CAST & CREDITS

cast:
Ludivine Sagnier, François Berléand, Benoit Magimel, Mathilda May, Caroline Sihol, Etienne Chicot, Marie Bunuel, Valeria Cavalli

regia:
Claude Chabrol

distribuzione:
Mikado

durata:
115'

sceneggiatura:
Cécile Maistre e Claude Chabrol

fotografia:
Edoardo Serra

L'innocenza del peccato | Recensione | Ondacinema

L'innocenza del peccato

di Claude Chabrol

drammatico, Francia (2007)

di Rocco Castagnoli

Voto: 6.0
"La ragazza tagliata in due": questo il titolo originale dell'ultima fatica dell'instancabile ex-nouvelle vague Claude Chabrol, presentato fuori concorso nel 2007 a Venezia. Onestamente, per quanto potesse suonare male, avrebbe di certo spiegato molto di più della (banale) traduzione italiana, abile solo a giocare sugli ossimori linguistici.

La protagonista infatti è, come nel precedente (e più riuscito) "La commedia del potere", donna divisa a metà, prima nell'anima e poi, magicamente, anche nel corpo: Ludivine Seigner, che da "Swimming Pool" in poi ammalia per bellezza, sensualità e personalità, qui è messa da Chabrol alla base di un ipotetico triangolo amoroso i cui lati sono invece rappresentati dal peggio dell'alta borghesia francese. Il più anziano (ed esperto) Francois Berleand, scrittore egocentrico e fedifrago, nonché amante delle belle donne, dei bei locali e dei bei vizi, ai quali addestrerà a dovere la nuova fiamma corrompendo la sua potenziale innocenza ma rivelando anche la sua naturale predisposizione al peccato; il biondo Benoit Magimel (già apprezzato ne "La damigella d'onore"), da tempo suo spasimante, che ci offre qui in modo magari un po' troppo gigioneggiante la caricatura perfetta del viziato figlio ricco di famiglia altolocata, narciso vagamente psicolabile, animo tormentato da vero dandy maudit.
Lasciata per eccesso di zelo da uno, sarà costretta a ripiegare a malincuore sull'altro, sposandolo ma innescando così un processo catastrofico che giustificherà, in qualche modo, l'assolvenza rosso vivo sulla quale si apre il film.

Chabrol sostanzialmente rifà di nuovo lo stesso film che fa ormai da decenni, dagli anni 70 ("Stephane una moglie infedele"), ai 90 ("Il Buio nella mente"), ai giorni nostri ("Il fiore del male"): ritratto impietoso, sarcastico e velenoso della decadenza della classe borghese francese, rinchiuso dentro una cornice di "genere" e con episodio sanguinoso come snodo decisivo dell'intreccio. Qui si ispira a un caso di cronaca nera di inzio secolo, e forse è proprio per questo che non convince molto, nonostante (come al solito) la perfezione formale e l'intensità degli attori: l'elemento narrativo è sinceramente poca cosa, visto e rivisto in tanti (suoi) film, e anche i dialoghi, se in alcuni casi sono perfetti (vedi la definizione che Berleand dà al rampollo viziato incontrato a pranzo: "tracontanza da complesso d'inferiorità"), in altri vogliono talmente strafare, nel dire tutto e velocemente, che appaiono poco verosimili.

Ad ogni modo, ci sono alcune cose interessanti, è indubbio: il montaggio veloce e rapido per esempio, con quei fondu brevissimi che sono quasi un colpo al cuore (specie nella bellissima scena dell'omicidio); certe birbanterie nouvellevaguistiche di vecchia scuola (il libro gettato davanti alla macchina da presa, lo "stronza" detto guardandoci), e anche un personaggio strano ed intrigante, quello dell'amico di Magimel, una sorta di "angelo custode" o di "grillo parlante" versione altolocata che riporta alla ragione il suo protetto ogni volta che questi sbrocca (e che difatti manca proprio nel momento cruciale).

La Seigner interpreta il suo personaggio "innocente e peccaminoso" con bravura, anche se forse non le si addiceva completamente, e il bivio finale a cui giunge merita veramente la menzione nel titolo originale: verità, e quindi testimonianza, e quindi fare il gioco del marito e dell'odiata madre, o menzogna, ovvero la scelta del cuore, la persona che ama, ma che l'ha irrimediabilmente "sporcata" col suo vizio.