta collettiva. "En guerre" sarebbe risultato probabilmente molto più elementare nella sua resa finale se nei panni del protagonista ci fosse stato un attore meno potente. Lindon ha il dono di dare vita vera e attuale a un personaggio che si immerge perfettamente in un tessuto sociale affollato da attori non professionisti. E insiste su un punto essenziale della contesa, il rispetto degli accordi: è su questo che il dissidio appare senza soluzione. Per Eric, è il mancato rispetto degli impegni presi che provoca l'imbarbarimento del mercato del lavoro. L'assenza di fiducia reciproca mina i rapporti economici, proprio come quelli personali.


Cast e credits

cast:
Vincent Lindon, Mélanie Rover, Jacques Borderie, David Rey, Olivier Lemaire, Isabelle Rufin, Bruno Bourthol, Sébastien Vamelle, Jean-Noel Tronc, Valérie Lamond


regia:
Stéphane Brizé


distribuzione:
Academy Two


durata:
113'


produzione:
Nord-Ouest Productions, France 3 Cinéma


sceneggiatura:
Stéphane Brizé, Olivier Gorce


fotografia:
Eric Dumont


scenografie:
Valérie Saradjian


montaggio:
Anne Klotz


costumi:
Ann Dunsford


musiche:
Bertrand Blessing


Trama
Nonostante i sacrifici finanziari dei dipendenti e l’aumento dei profitti dell’ultimo anno, i dirigenti della Perrin Industries decidono improvvisamente di chiudere una fabbrica. I 1100 dipendenti, rappresentati dal loro portavoce Laurent Amédéo, decidono di opporsi a questa drastica decisione, pronti a qualsiasi cosa pur di non perdere il posto di lavoro.