CAST & CREDITS

cast:
Natalie Portman, Greta Gerwig, Peter Sarsgaard, John Hurt, Max Casella, Beth Grant

regia:
Pablo Larrain

durata:
95'

produzione:
Fabula, Protozoa Pictures, LD Enterteinment, China's Bliss Media

sceneggiatura:
Noah Oppenheim

fotografia:
Stéphane Fontaine

montaggio:
Sebastián Sepúlveda

musiche:
Mica Levi

Jackie | Recensione | Ondacinema

Jackie

di Pablo Larrain

drammatico, biografico, Usa/Cile/Cina (2016)

di Stefano Santoli

Voto: 8.5
Non sta nel lutto la tragedia di Jackie (un'eccezionale Natalie Portman cui Larraín rimane incollato tutto il film), ma nell'ipocrisia in cui è costretta e schiacciata. Di cui è più di tutti consapevole, e ciononostante lei per prima alimenta. Perché solo così è possibile continuare a vivere. Nell'intervista che racchiude il film come una cornice, Jackie afferma che il marito a volte andava "nel deserto per essere tentato" ma poi "tornava sempre dalla sua amata famiglia". Jackie trasfigura biblicamente i tradimenti del marito, pur essendo ben consapevole dell'ipocrisia intrinseca a questa visione delle cose. Lo rivela la lucida e fulminante chiosa "E io non fumo", pronunciata sigaretta alla mano.
Un momento che mette a nudo Jackie è quello in cui è chiamata a spiegare ai propri due bambini che il padre non c'è più e racconta loro che è andato in cielo a dar compagnia al figlioletto morto. Uno dei figli risponde "ma ci siamo ancora noi qui...". Le bugie travestite da favole che si raccontano ai bambini sono lo strato superficiale, quello più evidente, di un corpo di "favole" che raccontiamo anzitutto a noi stessi, per renderci più sopportabile la vita. Jackie sembra saperlo bene, e in questa consapevolezza risiede la sua tragedia.

La grandezza del ritratto, lontano dai canoni del biopic, fatto da Larraín sulla base di una fenomenale sceneggiatura di Noah Oppenheim (premiata a Venezia) e accompagnato dai toni bassi e distorti delle notevoli musiche di Mica Levi, sta nell'impossibilità di scindere l'autenticità del dolore dalla necessità di aggrapparsi alla menzogna pur di ritrovare una dimensione familiare, domestica, nella disperata solitudine in cui è precipitata la protagonista, in un mondo in cui non possiede più niente. Al sacerdote che officerà le esequie del marito (un compianto John Hurt nella sua ultima apparizione sullo schermo) rivela: "Tutto quello che ho fatto per il funerale non è per lui, né per il suo lascito, ma per me". Larraín smaschera le falsità nello stesso momento in cui torna continuamente sul lutto e sul dolore, rendendoci partecipi, davvero fino alla commozione, dello smarrimento esistenziale di Jackie.

