CAST & CREDITS

cast:
Tony Leung, Andy Lau, Anthony Wong, Eric Tsang, Kelly Chen, Sammy Cheng

regia:
Andrew Lau, Alan Mak

distribuzione:
Buena Vista

durata:
101'

produzione:
Andrew Lau

sceneggiatura:
Alan Mak, Felix Chong

fotografia:
Lay Yiu Fai, Andrew Lau

scenografie:
Choo Sung Pong, Ching-Ching Wong

montaggio:
Pang Ching Hei, Danny Pang

costumi:
Lee Pik Kwan

musiche:
Chan Kwong Wing

Infernal Affairs | Recensione | Ondacinema

Infernal Affairs

di Andrew Lau, Alan Mak

thriller, Hong Kong (2002)

di Valerio Carta

Voto: 8.0

Un primo sguardo nell'heroic bloodshed, il nome che Rick Baker assegnò al caratteristico filone del cinema di Hong Kong che fonde action e crime, specialità della New Wave emersa nella seconda metà degli anni '80 sotto la sapiente guida di Tsui Hark, suggerisce che al bianco venga contrapposto il nero, come vuole l'antica filosofia orientale, che affonda le proprie radici nel concetto di Yin e Yang.

Da "The Killer" (1989) di John Woo passando per "A Hero Never Dies" (1998) di Johnnie To, il dualismo romantico tra personaggi di diversa estrazione sociale si è iscritto nel cuore delle pellicole dei registi locali, più simili ad artisti che ad artigiani. Tuttavia, la loro cinefilia, orientata verso l'occidente, con un occhio di riguardo per Peckinpah, Melville e per il cinema d'arte europeo, impedisce, sul piano narrativo, un'uniformità morale. Gli antieroi interpretati dalle stelle di casa, da Chow Yun-Fat a Tony Leung, malinconici e nostalgici, spinti da motivazioni fragili, non sono mai neri o bianchi, ma rivelano sottili sfumature che si sciolgono sotto la fitta pioggia di Hong Kong.

Il sodalizio tra i due registi che, nel 2002, dirigono "Infernal Affairs", Andrew Lau, direttore della fotografia e collaboratore di Wong Kar-Wai, principale innovatore del cinema di Hong Kong tramite il suo caratteristico stile visivo psichedelico, ed Alan Mak, anche sceneggiatore, offre agli spettatori un film simile a quelli confezionati dai registi americani, che godono della maggior parte degli incassi casalinghi. A Scorsese "Infernal Affairs" piacerà talmente tanto da farne un remake, "The Departed", distribuito nel 2006. I binari divergono quando all'(anti)eroe di Hong Kong è destinata la morte, a quello americano no, o almeno, è necessario che non sia invano.

Nell'heroic bloodshed, che non esce dai confini nazionali nemmeno se infilato nelle valigie dei propri autori, vedi la travagliata relazione tra John Woo e l'America, gli intrecci sono ridotti all'essenziale, la comprensione diegetica non è sempre immediata e i colpi di scena sono posti in secondo piano rispetto ad una mise en scène il cui virtuosismo esplode in punti di impatto rigorosamente organizzati secondo una costruzione episodica della trama. Il più delle volte, sparatorie dirette come se fossero balletti, con la macchina da presa che danza intorno ai proiettili volanti. "Infernal Affairs" si distanzia da questo modo di intendere il genere e il suo successo al botteghino ne rivela la natura sovversiva - parallelamente al lavoro di Johnnie To, il cui cinema, da "The Mission" (1999) a "Drug War" (2013) passando per "PTU" (2003) ed "Election" (2005), acquista una freddezza che lo allontana dal balletto di morte sporadicamente rievocato in "Exiled" (2006) e "Vengeance" (2009) -, lo stesso destino occorso ad "A Better Tomorrow" (1986) e "City on Fire" (1987), che intrapresero con successo una strada diversa rispetto ai celebrati film di kung fu di Bruce Lee, Sonny Chiba e Jackie Chan.
Un poliziotto infiltrato nel giro d'affari di una Triade scopre che il boss ha inviato una talpa nel corpo di polizia. L'infiltrato e la talpa condividono un obiettivo: scopre chi è l'altro.
Funziona, perché i due protagonisti non devono rincorrere solo loro stessi, ma una facciata, una costruzione della propria identità ormai indefinita dopo anni di bugie.

