CAST & CREDITS

cast:
Uma Thurman, Chia Hui Liu, Christopher Allen Nelson, Samuel L. Jackson, Chiaki Kuriyama, Julie Dreyfus, Daryl Hannah, Michael Parks, Vivica A. Fox, Sonny Chiba, Michael Madsen, Lucy Liu, David Carradine, Bo Svenson

regia:
Quentin Tarantino

distribuzione:
Buena Vista

durata:
127'

sceneggiatura:
Quentin Tarantino

fotografia:
Robert Richardson

Kill Bill - Vol. I - II | Recensione | Ondacinema

Kill Bill - Vol. I - II

di Quentin Tarantino

azione / thriller, Usa (2003)

di Luigi Garella

Voto: 8.5
Introduzione

L'ibrido fertile


Fare 1 di 2

"Kill Bill" è "il quarto film di Quentin Tarantino", questa e altre informazioni liminari alla narrazione, fornite per la precisione durante i titoli di testa (di vol. I), permettono di inquadrare l'opera nella sua totalità; così come il logo "Shaw Scope" (assente a quanto pare in alcune copie) o la voce che presenta il "feature film" della serata. "Kill Bill" è un film unico, il quarto appunto del regista, girato in continuità e quindi spezzato in due "volumi" come scommessa distributiva (azzardata o meno, la scelta di Miramax, comunque fastidiosa per lo spettatore tenuto sulla corda). Volendo azzardare si presenta così un ulteriore twisting tarantiniano, rendendo possibile l'ascrizione del progetto alla tradizione dei serial cinematografici (e così rendere tollerabile il vociferare su un vol. III) in cui le avventure modulari - una missione, un film - di un eroe venivano protratte negli anni (Charlie Chan, Fantomas, L'uomo ombra, etc), tradizione progenitrice del telefilm, terreno, quest'ultimo, assai più prossimo al bacino di riferimento del regista piuttosto che il cinema dei primi quarant'anni.
Comunque si voglia intendere tutto ciò risulta necessario procedere, pur per sommi capi, a individuare e definire come avvenga la gestione dei codici preposti a funzione di cerniera, quell'evidente limbo diegetico che messo poi tra parentesi permetta la ricostituzione del flusso in continuità di "Kill Bill".

La sceneggiatura originale messa a punto da Q Tarantino nel corso di lunghi anni, a partire, stando alle dichiarazioni, dalle divagazioni con U Thurman sul set di "Pulp Fiction" in cui nasce il personaggio de La Sposa, subisce inevitabilmente complessi rimaneggiamenti nei dettagli e pure nella struttura, fin durante le riprese (si trovano immagini girate e non inserite nel montaggio finale sul rapporto tra Arlene e Bill, di certo nel dvd). Al momento di scindere il progetto a fini distributivi (e lucrativi, è ovvio) si rendono necessari passaggi di raccordo e scelte che riguardano l'interezza del film (la scelta di far comparire Bill solo nella seconda parte).
Al termine di "Vol. I", in particolare, sono le parole di Bill - solo voce e mani fin qui - e Sophie Fatale (con l'inquietante interrogativo circa la bambina, fino ad allora data per morta, elemento fondamentale questo della "finta" morte), e il montaggio alternato che si appropriano di una formula da manuale della sospensione/attesa (fin al ridicolo da soap opera) per condurre ai semplici titoli di coda, provvisori, di contro a quelli raffinati, retrò ed effettivamente conclusivi di "Vol. II" e del film.

Ben più strutturata è la ripresa dell'incipit di "Vol. II", in cui si ripresenta la saltuaria voice over - il presentarsi del "fare" cinematografico - della protagonista che riassume le disavventure e le imprese: alla guida di una Porsche decapottabile (ricorda quella di Paul Newman in "Detective's Story") alle spalle della quale scorrono paesaggi retroproiettati. La narrazione verbale è chiaramente rivolta allo spettatore, l'interpellazione di Uma Thurman che strizza l'occhio (in b/n) identifica l'intera sezione quasi come una prefazione. L'attrice ancora non è totalmente personaggio - una parentesi diegetica - e il moto, in tutta evidenza metacinematografico, non fa altro che evocare e reinstaurare la traiettoria di "Kill Bill" nella sua unità: i trasferimenti della protagonista sono sempre strappi nella giustapposizione dei singoli blocchi di incontro con gli antagonisti.

