CAST & CREDITS

cast:
John Lloyd Young, Erich Bergen, Vincent Piazza, Michael Lomenda, Christopher Walken, Freya Tingley, Kathrine Narducci, Francesca Eastwood

regia:
Clint Eastwood

distribuzione:
Warner Bros.

durata:
134'

produzione:
GK Films, Malpaso Productions, Warner Bros., RatPac-Dune Entertainment

sceneggiatura:
Rick Elice, John Logan

fotografia:
Tom Stern

scenografie:
James J. Murakami

montaggio:
Joel Cox, Gary Roach

costumi:
Deborah Hopper

musiche:
Bob Gaudio

Jersey Boys | Recensione | Ondacinema

Jersey Boys

di Clint Eastwood

biografico, musicale, Usa (2014)

di Diego Capuano

Voto: 6.0

Quando qualche anno fa emerse la notizia di un Clint Eastwood alle prese con una nuova versione di "È nata una stella" ci si chiedeva perplessi cosa avesse a che fare il cineasta americano con un genere che mai aveva affrontato fino ad allora. Per trovare una risposta sarebbe stato sufficiente ricordare il crepuscolo (melodrammatico) del finale della versione capolavoro di George Cukor (1954). Rimandato il remake a data da destinarsi, e non necessariamente conservando il suo nome alla regia, la volontà di Eastwood di dirigere un musical restava però intatta. Accettò dunque l'offerta di realizzarne uno affidato inizialmente a Jon Favreau, la trasposizione cinematografica di uno dei grandi successi della Broadway del nuovo secolo, trionfatore nel 2006 ai Tony Award (gli Oscar del teatro): "Jersey Boys". Uno spettacolo che non si limita ad utilizzare le canzoni degli italo-americani Four Seasons ma, distribuendo la storia in quattro stagioni, ne racconta la vera storia: nascita, successo, declino, celebrazione; concentrandosi soprattutto sul frontman Frankie Valli.
La musica e Clint Eastwood è un binomio tutt'altro che improvvisato: musicista (autodidatta), talvolta coautore di musiche per i suoi film, è innanzitutto un cultore di musica jazz ("Bird" su Charlie Parker) nonché appassionato di blues e dintorni (il documentario "Piano Blues" su Ray Charles).

"Jersey Boys" al cinema risulta in realtà una pellicola che abbraccia più generi:  nelle prime battute si muove in una rilettura di cult generazionali (da "Gioventù bruciata" ad "American Graffiti"), con scorribande di sbandati ragazzini sospesi tra casa e strada, si situa in territori di gangster-movie, edulcorando le leggi criminali, declinandole in una commedia fatta di situazioni e dialoghi che, specie all'inizio, ammicca a noti cult (i personaggi che parlano in camera sembrano rifarsi direttamente a "Quei bravi ragazzi"), per poi concentrarsi sulla costruzione di un successo. Il falsetto tenore di Valli risulterà l'arma vincente del progetto Four Season, l'anima del successo e il motore portante del film.
Eastwood arricchisce così la sua filmografia di un genere cinematografico che, nonostante sporadici ma prevalentemente fallimentari tentativi recenti, può dirsi tramontato da qualche decennio. Una premessa che può essere la chiave di accesso per un ideale collegamento tra "Jersey Boys" e la poetica eastwoodiana, che da molti anni rivisita un certo cinema classico hollywoodiano facendone una rilettura senza tempo - attraverso la quale esplorare importanti pagine della storia più o meno recente degli  Stati Uniti d'America - e al contempo parlare dell'oggi, della condizione umana contemporanea con una personale etica.
Per "Jersey Boys", dunque, cerca di far convivere la comunque ammirevole curiosità di vecchio giovane cineasta attraverso l'illustrazione di meccanismi produttivi, genesi artistiche e ricostruzioni d'epoca con uno sguardo più intimo.

Sono prevalentemente due le linee narrative che cercano di superare i ritmi della mera musicalità ma che faticano a comunicare con essa: i rapporti interpersonali, soprattutto tra Frankie e il problematico Tommy, troppo dipendenti dalle tonalità scanzonate dell'opera per poter raggiungere una tenuta più complessa e lo sguardo sul difficile e a conti fatti infelice rapporto padre-figlia. Tematica particolarmenta cara a Eastwood e altrove declinata verso paternità putative. Sebbene vittima di una non risolta scollatura con il globale sguardo dell'opera, Eastwood riesce qui a trovare qualche scampolo di grande cinema: la scena  che vede Frankie Valli afflitto dopo il funerale accanto alle finestre di un diner innevato  è un fotogramma puramente eastwoodiano che non a caso accoglie la sequenza più consona al cinema del cineasta americano: le nuove note che gli affida Bob rappresentano un ponte (morale, per l'appunto) tra passato e futuro.
Un passato al quale Clint Eastwood guarda non senza un pizzico di nostalgia, sfumata intelligentemente in una autocitazione ironica, quando in una tv accesa si vede un giovane Clint in "Gli uomini della prateria" ("Rawhide") , un momento che sottolinea con intelligenza la natura di un film minore, con classe.