La protagonista accosta il marito alla figura di Lincoln, presidente assassinato anch'egli durante il proprio mandato: si aggrappa al mito di Lincoln per mitizzare a sua volta il marito e trovare un terreno solido mentre tutto le si sfalda sotto i piedi. Sa benissimo che l'edificazione del mito non potrà che essere l'ennesima messa in scena, favorita dal contesto mediatico di cui si avvale con abilità e consapevolezza. Nella stratificazione dei diversi piani temporali di cui si compone il film, uno di questi è costituito dalla trasmissione televisiva in b/n (in parte ricostruita) in cui la first lady presentò ai cittadini la Casa Bianca, illustrandone le innovazioni effettuate. Fu un modo di aprire democraticamente al popolo il palazzo del potere, ma anche di renderlo a sé più familiare grazie alle potenzialità reificanti del medium televisivo.
Il mito che Jackie si sforza di edificare sin dalle prime ore del lutto è quello della Casa Bianca come Camelot, la mitologica reggia di Re Artù, titolo di un musical di Broadway che i Kennedy amavano ascoltare su disco appunto alla Casa Bianca (Camelot divenne negli Stati Uniti un appellativo che fu poi esteso, grazie alla riuscita mitizzazione che ne fece l'ex first lady, a tutta la presidenza Kennedy). In psicologia la casa si lega alla femminilità, ne rappresenta un'estensione. Si percepisce nel film come la Casa Bianca fosse rimasta per Jackie una dimensione domestica presa in prestito, mai interiormente appartenutale. Ricorrono, per tutto il film, scene in cui Jackie si aggira come smarrita, nei vuoti ambienti della Casa Bianca che forse le sono sempre stati unfamiliar. E adesso, da quella che è pur sempre stata una casa, deve all'improvviso uscire.
Jackie è profondamente sola. A parte i figli piccoli, non ha nessuno. Nell'affettuosa vicinanza del cognato Bob Kennedy (Peter Sarsgaard) si avverte l'assenza di un legame di sangue, che amplifica il senso di solitudine. Jackie è sola rispetto alla famiglia Kennedy con cui non mancano divergenze, sola verso il nuovo arrogante presidente Johnson, sola verso chi per motivi di sicurezza le raccomanda di evitare di ispirarsi alle solenni esequie di Lincoln per l'organizzazione dei funerali del marito. La solitudine è il prezzo del potere su cui son state scritte fior di tragedie: ma qui Larraín la declina al femminile, con inusuale delicatezza e sfumature insolite per il suo cinema, che si fa meno cinico, ma non meno lucido e sempre più sottilmente feroce.

"Credete di poter controllare tutto, ma gli hanno sparato in carcere!" sbotta Jackie con Bob Kennedy quando scopre che le è stato tenuto nascosto l'assassinio di Lee H. Oswald, il sospetto assassino del marito. Complotti, trame segrete e mai chiarite. Scorgiamo in filigrana la "grande ipocrisia del potere" in cui Jackie è presa in trappola e smarrita. L'unica risposta è procedere all'edificazione del mito: raccontare al mondo una favola per coprire le ombre, facendosi in definitiva attrice della stessa grande ipocrisia che ha messo lei sotto scacco. Nella democrazia già mediatizzata dei primi anni 60, la mitologia che Jackie edifica si appresta ad accompagnarsi al mistero su cui riposa ancora oggi la versione ufficiale dell'assassinio di JFK: uno shock che rappresentò una perdita di verginità per l'America appena uscita dall'idillio degli anni 50. Una piaga non più rimarginata, in cui l'ambizioso regista cileno non esita oggi ad affondare le mani, nella sua prima trasferta in terra statunitense, dopo averle affondate nella storia del proprio Paese (dopo aver messo in scena in "Post Mortem" l'autopsia di Allende, Larraín lascia intravedere in "Jackie" l'autopsia di Kennedy: ancora un capo di stato assassinato).

Registriamo con soddisfazione come la materia del film sia assimilata dal regista alla propria poetica. Lo stile rimane rigoroso e personale; in linea con la delicatezza di questo suo primo ritratto al femminile sono attenuati i virtuosismi, a tratti ostici, che hanno contribuito a fare dei precedenti film un crescendo di capolavori (passando da "Il Club" fino all'apice rappresentato da "Neruda").
Alla fine, si torna a Camelot con le parole di Jackie: "La gente ama le favole. E le favole finiscono per diventare più reali delle persone che si hanno al proprio fianco". Jackie si aggira sola per i viali della città, e scorge alcuni manichini che stanno per essere sistemati in una boutique. L'acconciatura di quei manichini è la sua; gli abiti che indossano sono i capi di alta moda che lei ha reso popolari. Jackie si vede già diventata un manichino. Un quadro su un muro, come ha detto del marito. Così Larraín si appresta a chiudere il suo ritratto, ennesima variazione sul tema dell'inestricabilità della realtà dalla sua rappresentazione, e della definitiva impossibilità di evitare di essere stritolati dai propri miti e dalle proprie ideologie. Temi che si avvertono profondamente percepiti quale punto di convergenza tragico della condizione umana, da parte di un giovane regista che si conferma come uno dei più grandi della propria generazione.