La struttura narrativa rispetta una precisa simmetria. All'inizio del film, Yan, l'infiltrato, e Lau, la talpa, si incontrano per caso in un negozio d'elettronica. Le loro strade, successivamente, prendono direzioni opposte, diramate da un flashback che ricorda i trascorsi di entrambi all'accademia di polizia e offre le informazioni necessarie alla costruzione della macrostoria. Le azioni di uno influenzano le scelte dell'altro, determinando una precisa struttura gerarchica. A Yan e Lau, interpretati da due star, Tony Leung e Andy Lau, sono affiancati due personaggi liberi di intrattenere relazioni con entrambi: il poliziotto, l'unico a conoscere l'identità di Yan, Wong - interpretato da Anthony Wong -, e il boss mafioso, Sam - Eric Tsang. I due protagonisti vivono, inoltre, due storie d'amore, che si riveleranno fallimentari. Entrambi dipendono l'uno dall'altro.

La macchina da presa si muove spesso lateralmente, tagliando due personaggi siti nello stesso frame allo scopo di sottolineare la fragilità dei rapporti che intercorrono tra di loro. Una libertà di stile controllata, rotta da un contrasto tra due scene, che evidenzia il dramma vissuto da Yan. Nella prima situazione, sul tetto di un palazzo, il luogo che ospita l'incontro tra Wong e Yan, snodo focale dell'intreccio, la camera segue un andamento traballante, rispettando a fatica le comuni regole di raccordo, una dispersione delle coordinate spaziali che suggerisce una perdita della moralità. Parallelamente, nella seconda situazione, all'interno dell'ufficio della psicologa di cui Yan è innamorato, l'assenza dei two-shot che posizionano due personaggi in una stessa inquadratura sottolinea un destino privo di speranze per il personaggio di Tony Leung.

I telefoni rivestono un ruolo fondamentale nella costruzione della suspance che nutre la macrostoria. Uno squillo, in "Infernal Affairs", è letale quanto una pallottola in "Hard Boiled". Come in un film di Hitchcock, gli spettatori sono messi a conoscenza di una quantità di dettagli maggiore rispetto ai personaggi in gioco, costretti a nascondersi rapidamente in ampi spazi. Una scena all'interno di un garage, che vede protagonista Lau, rivela che ogni angolo di "Infernal Affairs" può nascondere un'insidia che segue uno stato di tensione derivato, in questo caso, dall'eventualità di un tradimento. È uno stile di regia tipico dei film horror. Ciò che permette a queste scene di funzionare è che il poliziotto Wong e il boss Sam considerano rispettivamente Lau e di Yan i loro uomini migliori. Le eccellenti manovre stilistiche sono sempre controllate da una solida base narrativa.

Si è detto che il dualismo romantico distingue l'heroic bloodshed dalle altre cinematografie di genere. Nemici di una vita che si mettono a conversare amabilmente davanti a un piatto di ravioli o a un bicchiere di sakè, Mexican Standoff esasperati, un regresso a valori che appartengono al periodo infantile. L'heroic bloodshed è la rappresentazione del seguente estratto de "Il mucchio selvaggio" di Peckinpah: "Tutti noi sogniamo di tornare bambini. Anche i peggiori di noi. Forse i peggiori di noi lo sognano più di tutti". Questa ricerca della poesia nei luoghi in cui, per definizione, è difficile da trovare, travolta da una spirale di violenza e cinismo, è un'eredità dell'heroic bloodshed che "Infernal Affairs" raccoglie, contribuendo ad evolvere un filone unico che apparteneva, soprattutto, a Melville, il cinema dei baci e delle pallottole, del bianco che incontra il nero.