CAST & CREDITS

regia:
Pete Docter, Ronaldo Del Carmen

distribuzione:
Walt Disney Pictures

durata:
102'

produzione:
Pixar Animation Studios, Walt Disney Pictures

sceneggiatura:
Josh Cooley, PeteDocter, Meg LeFauve

montaggio:
Kevin Nolting

musiche:
Michael Giacchino

Inside Out | Recensione | Ondacinema

Inside Out

di Pete Docter, Ronaldo Del Carmen

animazione, Usa (2015)

di Giuseppe Gangi

Voto: 8.5

Condannata a doversi confermare sempre ad alti livelli, la factory fondata da John Lasseter aveva smarrito la via maestra, tra remake e opere che etichettare come minori non è, per una volta, frutto di bieca sottovalutazione. "Toy Story 3 - La grande fuga", secondo sequel dal mitico capostipite, sembrava aver chiuso tre fecondi lustri in cui si sono susseguiti una serie di film per i quali il termine "capolavoro" si è forse fin troppo sprecato. Pertanto, è bene scriverlo a chiare lettere: "Inside Out" riconsegna la Pixar alle punte di qualità a cui eravamo abituati.

Un fil rouge lo lega proprio al già citato terzo episodio di "Toy Story", nel quale si percepisce lo iato di un salto generazionale: Andy va al college e i suoi vecchi giocattoli vengono/si sentono abbandonati, scoprono un mondo dove regna il più forte (e il più meschino), fatto di tristezza e solitudine. Attraverso l'epopea della banda capitanata da Woody e Buzz c'è il riflesso di una crescita, esattamente come i primi minuti di "Up" in cui si condensa un'intera vita sentimentale.
La focalizzazione narrativa del film è interna, ma in senso altro rispetto alla normale classificazione narratologica: a raccontarci la storia di Riley è la personificazione della Gioia (Joy, in originale), che si manifesta nella mente della bambina appena nata; in seguito, il "quartier generale" si affolla di altre emozioni primarie, Paura (Fear), Rabbia (Anger), Disgusto (Disgust) e Tristezza (Sadness). Ciascuna è necessaria per barcamenarsi nel mondo esterno: la paura evita - quando può - i passi falsi, il disgusto l'avvelenamento per aver mangiato i broccoli, l'ortaggio universalmente riconosciuto come il più detestato dagli infanti, mentre Tristezza interviene nei momenti di scoramento, nelle piccole sconfitte (del campionato di hockey). I ricordi che si vengono a creare appartengono a uno di questi personaggi, ma i ricordi di base, quelli che più di tutti definiscono la personalità di Riley, pertengono sempre alla sfera delle emozioni rappresentate da Joy; si costruiscono così le isole emotive della famiglia, dell'amicizia, della stupideria, dell'hockey, edifici interiori che racchiudono una parte importante della bambina. Ogni cosa trova il suo posto nel tempo immobile e perfetto dell'infanzia, finché Riley, all'età di undici anni, non si trasferisce dall'amato Minnesota a San Francisco, dalla classica casa con giardino della provincia americana a un vecchio e asfittico appartamento, per seguire insieme alla madre l'evoluzione lavorativa di un padre sempre più stressato. Lo sradicamento dalla natia cittadina è, mutatis mutandis, il topos fiabesco della "cacciata", che produce nella ragazzina una crisi identitaria che la porta a non riconoscersi nella sua famiglia, a perdere il contatto coi coetanei (perde i vecchi amici e non riesce a farsene di nuovi), a decidere impulsivamente di abbandonare l'hockey, diventando pian piano taciturna e scontrosa. A quest'arco di sensazioni, descritte per mezzo di istantanee e quadretti, corre in parallelo la storia che seguiamo con maggiore assiduità e interesse: cioè il peregrinare di Gioia e di Tristezza, sbalzati per errore fuori dal Quartier Generale, verso territori mentali immensi e sconosciuti, tra gli archivi della memoria a lungo termine. Mentre le contraddizioni di Paura, Rabbia e Disgusto scompaginano lo stato d'animo della ragazzina fino a una rabbiosa apatia...

C'è, per stessa ammissione di Pete Docter, un retroscena autobiografico: il regista, originario del Minnesota, si è dovuto trasferire con la famiglia in Danimarca per un anno, trovandosi poi in difficoltà nell'allacciare nuovi rapporti, vista la natura schiva e solitaria del suo carattere. E Docter, da padre, ha rivissuto un momento simile osservando sua figlia crescere e farsi più silenziosa e distaccata. "Inside Out" si inserisce con coerenza nel percorso artistico di una delle menti creative più brillanti della Pixar, che con "Monsters & Co." aveva già dato vita a un mondo parallelo, quello di Mostrolandia, dove vivono i mostri che agitano i nostri sonni nutrendosi della paura suscitata; stavolta l'autore immagina lo spazio sconfinato e mutevole della psiche di una undicenne, situando qui gran parte del suo racconto.
Il character design dalle linee morbide e molto riconoscibile - Anger sembra il Carl di "Up" e i cinque controllori del Quartier Generale i parenti più aggraziati dei mostriciattoli del suo esordio - così come il tono familista della parabola di Riley, appaiono quali meri strumenti di uno storyteller sempre più ambizioso e profondo, che si propone di mettere in scena i meccanismi inconsci che regolano l'interazione io-mondo con la semplicità di una fiaba moderna (pronta per diventare l'ennesimo instant-classic di casa Pixar).

