CAST & CREDITS

cast:
Andrew Buckley, Burn Gorman, Tom Dunlea, Ruth Negga, Hayley Atwell, Imogen Poots, Andre Benjamin

regia:
John Ridley

distribuzione:
I Wonder Pictures

durata:
118'

sceneggiatura:
John Ridley

fotografia:
Tim Fleming

scenografie:
Paul Cross

montaggio:
Hank Corwin, Chris Gill

costumi:
Leonie Prendergast

musiche:
Danny Bramson, Waddy Wachtel

Jimi - All Is By My Side | Recensione | Ondacinema

Jimi - All Is By My Side

di John Ridley

biografico, drammatico, musicale, Gran Bretagna/Irlanda/Usa (2014)

di Alex Poltronieri

Voto: 6.0
Approcciarsi al genio musicale dal punto di vista della settima arte non è mai impresa facile. E' arduo incapsulare peculiarità, vicende private e meriti artistici nell'arco di due ore di pellicola. Non di rado il mezzo più efficace per raccontare l'esistenza di personalità leggendarie e complesse della storia della musica rock è quello, più oggettivo, del documentario. In ambito fiction le strade intraprese sinora sono state due: quella scolastica e didascalica del biopic classico (per esempio "La Bamba", "Ray" e "Walk the Line - Quando l'amore brucia l'anima", sbeffeggiati a dovere nel simpatico "Walk Hard") e una più sfuggente, complessa, sperimentale, che si arrende davanti all'impossibilità di catturare la vera essenza del personaggio che tenta di portare sul grande schermo (in questo senso ci vengono alla mente "Io non sono qui" su Bob Dylan, "Last Days" ispirato agli ultimi giorni di vita di Kurt Cobain, o l'incompreso e psichedelico "The Doors" di Oliver Stone).

Nell'avvicinarsi alla figura del rivoluzionario chitarrista Jimi Hendrix, il regista John Ridley tenta una mediazione tra le due vie descritte sopra, in un approccio tanto coraggioso e inedito quanto frustrante. "All Is By My Side" non ha la pretesa di raccontare l'intera, purtroppo breve, vita di Hendrix, ma preferisce concentrarsi solo su un anno, fondamentale, della sua storia. Tra il 1966 e il 1967 la carriera di Jimi Hendrix arriva ad una svolta decisiva: complice l'amicizia con la modella Linda Keith (Imogen Poots), all'epoca fidanzata di Keith Richards, il chitarrista da session man per musicisti neri dei sobborghi di New York, inizia a farsi notare da valenti produttori discografici, tra cui Chas Chandler, allora bassista degli Animals, che decide di lanciare Hendrix come alfiere della sua nuova attività come produttore, e lo convince a partire per la più libertina Inghilterra, dove il suo percorso artistico potrebbe ottenere l'impennata decisiva. Dai sudici bar della grande mela alla trionfale esibizione al festival rock di Monterey, un anno decisivo nella vita di James Marshall Hendrix, che il regista John Ridley (novello premio Oscar per la sceneggiatura di "12 Anni Schiavo", ma autore anche di "Red Tails" di George Lucas, "U-Turn" di Oliver Stone e "Three Kings" di David O'Russell) mette in scena spogliato da ogni facile didascalismo o tronfia epica. Ridley osa andare al di là dei tipici schemi da rise and fall legati al genere, trappola in cui è incappato anche un gigante come Eastwood nel suo malinconico "Jersey Boys", e fa sua una narrazione sbilenca e narcotica, piena di elissi temporali e scarti di tono, che rimanda allo stile del nuovo cinema inglese e a certi vezzi autoriali da nouvelle vague (i lunghi silenzi, il parlato fuori sincrono, i freeze sui volti dei protagonisti).

Il Jimi raccontato dal regista è un giovanotto sin troppo introverso e misterioso, un genio in anticipo sui tempi, probabilmente, che Ridley però si limita a non "spiegare", facendolo vivere soprattutto attraverso l'aderenza fisica perfetta del sorprendente André Benjamin (degli Outkast), malamente doppiato nell'edizione italiana. Ne esce un ritratto parziale che non sviluppa a dovere nessuno dei "misteri" legati al personaggio, focalizzandosi in particolar modo sul rapporto tra Hendrix e un pugno di donne che ne hanno modellato il destino: l'amica, forse innamorata, Linda, la spumeggiante fidanzata londinese Kathy Etchingham (Hayley Hatwell), per cui scrisse "Foxy Lady", l'amante Ida (Ruth Negga). Una visione edipica e psicanalitica dei fatti, curiosa e inusuale, ma che finisce per lasciare sin troppo sullo sfondo il lato musicale e selvaggio di questo colosso della storia del rock. Ridley, consapevolmente, rifugge i cliché "sesso droga e rock 'n roll" intrinseci nel genere, ma è impensabile che in una pellicola su Jimi Hendrix non si senta nemmeno un brano originale del personaggio che si sta tentando di raccontare. Il climax della pellicola, la catarsi musicale, è infatti affidata ad una incendiaria versione di "Sgt. Pepper's Lonely Hearts Club Band" dei Beatles, eseguita dalla Jimi Hendrix Experience in un teatro a Londra appena tre giorni dopo l'uscita del celebre album dei Fab Four. Anche per questo c'è una spiegazione: la famiglia di Hendrix ha negato ai realizzatori della pellicola il permesso di utilizzare canzoni originali, imponendo il ricorso forzato a brani di repertorio e cover.

Per lo stesso motivo nel film vediamo Hendrix suonare un'imitazione della sua famigerata Stratocaster: la Fender non ha concesso l'utilizzo del suo marchio per il film. Forse anche loro non sapevano che pensare di fronte ad un biopic bizzarro e fuori dagli schemi come questo. E siamo convinti che anche i numerosi fan del grande chitarrista di Seattle avranno di che lamentarsi in merito.