Ready Made

Questi stessi elementi che abbiamo tentato d'additare - e forse espungere dalla visione ideale, o utile alla nostra trattazione - forniscono però il destro per giungere al cuore del fare cinema di Tarantino, pronto a bruciare le aspettative quanto a essere investito da varie forme di sdegno.
Ogni film del regista, e ancor più "Kill Bill", è frutto anche di una collazione di riferimenti di secondo grado, citazioni, prestiti e allusioni che riguardano l'enciclopedia visiva dell'autore o una sezione d'essa, attivata per aumentare (ma non generare del tutto) il sistema rappresentativo e simbolico complessivo.
Non sembra inopportuno a questo proposito ritornare a una categoria fondante per la modernità coma quella di "ready made": Tarantino estrae dal profluvio della produzione audiovisiva dettagli, sequenze e presenze che innesta nel tessuto visivo e narrativo, interessante chiedersi cosa sia il profilmico per lui. Una vera e propria centrifuga nozion-ale/-istica spesso additata come la colpa suprema, presunzione somma dell'autore.

In realtà, preme dirlo, il "ready made" tarantiniano è una modalità, una declinazione, del metalinguaggio costitutivo della sua opera in cui il farsi (ideazione e realizzazione) del film si avvicina fin quasi a coincidere con il percorso immaginativo e con l'evocazione "significante" operate dal suo autore. Dal lato della fruizione questo però può essere percepito come un fattore d'esclusione - quindi si dice ombelicale, e si procede a stigmatizzare con virulenza (come in questi casi I & II piuttosto ilari) - qualora prevalgano considerazioni d'ordine contestuale (necessarie per altro) su quella cotestuali e stilistiche. Detto con meno sintesi, si tratta dell'abilità, minima necessaria, dello spettatore di attivare i sistemi di comprensione più adeguati all'occasione. Sempre che l'oggetto filmico sia ben formulato e, comunque, oltre le attribuzioni personali di valore.
A mettere in crisi questo percorso di comprensione è proprio l'enorme cumulo di elementi cui Tarantino dà spazio e attenzione all'interno della diegesi: per un dettagliato elenco di questi rimandiamo alle sezioni "trivia" di www.imdb.com per il "Vol. I" e il "Vol. II", limitandoci qui a un solo campo d'attrazione e alcuni esempi macroscopici.

Il Giappone in "Kill Bill Vol. I", luogo della prima missione de La Sposa, alla ricerca di O-Ren Ishii, si può scomporre, essenzialmente, in debiti e citazioni da i film di/con Bruce Lee, il cinema adolescenziale nipponico contemporaneo, il cinema d'animazione, ampio spazio è dedicato al personaggio di Hattaro Hanzo, interpretato da Sonny Chiba, Lucy Liu è O-Ren Ishii. La breve somma strutturale di elementi eterogenei (per periodo, ampiezza, precisione) è però immersa - a nostro parere - in un sistema in cui prevalgono le forze centripete della significazione interna, costitutiva della narrazione.

A un livello di basilare comprensione (e di interpretazione primaria), nulla è negato allo spettatore, anche se la sfera delle allusioni non viene messa del tutto a fuoco, la sua evidente presenza vale per le sue parti, dato che essa è parte di un'enciclopedia che gli esseri umani occidentali - tra i 1 ed i 60 anni - (categoria ampia e striminzita allo stesso tempo), possiedono inevitabilmente. Se poi si è in grado di attivare puntualmente i referenti, riconoscendo in Hattaro Hanzo il personaggio d'una fortunata serie di film in cui l'eroe è interpretato da Sonny Chiba, in Lucy Liu una delle Charlie's Angels e caratterista femminile per parti da dura e inquietante (Payback, Allie McBeal), in Chiaki Kuriyama (Gogo Yubari) una delle attrici di "Battle Royal" di Kinji Fukasaku o nella tuta di Uma Thurman lo stesso punto di giallo di quella di Bruce Lee in "L'ultimo combattimento di Chen" (1978), allora la significazione grazie a questo apre potenzialità maggiori nell'ambito simbolico (e la performance delle 1,2,3,4,5's cos'è se non un'estensione di tutto questo?) e permette - ma non è requisito fondamentale - di giungere a capo di alcune fattualità.

In questa direzione si capisce lo stile di ripresa a zoom rapidissimi per l'episodio/ricordo di Pai Mei, o perché La Sposa chiusa nella bara si sfili gli stivali di Budd ed estragga con sicurezza un rasoio. Che abbia visto "Le Iene" e conosca le abitudini di Michael Madsen attore di Tarantino? E ancora si può notare che Daryl Hannah/Elle Driver si dimena come un pesce fuor d'acqua sul pavimento del cesso della casa mobile di Budd esattamente come faceva in "Blade Runner". David Carradine è Kung Fu e anche Walter Hill. Trovare la giusta distanza da cui guardare un film è importante quanto per un dipinto di Seurat, è parte delle competenze che è necessario avere.