Con una cura dettagliatissima nella riproduzione computerizzata di forme e colori, illuminando di una luce diversa ogni personificazione emozionale, così da darne un'impressione di immaterialità, gli autori fanno del Quartier Generale e dei recessi consci e inconsci di Riley una vera wonderland in cui perdersi. Il punto di vista tutto interno e soggettivo non studia soltanto le dinamiche di reazione agli input esterni (e ve n'è un saggio esilarante nella sequenza con l'alternanza incrociata degli headquarter dei genitori), quanto piuttosto la rivoluzione in atto nella protagonista. Infatti Joy si aggrappa finché può ai ricordi di base che le appartengono e che non vuole contaminati da Sadness (il cui colore di riferimento è un gelido blu), in un tentativo di tornare a dirigere i sentimenti della ragazza in una direzione univoca, in una felicità che però la ragazza sembra aver perduto. L'aiutante magico di questo viaggio che illustra la varietà di zone un tempo partecipi all'emotività della ragazzina ma ormai in stato di abbandono - esattamente come le "isole" che progressivamente crollano, terremotate dai dissidi interiori sempre più violenti - è Bing Bong, l'antico amico immaginario, una creatura elefantina, fatta per lo più da zucchero filato rosa, con la quale l'infante aveva vissuto mille viaggi sulla luna sul carrettino che va a energia canora e che, adesso, si ritrova a essere una sorta di senzatetto abitante la memoria a lungo termine. Con lui come Virgilio, Gioia e Tristezza partono per questo viaggio di homecoming nel quale Docter si sbizzarrisce e si fionda, lancia in resta, in un'infinita carrellata d'invenzioni: abbiamo l'eterea città delle nuvole, "Imagination Land" e la camera dei pensieri astratti, dove i Nostri vengono scomposti e destrutturati e, omaggiando la capacità camaleontica del disegno animato, appaiono prima forme cubiste e poi astratte; vi è la città dei giochi prescolastici che sta per essere rasa al suolo e la versione onirica e parodica di Hollywood, la "Dream Productions", dove vengono "girati" i sogni che verranno proiettati durante le ore di sonno della bambina - e metacinematografica è già l'idea di partenza, con un centro di comando psichico che somiglia a una cabina di montaggio nella quale sono registrati e proiettati ricordi, pensieri e, appunto, sogni.

Il personaggio di Bing Bong chiarifica il progetto etico ed estetico di Docter, che prevede la messa in scena di una rivoluzione esistenziale attraverso una pars destruens (che viviamo in diretta) e una costruens che viene sintetizzata nella conclusione. Riley recide il cordone ombelicale con l'infanzia entrando in fase puberale, demolisce quelli che erano i solidi edifici di una volta per costruirne degli altri, diversi e integrati a un nuovo modo di vedere le cose. Non a caso, la rottura dell'equilibro è dovuta alla creazione del primo ricordo di base appartenente a Tristezza: il sentimento fino a quel momento emarginato diventa adesso un importante punto di riferimento, e Gioia impara a conviverci e a capirne l'indissolubile relazione che intrattiene con lei, in una risistemazione mentale molto più articolata e complessa.
Sovviene naturale dire che nonostante il brio quasi molesto di Joy, in "Inside Out" si spande il suono di una malinconia che innerva una narrazione che azzecca perfettamente i tempi del divertimento e quelli della commozione: il ritmo ritaglia pause di riflessione "alta" in mezzo alle continue ed esplosive scorribande d'azione ideate e montate in maniera rutilante. Docter firma un "Eternal sunshine of the spotless mind" ad altezza bambino che scava nell'inconscio e nella discarica di una memoria sul punto di essere cancellata, materializzando il senso di smarrimento del momento di transizione che sancisce la fine di quell'età mitizzata da tanto cinema d'animazione. 

Summa della filosofia della "casa delle idee", il quindicesimo lungometraggio pixariano è un originale romanzo di formazione che raggiunge il traguardo di mostrare con sfavillante brillantezza movimenti fisici e oggettivabili da una parte e, dall'altra, interiori e apparentemente invisibili. Dopo aver visto "Inside Out", bisogna ammettere che la lampadina della celebre abatjour dei Pixar Studios non si è ancora spenta.