Recensioni

Jim & Andy

di Chris Smith

documentario, Usa (2017)

CAST & CREDITS

cast:
Jim Carrey, Danny DeVito, Milos Forman, Paul Giamatti, Lynne Margulies, Bob Zmuda

regia:
Chris Smith

distribuzione:
Netflix

durata:
94'

produzione:
Vice Films

fotografia:
Brantley Gutierrez

montaggio:
Barry Poltermann

Jim & Andy | Recensione | Ondacinema

Jim & Andy

di Chris Smith

documentario, Usa (2017)

di Giuseppe Gangi

Voto: 7.5

Jim Carrey barba lunga da santone, sguardo profondo e tono riflessivo. Jim Carrey senza barba, ironico e brillante. In questa dicotomia tra il dentro e fuori lo schermo si situa forse la verità umana della star apparsa all'ultima Mostra dell'arte cinematografica di Venezia: prima nel documentario da lui fortemente voluto e diretto da Chris Smith, dopo in una divertente conferenza stampa di cui è stato mattatore. In entrambi i casi, però, Carrey si è lasciato andare a considerazioni esistenziali e profondamente malinconiche. Si intuisce che "Jim & Andy: The Great Beyond - Featuring a Very Special, Contractually Obligated Mention of Tony Clifton" (questo il titolo originale completo) ha rappresentato per l'attore un modo per confrontarsi col suo passato e pacificarsi con se stesso, provando a rilanciare la sua carriera grazie al ritrovato equilibrio - anche se le interviste americane successive potrebbero far pensare l'esatto contrario.

Il progetto nasce dopo la desecretazione da parte della Universal del video-diario della realizzazione di "Man on the Moon", splendido biopic di Miloš Forman dedicato all'eccentrica figura del comico Andy Kaufman, morto prematuramente a soli trentacinque anni nel 1984. È risaputo che il regista ceco inizialmente non desiderasse un attore così famoso come Jim Carrey che, all'epoca, era all'apice del successo e aveva già sfiorato l'Oscar per la memorabile interpretazione di Truman Burbank in "The Truman Show" di 
Peter Weir, ma, dopo l'invio da parte dell'attore di un provino in cui interpretava Kaufman, il regista dovette cedere. Durante il tournage, l'attore pensò di filmare il dietro le quinte, aiutato da Bob Zmuda, partner artistico di Kaufman, e da Lynne Margulies, l'ultima compagna di vita del comico: nell'idea di Carrey, il risultato sarebbe dovuto essere un backstage speculare al film stesso. Le riprese non si rivelarono semplici poiché Carrey, una volta entrato nel personaggio, non ne uscì più; non si calò semplicemente nei panni di Andy Kaufman ma era Andy Kaufman, con tutte le conseguenze del caso. Kaufman, infatti, non era mai solo se stesso, bensì, se stesso e il personaggio che voleva essere in quel momento: questa scissione psichica viene perfettamente resa dall'attore canadese che la introietta compiutamente in se stesso. Una volta esaminatolo, la Universal proibì la diffusione del materiale girato da Zmuda e dalla Margulies, perché, secondo i produttori, l'immagine della star protagonsita ne sarebbe uscita danneggiata.[1] Dopo quasi vent'anni Carrey, riottenendo finalmente il girato, decide di trarne un documentario. È lui stesso - il Jim con la barba - a raccontarcelo in un'intervista che fa da introduzione e cornice al materiale inedito: "Jim & Andy" pone in relazione e racconta le vite e le carriere dei due comici anche per sottolineare quelle affinità esistenziali che misero Carrey nelle condizioni di annullare la propria personalità dentro i panni di Kaufman. Se alcuni aneddoti buografici sono noti, come l'infanzia difficile di Carrey, trascorsa a provare spettacoli immaginari nella solitudine della propria cameretta per poi scoprire le sue doti di imitatore, grazie a un padre che si fa in quatto per sostenere economicamente una famiglia numerosa e povera, diviene interessante notare le assonanze con la giovinezza di Kaufman.