Une Femme est une Femme

Arlene Machiavelli, Beatrix Kiddo, Black Mamba, Uma Thurman, Mommy sono le differenti incarnazioni del vettore/creatore del flusso: Kill Bill è il suo obiettivo. Nel compimento d'esso si adegua (fin negli indumenti), di volta in volta, alle necessità delle micro missioni che il destino filmico le ha assegnato: è turista dall'uomo di Okinawa, "ronin" vendicatrice nel locale notturno, amica in visita da Vernita, assalitrice da western, madre amorevole, donna nel pieno d'un litigio matrimoniale ma, su tutto, morto vivente.
Uma Thurman è chiamata a riassumere in sé ognuno di questi atteggiamenti cui corrispondono movenze, riferimenti, digressioni che, nel super-stile aggregante di Tarantino, si coagulano in un inno alla sua protagonista e, fattore tutt'altro che accessorio, al cinema.

La resurrezione della Sposa punta da una zanzara, seguita dall'indimenticabile respiro sovrumano inscrivono la sua parentesi di esistenza schermica non solo nel soprannaturale (sempre temperato dall'ironia: gli sputi, la rincorsa fuori dalla bara) ma anche oltre le barriere del tempo. In tal modo il riavvolgimento temporale dopo lo scontro con Vernita Green genera una nuova linea temporale (sette anni e 4 mesi prima) - non un flashback - che è il risultato di un'aggregazione compiuta dal pensiero narrante (così come in "Pulp Fiction" e nelle ri-sequenze di "Jackie Brown"): stante l'eterno presente filmico e l'uso delle didascalie, "Kill Bill" è un agglomerato di spazi e tempi (e corredi visivi e personaggi) la cui libertà di dislocazione e pendent percettivo-pragmatico della sovrumanità di Black Mamba e la progressiva linearizzazione del discorso è un adeguamento alla rincorsa alla (nuova) umanità della protagonista.

Nella sequenza finale (con oggettiva irreale come sempre quando Tarantino si distacca dalla visione-personaggio: così nel primo duello e pure nella riproposizione di "Showdown at the two pines") Black Mamba rompe in pianto convulso sul pavimento del bagno della stanza di motel, avvisaglie di qu esto s'erano avvertite nel primo toccante incontro con la figlioletta: ottiene così l'attributo di Mommy e la possibilità di un futuro indefinito, al di fuori dello schema-missione.

La compenetrazione dell'universo simbolico e narrativo del regista con i dettagli della fabula si spezza ora, ancora nella periferia, nei titoli di coda, questa volta completi e definitivi, in un congedo tanto dal narrato quanto dai suoi veicoli: le fila della vendetta vengono tirate, ogni personaggio torna sulla ribalta, gli attori prendono congedo e, forse, lo stesso regista, dopo i ringraziamenti le dediche ed i disclaimer, con quel brevissimo estratto da un ciak andato male in cui Uma Thurman strappa un occhio a uno degli 88 Folli, e poi si va a nero. Ancora una volta, seguendo questa linea, si coniuga la presenza dell'attrice protagonista con quella (dello sguardo) del regista, omaggio finale al visual pleasure che ha reso possibile tutto quanto.

Sconfitta la morte (evento apocalittico evidente, e non si può dimenticare "Girlfriend in a coma" di D. Coupland), Black Mamba, prima di tornare a essere solamente Beatrix Kiddo - una Beatrice bambine, fonte d'ispirazione - deve affrontare un duro percorso attraverso la memoria e per riottenere lo statuto di vivente che le spetta (in questa direzione sarebbe creativa, una volta tanto, una lettura da feminist film theory): le avversarie femminili e Bill che riconoscono e rispettano i suoi obiettivi la affrontano da guerrieri, Budd che invece ancora vede solo in lei un cadavere non ottiene altro che morire per il veleno di un black mamba, nella più evidente delle citazioni, come Kirk Douglas in "Uomini e Cobra".

Emergono prepotenti queste valenze nel monologo (evidente e quasi scomposta tarantinata) di Bill su Superman, sulla natura del suo travestimento: Bill si guadagna così dicendo una morte mitica (in un duello perfettamente orchestrato) e Tarantino può completare la propria dedica.

