CAST & CREDITS

cast:
Richard Dreyfuss, François Truffaut, Teri Garr, Melinda Dillon

regia:
Steven Spielberg

distribuzione:
Julia e Michael Philips

durata:
135'

produzione:
Columbia

sceneggiatura:
Steven Spielberg

fotografia:
Vilmos Zsigmond

scenografie:
Joe Alves

montaggio:
Michael Kahn

musiche:
John Williams

pietra miliare

Incontri ravvicinati del terzo tipo | Recensione | Ondacinema

Incontri ravvicinati del terzo tipo

di Steven Spielberg

fantascienza, Usa (1977)

di Alessandro Corda

Quando "Incontri ravvicinati del terzo tipo" esce nelle sale, nel 1977, Steven Spielberg è un regista poco più che trentenne, con alle spalle tre film destinati a diventare icone del suo cinema: due road movie alternativi che si sviluppano tra la metafisica ("Duel") e il dramma familiare ("Sugarland Express") e un horror campione del box office che attinge alla letteratura americana tra Melville e Hemingway ("Lo squalo"). Grazie allo straordinario successo di quest'ultimo, Spielberg può godere di un budget molto elevato e realizzare quel film di fantascienza che aveva già girato a soli 17 anni, "Firelight", la cui storia era sempre rimasta in sospeso e da completare. Proprio per l'importanza del film decide di scrivere di proprio pugno la sceneggiatura, evento che rimarrà unico nella sua filmografia. Il cast tecnico inizia a comporsi di quei riferimenti che caratterizzeranno tutta la successiva carriera e diventeranno punti imprescindibili, come il montaggio (Michael Kahn) e la colonna sonora (John Williams).
"Incontri ravvicinati" si contrappone a molta fantascienza postbellica per il messaggio pacifista: la venuta degli alieni non è una minaccia ma una salvezza. Rispetto ai film di fantascienza degli anni 70, che scavavano tra le tensioni sociali, la Guerra Fredda, l'avvento dei computer e degli automi e raccontavano le distopie di un mondo in declino, la pellicola contrappone una visione luminosa e solare. La luce, infatti, diventa il leitmotiv di tutta la storia: i primi segnali della presenza degli alieni sono luci che compaiono da dietro una macchina o filtrano da una porta e abbagliano i personaggi. La luce diventa il segnale di conoscenza per raggiungere la verità. La fotografia di Vilmos Zsigmond illumina le scene notturne con luci naturali e rende alla perfezione la magia di un cielo stellato.
Questa pietra miliare è importante nella filmografia a venire perché è un film seminale nello stile e nei contenuti.


A proposito di cinema e di stile


È lo stesso Spielberg a definire questo film un "thriller d'avventura" e tale affermazione non è certo un understatement per sminuire tale lavoro, piuttosto un'affermazione ponderata. Il regista di Cincinnati conferma che il cinema dei generi è già finito: si può rimanere fedeli a regole canoniche, ma quello che conta davvero è la propria coscienza di narratore di storie. Il cinema è ormai al di là dei generi. La pellicola travalica i confini della fantascienza per lambire altri generi, come quelli dell'horror (la scena del primo incontro ravvicinato del piccolo Barry sembra tratta da un horror film) o del film d'avventura (l'inseguimento, il camuffamento con le maschere anti gas) fino ad arrivare al dramma. Questo spiega anche la presenza di tanti riferimenti cinefili (da Disney a De Mille). Tutta la pellicola diventa così un'allegoria del cinema non solo per la parte finale, definita da Spielberg come "un altro film" e concepita come un enorme set che viene allestito da un "vero" regista (Francois Truffaut) che si prende cura di ogni aspetto dell'esecuzione e dirige le riprese dell'evento, ma anche per la capacità del cinema di restituire intatte le persone e le cose filmate, a distanza di anni e decenni. L'astronave (come il cinema) riporta i piloti dell'aviazione americana così come si presentavano negli anni 40 e Roy Neary (Richard Dreyfuss) abbandona ogni senso della realtà per partire con gli alieni ed entrare così nell'eternità, senza più invecchiare, come fanno, d'altronde, i personaggi dei film che sopravvivono agli attori che li hanno interpretati.
Non si può scindere tale allegoria del cinema dallo stile visivo di questo film, in quanto diventa vero e proprio saggio e manifesto della poetica spielberghiana. Francois Truffaut accettò di lavorare a questa produzione americana non senza qualche dubbio che poi fugò al termine delle riprese anche per la possibilità di poter seguire, nei momenti di pausa dal set,  il suo "L'uomo che amava le donne". E Spielberg fa dire proprio a lui la celebre e programmatica frase "persone ordinarie in circostanze straordinarie" che diventa la pietra angolare su cui si costruisce gran parte del suo cinema. Quella delle persone ordinarie è l'America che Spielberg conosce meglio e che gli sta più a cuore, poiché lui stesso ne ha fatto parte: è quella della middle class del mid-west, lontana chilometri dalle grandi città e legata a valori tradizionali. Le circostanze straordinarie, invece, diventano in "Incontri ravvicinati" qualcosa di più importante della sola avventura, del pericolo o di uno studio del comportamento collettivo (come ne "Lo squalo"), toccano piuttosto valori assoluti, profondità primigenie, spazi ignoti non solo del cosmo ma dello spirito.
Uno dei tratti più riconoscibili del cinema spielberghiano è la gestione dello spazio, dove nei momenti di maggior pathos si ha l'irruzione in campo, di solito in primo piano, di un oggetto o una persona. Nella sequenza girata in India, interrogati da dove venivano le cinque note ascoltate, gli abitanti del posto indicano fuori campo il cielo con l'indice teso. Mani e dita bucano la base dello schermo conferendo una tensione inaspettata. Allo stesso modo le jeep che escono dalle dune, nel deserto del Gobi.
I carrelli laterali hanno la stessa funzione, con l'aggiunta di mostrare e dare informazioni allo spettatore. Si veda l'incipit in Messico, dove il primo ricercatore esce dalla macchina e si avvicina alla guardia messicana: dopo un carrello lungo una staccionata, il regista cambia punto di vista e avvicina l'inquadratura, come in soggettiva, verso la guardia e tutto ciò conferisce mistero e, nel contempo, mostra allo spettatore dove siamo.


