CAST & CREDITS

cast:
Mia Wasikowska, Harry Lloyd, Jayne Wisener, Tamzin Merchant, Holliday Granger, Sophie Ward, Imogen Poots, Sally Hawkins, Judi Dench, Jamie Bell, Michael Fassbender, Valentina Cervi

regia:
Cary Joji Fukunaga

distribuzione:
Videa-CDE

durata:
121'

produzione:
Focus Film, BBC

sceneggiatura:
Moira Buffini

fotografia:
Adriano Goldman

scenografie:
Will Hughes-Jones

montaggio:
Melanie Oliver

costumi:
Michael O'Connor

musiche:
Dario Marianelli

Jane Eyre | Recensione | Ondacinema

Jane Eyre

di Cary Joji Fukunaga

drammatico, Gran Bretagna/Stati Uniti (2011)

di Mirko Salvini

Voto: 7.0

Nel 1847 le sorelle Charlotte, Emily e Anne Brontë pubblicano i tre romanzi cui devono la loro fama letteraria: “Jane Eyre”, “Cime Tempestose” e “Agnes Grey”. Inizialmente, anche a causa degli pseudonimi utilizzati dalle tre, si ritiene che i romanzi siano opere di autori maschili e c'è chi pensa che siano tutti farina dello stesso scrittore. L'equivoco viene chiarito quasi subito e le sorelle scrittrici dello Yorkshire cominciano a godere di un posto privilegiato nella narrativa inglese dell'Ottocento. A differenza delle loro autrici, che hanno avuto una vita abbastanza breve e non ricca di grandi soddisfazioni (se si eccettua, beninteso, la devozione di generazioni di lettori e lettrici), “Jane Eyre” e “Cime Tempestose” continuano a essere considerati dei capolavori assoluti (meno fortunati in questo senso, forse, i libri della terza sorella Anne). Entrambi sono stati oggetto di numerose trasposizioni per il cinema e per la televisione, alcune anche molto celebri. Le più recenti sono arrivate proprio quest'anno a poca distanza fra di loro. Del “Cime Tempestose” di Andrea Arnold, premiato alla recente mostra di Venezia, parleremo in qualche altra occasione, per il momento soffermandoci sulla “Jane Eyre” di Cary Joji Fukunaga.

 

Il regista di “Sin Nombre” (nato nel 1977 in California da padre giapponese e madre svedese), riprende le avventure della più famosa delle istitutrici, confidando che sia ancora un'eroina (o un'antieroina come sostengono gli studiosi di letteratura) perfetta per un film in costume, proprio come quando, tanto per fare un esempio, negli anni quaranta veniva interpretata dall'hitchcockiana Joan Fontaine (attrice non a caso celebre per “Rebecca”, adattamento di un popolare romanzo che molto deve al capodopera di Charlotte Brontë). Il personaggio di Jane resta sicuramente uno dei più importanti della letteratura mondiale; ma poteva restare qualche dubbio sul fatto che riuscisse a suscitare ancora l'interesse degli spettatori cinematografici, specie quelli più giovani. Il successo di “Orgoglio & Pregiudizio” versione Joe Wright ha comunque dimostrato che per certi classici non c'è posto soltanto sugli schermi televisivi, specie se il regista riesce ad imprimere al tutto un tocco di freschezza che rende l'insieme il meno paludato possibile. Forse Fukunaga non raggiunge gli stessi brillanti risultati del collega britannico (che secondo qualche critico aveva aggiunto delle leggere coloriture brontiane alla sua trasposizione austeniana) ma se non altro la nuova “Jane Eyre” (abbastanza apprezzata dalla critica anglosassone) si distingue dalla versione BBC di qualche anno fa. In particolare il regista si dimostra abile nell'evocare quelle atmosfere tenebrose e inquietanti che accompagnano la sua protagonista sin dall'infanzia; da caminetti che eruttano nuvole di fumo a porte che scricchiolano, da misteriosi rumori a paesaggi fascinosi ma opprimenti; sicuramente il film da questo punto di vista si rivela riuscito e senza dubbio il regista ha potuto contare sull'aiuto di collaboratori dall'indiscutibile valore come il direttore della fotografia brasiliano Adriano Goldman, il costumista premio oscar Michael O'Connor (che meriterebbe come minimo una nuova nomination) e il nostro Dario Marianelli per quanto riguarda le musiche.