LE RECENSIONI

di Alberto Zambenedetti

KILL BILL VOL. I

Il quarto film di Quentin Tarantino è l'essenza, il distillato di molteplici generi e diverse suggestioni, tutte accomunate dal tema del duello. La spada, celebrata come arma nobile nel cerimoniale della vendetta, è la grande protagonista dei combattimenti, che si susseguono strutturando il film che, come consuetudine in ogni film di Tarantino, non si scioglie in ordine cronologico. Molto belle le sequenze di lotta, ma ancora meglio le sovraccariche situazioni surreali che sono un altro marchio di fabbrica del suo stile. Le citazioni si sprecano e creano un caleidoscopico catalogo che si incarna nei differenti generi/setting che compaiono nella pellicola. Spaghetti Western, Yakuza Flick, Anime, Bruce Lee, "Kill Bill" omaggia e rispolvera i film che hanno fatto la storia di un cinema sempre considerato "minore" perché non intellettuale.

Tarantino pesca a piene mani non solo dall'iconografia di questi sottogeneri, ma anche dalle loro (strabiliati) colonne sonore. Con il risultato che "Kill Bill" scorre sulle note di Ennio Morricone, di Riz Ortolani, di Santa Esmeralda e così via. Resa l'idea? La miscela, rivisitata attraverso l'occhio che Uma Thurman strappa a uno degli 88 giapponesi che si trova a fronteggiare in una spumeggiante (di sangue) scena dal film, è a dir poco esplosiva, e la violenza è talmente grafica da divenire surreale.

In questo contesto si incastra l'umorismo macabro di Tarantino, nella celebrazione di un cinema che non c'è più e che ha fatto gli anni 70 e 80. La coerenza narrativa passa in secondo piano, e l'organizzazione non cronologica del tempo risulta assolutamente superflua. Ciò che conta è la battaglia, è essere duro e preparato, ben caratterizzato e soprattutto cattivo, molto cattivo.

Niente di nuovo, certo. Ma tutto il già-visto è concentrato in una singola (doppia) pellicola, e la visione è molto, molto divertente. Assolutamente obbligatorio urlare e dimenarsi come pazzi sulla propria poltrona, perché il rito orgiastico possa essere completo.

KILL BILL VOL. II

Dopo un prologo da pelle d'oca che ricapitola il volume precedente, le avventure del killer senza nome continuano a dipanarsi fra duelli all'ultimo sangue e violenza grafica fino all'iperrealismo. Ancora una volta i generi cinematografici vengono smontati, dissacrati, e omaggiati. Nel volume precedente erano stati il manga-movie e il kung-fu-movie. Il secondo volume si dondola fra il western, lo spaghetti-western (per le sue dimensioni epiche), e, con un flashback che non potrebbe intervenire in un momento più opportuno, ancora le arti marziali, le quali contribuiscono a illustrare la bildung del personaggio principale in un vero e proprio atto d'amore al cinema trash.

"Kill Bill" non sembra essere un progetto fluido. Le colonne sonore differiscono notevolmente, il ritmo della narrazione cambia, e nel secondo volume compare una dimensione umana che nel primo sembrava essere stata soppressa in favore dei combattimenti rocamboleschi. La morale affiora e caratterizza lo spettacolo della violenza, privandola quasi del tutto del suo valore farsesco. Su queste note, il pubblico si divide. Preferisco "Vol. I". Anzi no, "Vol. II" mi è piaciuto di più. Impossibile decidere. Un dilemma, appunto, tutto tarantiniano. Certo, "Vol. II"interviene a fare ciò che "Vol. I" non aveva fatto. Le motivazioni psicologiche si stratificano, i personaggi si riempiono nei loro vestiti, che smettono di essere delle stilizzate tute di pelle gialla per tornare indumenti comuni, apparentemente più fragili, non immuni alla polvere e alle ferite. Il gusto della parodia è ancora percepibile, ma diventa un sottotesto, stabilito da "Vol. I" e suggerito più che direttamente esibito, in "Vol. II." (per fortuna, con qualche impagabile eccezione). Un bel progetto, a ogni modo, che si conclude degnamente e con dei titoli di coda che non smettono mai di scorrere, sospesi fra video musicale e omaggio agli zigomi della protagonista.

Una cosa sembra proprio ovvia. "Kill Bill" è nato per essere un servizio al cinema: sui generi del passato, nei generi del presente, e per i generi del futuro. Il tutto, con una strizzata d'occhio al suo pubblico.

(In collaborazione con Gli Spietati)