"Jim & Andy: The Great Beyond" non si esaurisce, però, in un'affascinante e irresistibile
mise en abyme, poiché, avvicinandosi ai titoli di coda, si palesa come la sostanza metacinematografica del documentario si condensi nella riflessione sul mestiere dell'attore e, in particolare, dell'attore comico. Carrey alla fine del documentario asserisce di non credere più all'identità in quanto tale, poiché essa è modellata a partire dalle idee che gli altri proiettano su di noi e, arresosi a questa evidenza, di aver trovato una certa serenità nell'essere vuoto: al di là della provenienza zen e new age delle riflessioni del divo, esse trovano una inaspettata aderenza col materiale di repertorio montato con abilità da Chris Smith e inferiscono il concetto di "maschera nuda" di matrice pirandelliana. Il dialogo a distanza tra Andy e Jim sembra scoprire una insanabile contraddizione identitaria, la tragica consapevolezza di indossare una maschera sopra un'altra maschera. Il critico Maurizio Grande, analizzando le varie sfaccettature della commedia e del suo interprete, parlò di "comico come travestimento incessante" affermando che "travestirsi significa non stare mai al proprio posto, non coincidere mai con la propria immagine, essere due cose al tempo stesso, sfuggire alla individualizzazione, falsificare l'identità (che tende a dissolversi nel trucco e ad insabbiare l'appartenenza ad un ruolo una volta per tutte)".[2] Attraverso questa lente teorica, il diario di bordo di "Man on the Moon" si rivela illuminante per comprendere la relazione intima che si instaurò tra Jim Carrey, l'Andy Kaufman-personaggio e l'Andy Kaufman-persona - se ne è realmente esistita una. Carrey dirà che a un certo punto non era più lui a prendere le decisioni, totalmente in balìa di Andy dal quale era posseduto: l'interpretazione, dunque, diventa rituale spiritico, non mimesi attoriale (ossia rappresentazione), non ha a che fare con la tecnica né col Metodo ma con l'anima che (ti) incorpora. L'attore si dissolve a tal punto da farsi chiamare soltanto Andy, mandando in confusione compagni di set e troupe con un comportamento imprevedibile quando non apertamente provocatorio: persino il brusco Forman dovrà alzare le mani in segno di resa. 

Gli effetti sono esilaranti e persino grotteschi quando entra in scena Tony Clifton, il più debordante tra gli alter ego kaufmaniani, che si ubriaca in roulotte prima di un ciak sbraitando contro tutti, oppure, quando salta su una golf cart deciso a conoscere Steven Spielberg che, però, quel giorno non è nei suoi uffici. Sono almeno tre le sequenze che cortocircuitando verità e finzione fanno intravvedere in filigrana il gioco al quale, consciamente o meno, stava giocando Jim Carrey durante le riprese di "Man on the Moon", in un'esperienza che in un certo senso l'ha svuotato e segnato indelebilmente. La prima riguarda, come accennato, il rapporto con Forman, piegato da Carrey a chiamarlo Andy e, in una bellissima telefonata, dispiaciuto di non poter parlare soltanto con Jim; un'altra riguarda il rapporto tra Carrey e coloro i quali avevano davvero conosciuto e lavorato con Andy Kaufman, stupiti dalla somiglianza tra i due: i parenti, addirittura, vanno a trovare l'attore sul set parlandogli come se fosse il figlio/fratello scomparso e commuovendosi di quell'inaspettato incontro. Un ultimo episodio, il più leggero ma non meno dirompente, riguarda una festa tenuta dal padron di
Playboy, Hugh Hefner il quale invita Jim Carrey; alla festa si presenta però Tony Clifton e a Hefner viene detto che si trattava di Carrey con il vestiario usato sul set. Clifton è oltremodo molesto e maleducato, provoca chiunque gli capiti a tiro, ma nessuno ha il coraggio di cacciarlo, finché non arriva davvero Jim Carrey sconvolgendo tutti gli invitati (sotto le fattezze di Tony Clifton c'era Bob Zmuda, replicando quel tiro mancino più volte giocato al pubblico da lui e dal sodale). È forse il momento di massima tensione tra il corpo attoriale e la maschera adottata che si presentano davanti alla macchina da presa separati, sebbene facenti di parte di un unico organismo comico, rigenerando lo spirito iconoclasta e dadaista di Kaufman. Esattamente come nel finale del film di Forman in cui, davanti al corpo defunto dell'entertainer[3], viene proiettato un video in cui un Andy ancora vivo aveva impresso le sue ultime volontà: quella di cantare e ridere un'ultima volta, insieme a lui. E in un certo senso "Jim & Andy" ha la stessa funzione esorcizzante e salutare per Carrey che, separandosi dalla sua maschera, ci saluta da lontano. Sempre che quella indossata davanti alla camera di Smith non sia solo un altro dei suoi travestimenti, perché come dice lui stesso "Non esiste Jim Carrey", ma - aggiungiamo noi - solo le maschere che indossa.



[1] Immedesimandosi nei preoccupati produttori dei produttori, il Carrey barbuto dice nel film: "We don't want people to think Jim's an asshole".

[2] M. Grande, La commedia all'italiana, Bulzoni, Roma, 2002, p. 172.

[3] Kaufman preferiva questo termine a quello di "comico".