CAST & CREDITS

cast:
Jennifer Lawrence, Robert De Niro, Bradley Cooper, Isabella Rossellini

regia:
David O. Russell

distribuzione:
20th Century Fox

durata:
124'

produzione:
Annapurna Pictures, Davis Entertainment

sceneggiatura:
Annie Mumolo, David O. Russell

fotografia:
Linus Sandgren

scenografie:
Judy Becker

montaggio:
Alan Baumgarten, Jay Cassidy

Joy | Recensione | Ondacinema

Joy

di David O. Russell

drammatico, biografico, commedia, Usa (2015)

di Carlo Cerofolini

Voto: 7.0
Nascosta dai ricami della macchina da presa e tradita dallo sguardo del regista l'urgenza di un film, nelle conseguenze che provoca sulla riuscita del prodotto, costituisce il più delle volte una variante imponderabile nelle mani dell'autore. Il quale, da par suo, si ritrova a dover gestire una duplice spinta che vede, da una parte, il bisogno di liberarsi - mettendola sullo schermo - dell'ossessione che ne alimenta il desiderio e dall'altra, la necessità di ottimizzarla all'interno di un prodotto quantomeno comprensibile, soprattutto quando in gioco ci sono i soldi e gli incassi delle major hollywoodiane. Una schizofrenia che David O. Russell conosce bene, un po' per le intemperanze caratteriali che a più riprese l'hanno portato sull'orlo del collasso artistico e personale, un po' perché non sempre l'eccentricità delle sue visioni è coincisa con il pragmatismo di chi lo ha finanziato. E questo, al di là delle valutazioni che si possono fare su una produzione non sempre ben considerata dal pubblico e dalla critica, ci porta dritti al punto di una questione che nel cinema del regista americano è pregnante, e che riguarda appunto la difficoltà di riuscire a compensare dal punto di vista narrativo la propensione a lasciare il campo alla stravaganza e all'eccentricità dei propri personaggi e alle performance di chi li interpreta.

Qui per esempio al centro del progetto dovrebbe esserci la voglia di raccontare la vicenda di Joy Mangano e della sua strampalata famiglia, coinvolti nel tentativo di trasformare il talento inventivo della donna in un business miliardario a partire dalla Miracle Mop, il mocio utilizzato per pulire i pavimenti che la Mangano sulla base della sua invenzione riuscì a brevettare e successivamente, grazie alle proprie capacità imprenditoriali, a commercializzare negli Stati Uniti e nel mondo. Trattandosi di un biopic, seppure sui generis per la scelta del regista di raccontare con gli strumenti tipici della commedia, ci si aspetterebbe che "Joy" salvaguardasse in qualche modo gli aspetti più realistici della storia, operando un bilanciamento delle situazioni tragicomiche di cui il film si compone con un stile di regia magari orientato a una messinscena volta a privilegiare la verosimiglianza dell'assunto.

Al contrario e come spesso gli succede, O. Russell preferisce complicarsi la vita con una struttura poliedrica e stratificata. Per cui a partire dall'espediente della voce fuori campo - quella di Mimi, la nonna di Joy - inserita ad arte (vedere per credere) per giustificare la componente onirica e fiabesca di cui il film si avvale, l'autore si diverte ad affastellare toni (comico, drammatico, surreale e persino grottesco) generi (oltre a quelli già citati aggiungiamo il gangster movie utilizzato per rappresentare la resa dei conti finale) e rimandi cinematografici (alla commedia classica degli anni d'oro), a cui fa eco sul piano visivo un immaginario a dir poco variopinto che, specialmente nella prima parte, quella caratterizzata dagli inserti televisivi relativi alla soap opera seguita dalla madre di Joy e dai flashback relativi ai trascorsi della protagonista, mette insieme un potpourri di cultura popolare a volte anche kitch, basti pensare agli orizzonti esistenziali proposti dalle avventure catodiche di Danica e Clorinda a cui la famiglia Mangano fa riferimento e in qualche modo imita, il più delle volte fantasiosa, quando si tratta di scandire i vari snodi dell'intreccio con cambi di sound che dal classico al moderno mettono insieme Frank Sinatra e i Rolling Stones.

Così se il risultato complessivo è frammentario e discontinuo, con sequenze da ricordare come quella in cui rivediamo insieme Cooper e la Lawrence, e altre, relative per esempio ai personaggi della serie televisiva, ridondanti e dimenticabili, "Joy" si prende la sua rivincita per la capacità di creare un personaggio come quello di Joy Mangano, davvero memorabile e al quale, dopo tutte le peripezie a cui il destino l'ha sottoposta nel corso della storia non si può non volere bene, e per l'abilità di alimentare la partita con un contorno di ruoli di secondo piano, ognuno dei quali - da Tony, ex marito di Joy interpretato da un Edgard Ramirez (Carlos) canterino e sciupa femmine al malinconico e pragmatico Neil Walker a cui Cooper si presta con naturale immedesimazione - meriterebbe di essere sviluppato a se stante, magari in uno spin off a lui dedicato. Così come di presentarci un ensemble attoriale talmente in palla da far pensare che per Russell i film non siano altro che il mezzo per aggiornare un album personale in cui Joy e la sua banda figurano come autentici campioni d'umanità. Un'impellenza che per Russell conta più d'ogni altra forma di coerenza.