CAST & CREDITS

cast:
Robert Wieckiewicz, Benno Fürmann, Agnieszka Grochowska, Maria Schrader, Herbert Knaup, Marcin Bosak, Krzysztof Skonieczny, Milla Bankowicz

regia:
Agnieszka Holland

distribuzione:
Good Films

durata:
0'

produzione:
Schmidtz Katze Filmkollektiv, Studio Babelsberg, Zebra Films, The Film Works

sceneggiatura:
David F. Shamoon

fotografia:
Jolanta Dylewska

scenografie:
Erwin Prib

montaggio:
Mike Czarnecki

costumi:
Jagna Janicka, Nadine Kremeier, Katarzyna Lewinska

musiche:
Antoni Komasa-Lazarkarkiewicz

In Darkness | Recensione | Ondacinema

In Darkness

di Agnieszka Holland

drammatico, storico, Francia/Germania/Canada/Polonia (2011)

di Diego Capuano

Voto: 6.0

Nella Hollywood degli anni d'oro buona parte di registi e sceneggiatori, pur con passaporto americano, avevano puro sangue ebreo; erano il più delle volte nati in Europa. Mascherando ma non nascondendo le proprie origini, in lasciti scritti piuttosto che in frammenti audiovisivi nascosti nelle proprie opere, l'orrore dell'Olocausto era sempre e comunque una conseguenza che emergeva imperterrita.
Successivamente se il tempo ha parzialmente ma ingannevolmente assorbito certe scorie, il dipanarsi di uno sporco secolo si è impiantato nelle menti e nello sguardo di noi tutti. Le vergogne della Storia hanno fatto da monito per una coscienza collettiva che, comunque, non sempre ha saputo sedersi, riflettere, vedere. Hanno visto però bene cineasti in grado di coniugare moralità, dignità e una forma artistica alta ad una materia tanto rischiosa. E' accaduto nel corso del nuovo secolo con il polacco apolide Roman Polanski (Il pianista) e, soprattutto, nel 1993 con l'americanissimo ebreo Steven Spielberg (Schindler's List).

Nata a Varsavia nel 1948,  Agnieszka Holland dopo un inizio di carriera casalingo, restituì la Shoah per due volte sul grande schermo: "Raccolto amaro" (1985) e il più noto "Europa Europa" (1991, coproduzione franco-tedesca), immersione nella Germania nazista, vista attraverso gli occhi e le peripezie di un ragazzino ebreo.
Se  per la regista il salto nel cinema americano è stato infelice, nel corso del nuovo millennio la Holland ha instaurato un rapporto stretto e alto con la serialità americana, dirigendo episodi di "The Killing" e, soprattutto "The Wire", una delle più grandi serie tv della storia (con l'ideatore David Simon ha lavorato anche per il più recente "Treme"). Nonostante le mille insidie di Baltimora, resta ampio il passo tra la criminalità contemporanea e gli orrori dell'Olocausto.
Quando lo sceneggiatore David F. Shamon le proposte di realizzare "In Darkness", la regista rifiutò. Dopo varie versioni, la sceneggiatura prese forma e la regista accettò la sfida. Il dolore nell'approcciarsi alla Storia con le sue laceranti storie resta intatto, ieri come oggi. C'è sempre bisogno di ricordarlo ma al contempo è man mano più difficile fornire al pubblico nuovi stimoli, inediti spunti di riflessione. E' indubbiamente sterminata la quantità di storie, di destini, infinita la tela che li raccoglie e fa da libro da rendere alle future generazioni; ma resta un limite, una soglia invalicabile, un impervio tragitto la cui buona volontà non può rappresentare, come mirabilmente suggeriva il più grande film sull'Olocausto mai realizato: il fluviale documentario "Shoah" di Claude Lanzmann.

"In Darkness" è tratto dal libro "In The sewers of Lvov" di Robert Marshall, basato sulla vera storia di Leopold Socha (1909-1946) e ha come numi tutelari due precedenti pellicole: "I dannati di Varsavia" di Andrzej Wajda e, per l'appunto, "Schindler's List" di Steven Spielberg.
Il protagonista è un impiegato comunale addetto al controllo delle fogne e lo si vede descritto da più contraddizioni: buon marito ma furbastro, discreto padre ma ladruncolo. Nel 1943, a Lvov (città all'epoca polacca, successivamente aggregata al territorio sovietico), salvò dalle stragi e le deportazioni naziste un gruppo di ebrei, nascondendoli per anni nelle fogne. Da una parte la storia di questo piccolo grande Schinler polacco, dall'altra parte una buia ambientazione fognaria che ricorda da vicino quella del film di Wajda (che però riusciva ad essere al contempo più appassionante e più politico), contrapposta ad una cloaca (l'esterno) certamente più pericolosa e non meno grigia.

La Holland si affida a uno stile mobile, di nervoso realismo psicologico, scosso sovente da momenti che evitano quasi sempre il melodramma ricattatorio, ma raramente trovano una strada davvero urgente e originale. Alcuni simbolismi sono risaputi: i topi delle fogne che sfiorano gli ebrei sono meno lesivi e fetidi dei tedeschi, il buio delle fogne è meno oscuro di quello che aleggia alla luce di uno spento sole, il parto e una nuova vita che un giorno subirà le ferite della Storia, il sesso (sequenze non sempre richieste) come valvola di uno sfogo impossibilitato in date circostante di trovare amore. Se nella sua antinomia, grazie a una prova davvero convincente di Robert Wieckiewicz, quella di Socha è una variazione riuscita di Schindler, la globalità dell'umanita sullo sfondo (tedeschi ed ebrei) è decorosa. Anche se, dopo una prolissa parte centrale, il film trova un colpo di coda nell'immersione acquatica delle fogne dove indubbiamente, pur essendo lontani dal Pianista polanskiano, la lotta dell'uomo per la sopravvivenza acquisisce finalmente un interesse che va al di là della più ovvia - ma comunque doverosa - indignazione.