A proposito di infanzia


L'arrivo degli alieni, come si diceva, non viene percepito come una minaccia ma come una speranza. Il messaggio è rivolto ai puri di cuore e a coloro che riescono a guardare oltre la propria immaginazione. In sintesi questi esploratori dello spazio si rivolgono ai bambini, non importa se piccoli o adulti. Quando Roy dice "Pinocchio mi ha fatto crescere" ci offre già la chiave di lettura: per poter crescere e raggiungere la conoscenza, bisogna adottare il punto di vista dell'innocenza. Per poter entrare in contatto con gli alieni e raggiungere la verità dei misteri, gli umani devono diventare bambini e regredire nei propri approcci. L'unico modo è incominciare a giocare con i modellini dei treni, il purè, l'argilla, un mappamondo (come in un gioco, i militari ne scardinano uno e lo portano lungo un corridoio per cercare la Devil's Tower) e, non da ultimo, con un motivo di cinque note composto da luci e suoni.
Un elemento giocoso è di sicuro la forma delle astronavi, ben lontane dal rigore delle forme di molti coetanei film di fantascienza. Ne vediamo di ogni sagoma, colore e dimensione: rotonde e a  rombi, piccole come una pallina da tennis e immense da coprire quasi tutto il cielo. È un tripudio di colori, quasi uno spettacolo pirotecnico. Ed è il piccolo Barry a decretare questa fantasia quando ne indica una a forma di cono gelato, perché i suoi occhi vedono l'elemento ludico spogliato da ogni tensione; come lo stesso regista da sempre lontano da ogni forma di intellettualismo e votato a rappresentare le cose nel modo più sincero e ironico.


L'arrivo dello straniero e l'Antico Testamento


L'epifania finale mostra l'arrivo di una moltitudine di alieni di piccola taglia, dei bambini che scendono dall'astronave giocosi: tutto ben lontano dallo sbarco di creature minacciose. Questa apparizione sembra chiudere un lungo gioco intavolato con gli umani e lo spettatore per tutto il film. Si tratta di un'immagine che tornerà nei film a venire e che può essere sintetizzata con la figura dello straniero che arriva da un luogo lontano e misterioso. Questo comporta, nella storia, il confronto con l'altro e la difficoltà a riconoscerlo in quanto altro. L'importanza dello straniero è legata ad una morale da sempre votata alla tolleranza ed elemento comune alla maggior parte della produzione successiva, da "E.T." ad "Amistad" fino ad arrivare al recente "Il GGG Il grande gigante gentile" , passando anche dall'episodio "Kick the can" di "Ai confini della realtà". In realtà in "Incontri ravvicinati" l'arrivo dello straniero altro non è che uno dei tanti riferimenti simbolici al mito e, soprattutto, alla Bibbia. Per esempio, la "Devil'Tower" evoca la montagna sacra, lo Ziggurat persiano, mentre l'attesa degli alieni sembra quasi l'avvento di una divinità.
Si può leggere infatti tutta la storia come una lunga e mistica attesa messianica che culmina con una teofania finale. "Incontri ravvicinati" sembra più vicino alla tradizione ebraica che pone la salvezza nel futuro e nell'arrivo del Messia. Il successivo "E.T.", invece, appare più prossimo al paradigma cristico: qui l'alieno scende subito dallo spazio, muore, risorge e ascende al cielo.
Al di là di queste interpretazioni, resta evidente la non casualità dei riferimenti all'Antico Testamento: l'appartenenza all'ebraismo è sempre stata una componente ben radicata fin dall'infanzia (il regista ha ricordato in molte interviste d'aver imparato a contare a tre anni con i numeri segnati sul braccio di un familiare sopravvissuto ai campi) e non bisognerà aspettare "Schindler's list" per scoprirlo.
Il film fu un grande successo e ottenne 9 candidature all'Oscar, vincendone due per la fotografia e gli effetti sonori. Esistono più versioni con pezzi aggiunti: quella originale del 1977, la Special Edition del 1980 e la versione definitiva del 1998.