 

Già a inizio anno, in occasione dell'ultima fatica di Stephen Frears, “Tamara Drewe”, ci siamo soffermati sul lavoro della sceneggiatrice, nonché autrice di teatro, Moira Buffini. La cosa più interessante del suo lavoro, in questa occasione, è di certo la scelta di fare iniziare il film quasi dalla fine, vale a dire dall'arrivo di Jane alla casa dei cugini Rivers (stranamente nel film non si accenna alla loro parentela), scegliendo di ricostruire l'antefatto (Jane bambina presso la famiglia Reed, poi studentessa infelice nella scuola di Lowood e, infine, a Thornfield Hall) sotto forma di flashback. L'australiana Mia Wasikowska, in questi giorni sugli schermi anche nel nuovo di Van Sant, “L'amore che resta”, si rivela una Jane credibile, confermando le buone impressioni già fatte grazie a “I ragazzi stanno bene” o alla serie televisiva “In Treatment”. Sia quando attraversa da sola a piedi la fredda brughiera, sia quando tiene testa a Rochester, la giovane attrice dona al suo personaggio la forza e il candore richiesti. Al suo fianco, nei panni del cupo ma fascinoso datore di lavoro, Michael Fassbender, l'attore del momento (Ryan Gosling permettendo), quasi in versione Lord Byron. Chi ha visto “Fish Tank” conosce il fascino che il nostro esercita sulle giovani donne, quindi nessun problema nel vedere la nuova Jane soffrire fino alla disperazione per lui. Qualcuno non ha simpatizzato con la scelta del carismatico interprete, trovando che una figura così attraente renda la passione della protagonista fin troppo banale, ma va ricordato che anche Orson Welles quando si è misurato col personaggio ha giocato la carta del fascino senza farsi troppi problemi.

 

Ad ogni modo se i due personaggi principali ricevono l'attenzione dovuta, non altrettanto fortunati sono quelli secondari, ridotti a macchiette dickensiane (si veda la signora Reed o il signor Blocklehurst) o a mere comparse (ad esempio Bessie o Grace Poole), vittime anche della scelta di condensare eccessivamente la trama del libro. Inoltre alcune scelte di casting, come il St. John di Jamie Bell o la Blanche di Imogen Poots, convincono poco. E poi perché scomodare la gran dama delle scene e dei set Judi Dench per utilizzarla giusto come una caratterista di lusso? O riportare al cinema la sempre bellissima Sophie Ward se la si inquadra a malapena e le si affidano solo poche battute? O scritturare Valentina Cervi per una Bertha più attraente della norma (quando si affronta il personaggio della moglie folle di Rochester ormai non si può non tenere conto del bellissimo “Wide Sargasso Seas”, l'amatissimo prequel scritto negli anni sessanta da Jean Rhys dove uno dei personaggi più ingrati e tragici dell'originale viene eletto a protagonista) se anche lei si vede giusto una mezza volta?

 

Forse il formato televisivo, coi suoi tempi di norma più lunghi, avrebbe permesso di evitare certe scelte troppo drastiche (il director's cut è più lungo di mezzora, speriamo di avere modo di vederlo prima o poi!) ma al tempo stesso avrebbe imposto una confezione più tradizionale, impedendoci di ammirare i guizzi di Fukunaga, che invece, almeno a giudicare dai molti progetti in cui è al momento coinvolto, presto dovremmo avere la possibilità di apprezzare nuovamente.