Recensioni

Kedi - La città dei gatti

di Ceyda Torun

documentario, Turchia/Usa (2016)

CAST & CREDITS

regia:
Ceyda Torun

distribuzione:
Wanted Cinema

durata:
79'

produzione:
Termite Films

fotografia:
Alp Korfali, Charlie Wuppermann

montaggio:
Mo Stoebe

musiche:
Kira Fontana

Kedi - La città dei gatti | Recensione | Ondacinema

Kedi - La città dei gatti

di Ceyda Torun

documentario, Turchia/Usa (2016)

di Giancarlo Usai

Voto: 6.0

Istanbul, megalopoli di oltre quindici milioni di abitanti, a cavallo tra due continenti, è reduce da uno dei periodi più duri e controversi della sua storia. Da simbolo di una Turchia che guardava a Occidente, e che sapeva attrarre chiunque proprio per questo suo carattere cosmopolita e internazionale, nel giro di pochi mesi ha visto il suo destino capovolgersi. È stata teatro di almeno tre sanguinosi attentanti che ne hanno colpito al cuore la sua vocazione modernista, ha visto svolgersi nelle sue strade e sui suoi ponti sul Bosforo un colpo di Stato in diretta mondiale, si è trasformata in una meta turistica per viaggiatori di ogni nazionalità in grave crisi di sicurezza e di accoglienza.

La città più grande del Paese, il suo fiore all'occhiello davanti al mondo intero, si è così dovuta confrontare con un salto all'indietro che ha rischiato di minarne, in modo irreversibile, la sua vita economica e sociale. In questo 2018, però, qualcosa sta nuovamente cambiando e, a parte le informazioni che trapelano dall'autoritario governo di Erdogan e dagli organi di stampa rigidamente controllati, emerge una serie di immagini fresche e originali che ci arrivano dalla metropoli mediterranea. A questa considerazione ci ha fatto pensare il gradevole documentario firmato dalla regista nativa di Istanbul Ceyda Torun che, partendo dall'osservazione della vita di sette gatti, ci porta a spasso per la città per ottanta minuti in cui ci riconciliamo con un'idea, bellissima e non troppo lontana nel tempo, che avevamo cristallizzata nella mente e nel cuore. I gatti, si dice, a Istanbul sono più numerosi delle persone. Sono ovunque: vagano randagi sulla metropolitana, al porto, nel pieno centro storico, sui tetti, entrano ed escono dai bazar e dai centri commerciali. Sono una costante naturale che accompagna la vita degli abitanti.

La Torun, con una macchina da presa ben piantata al suolo, "ad altezza gatto", li segue con dovizia nel loro girovagare senza meta. E, lasciando parlare attraverso brevi interviste gli esseri umani che si prendono cura di questi animali, ci racconta un rapporto tra Istanbul e i felini che è anche un'indagine antropologica su che cosa significa vivere qui. C'è chi vede i gatti come manifestazione di Dio in terra, e per questo si spiegherebbe la loro mancata riverenza nei confronti dell'uomo; oppure chi invece li ama per la loro indipendenza e libertà, questo loro essere capaci di affezionarsi a chiunque e a nessuno, provvedendo alla propria sopravvivenza con quello che c'è in un dato momento, in un dato luogo. Da questa diversità di opinioni emerge anche la diversità di modi di vivere, che rappresenta un po' l'anima più peculiare di Istanbul. Uno sguardo al futuro e alla voglia di contemporaneità e un pezzo di cuore ancorato alle radici, alle tradizioni culturali, religiose, gastronomiche.

Con l'uso di belle carrellate e altrettanto suggestive riprese aeree realizzate con l'aiuto dei droni, la regista turca parla di gatti e uomini alla stessa maniera. Per un'ora e venti le preoccupazioni del presente, una guerra vicina, un conflitto politico arrivato a un punto di rottura forse non più eludibile, una situazione di sospensione democratica avvertita qui più che in qualsiasi altra zona dello Stato, tutto questo rimane come confinato su uno sfondo, pure presente, ma arginato dalla bellezza dei luoghi, delle luci, dei palazzi, delle moschee e delle chiese. La Turchia che vediamo al cinema ha sempre un sapore agrodolce, ci lascia l'impressione costante di un rapporto complesso e affascinante tra il mondo della Settima arte e la vita nel Paese. Non solo e non tanto l'opera di Nuri Bilge Ceylan, ovviamente, ci aiuta in questa considerazione, ma anche i titoli realizzati da giovani autori (si pensi al "Mustang" di Deniz Gamze Erguven) ci spingono in questa direzione. E anche il documentario della Torun, seppur elementare nella sua messa in scena narrativa, non abbandona questa doppia faccia espressiva: una tenerezza mista a severità, sia verso le contraddizioni del passato, sia pure nei confronti di un ignoto futuro che non è detto assicuri quella serenità cui tendono gli uomini e le donne che osserviamo al di là dello schermo.