Judy | Film | Recensione | Ondacinema

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recensione di Giancarlo Usai
5.0/10

Solo poco tempo fa, allorché commentavamo l'uscita di "C'era una volta a Hollywood", ci eravamo soffermati su come Quentin Tarantino avesse raccontato con tenera nostalgia e indiscutibile indulgenza il mito dell'epoca d'oro degli studi cinematografici californiani. Certo, al regista di Knoxville interessava soprattutto dare spazio a chi quel momento eccezionale lo aveva vissuto ai margini, come i due protagonisti del suo capolavoro. Ma il senso generale era di una pulsione malinconica verso un immaginario che stava definitivamente tramontando. A stretto giro, invece, direttamente da una produzione britannica, arriva un'opera che ci restituisce l'altro volto di quella Hollywood, fatto di manager senza scrupoli e major sensibili solo al grande guadagno. Ma quella Hollywood è soprattutto animata da giovani star, troppo dotate per rimanere ragazze di provincia e troppo fragili per non farsi stritolare dall'industria del cinema. Judy Garland, diventata già famosissima da adolescente e morta prematuramente a soli 47 anni, fu il simbolo di quell'epoca. Un'epoca d'oro solo per chi non ne era diventato dipendente, se non schiavo.
Judy, una vita distrutta dall'abuso di farmaci e costellata da incontri umani deleteri, fu l'emblema di quella contraddizione enorme: fuori, l'esibizione di un talento straordinario che si esplicava in una presenza scenica unica e in un uso della voce intenso e duttile; e dentro, invece, un'anima spezzata che si affannava a ritrovare un equilibrio perso troppo presto. Su questo si concentra il biopic presentato in anteprima italiana alla Festa del cinema di Roma, portando davanti alla macchina da presa una Judy immortalata in due precisi momenti della sua breve vita: a diciassette anni durante la lavorazione de "Il mago di Oz" e poi trent'anni dopo alle prese con i suoi ultimi concerti londinesi, intrapresi per guadagnare quei soldi che le avrebbero permesso di non perdere l'affidamento dei due figli piccoli.

Risulta chiaro fin dalla lettura della sinossi che il regista di ispirazione teatrale Rupert Goold volesse realizzare una pellicola biografica non convenzionale, che evitasse il percorso canonico e che giocasse sulla scelta dei momenti salienti della vita di Judy. E saremmo anche pronti ad accettare questa buona intenzione, ritenendo calzante questo salto temporale continuo fra l'esistenza tormentata della 47enne devastata da alcol e dipendenze e i flashback di quell'apparente età felice, durante la quale la giovane protagonista veniva tiranneggiata dal severo produttore Louis B. Mayer, che le impediva addirittura di dormire e di mangiare durante le riprese. Il motivo di delusione che ci anima dopo la visione, però, è dato dalla sorprendente eliminazione di qualsiasi scarto narrativo o emotivo, di un qualsivoglia tentativo di elevare la regia e le scelte di messa in scena che possano contribuire a rendere appassionante le vicende della disgraziata Judy. Il fardello più pesante di una pellicola come questa è che non c'è una profondità di sguardo, che ogni singola sequenza risulta semplicemente illustrativa, appesantita da didascalie e sottolineature di sceneggiatura che Goold accentua anziché alleviare in sede di regia.
Un capitolo a parte, poi, non può non meritare l'interpretazione di Renée Zellweger. Da molti già considerata la favorita al prossimo Oscar, la ex Bridget Jones in realtà fatica a passare da una pedissequa imitazione a qualcosa di diverso. Renée non possiede Judy, semplicemente si traveste da Judy in scena. Certo, è ammirevole il suo sforzo fisico e vocale di restituire l'affaticamento della Garland a fine carriera, ma rimane il senso fastidioso, in certi ossessivi primi piani, di un lavoro vacuo di calco piuttosto che di un'effettiva immedesimazione nei panni della diva. Deturpata nel volto e trasformata nei connotati rispetto alle sue prove recitative migliori, la Zellweger, con questo suo fare istrionico e accentratore, finisce per fagocitare il buono che pure c'era nel film.
Il finale, però, ci è piaciuto e in parte ci ha risarcito della delusione. Quell'ultimo saluto al pubblico, quel "Non mi dimenticherete, vero?", in mezzo ad applausi scroscianti e luci accecanti del teatro, restituisce un po' di sana ambiguità a un film che, fino a quel momento, aveva pagato un dazio troppo pesante a una scrittura e a una realizzazione scenica eccessivamente programmatiche.


24/10/2019

Cast e credits

cast:
Renée Zellweger, Bella Ramsey, Rufus Sewell, Gemma-Leah Devereux, Jessie Buckley


regia:
Rupert Goold


distribuzione:
Notorious Pictures


durata:
118'


produzione:
BBC Films, Calamity Films, Pathé UK, 20th Century Fox


sceneggiatura:
Tom Edge


fotografia:
Ole Bratt Birkeland


scenografie:
Kave Quinn


montaggio:
Melanie Oliver


costumi:
Jany Temime


musiche:
Gabriel Yared


Trama
Nell'inverno del 1968, Judy Garland arriva a Londra per una serie di concerti "tutto esaurito" di cinque settimane al night club "Talk of the Town".