CAST & CREDITS

cast:
Naomi Watts, Lobo Chan, Kyle Chandler, Jamie Bell, Andy Serkis, Adrien Brody, Jack Black

regia:
Peter Jackson

distribuzione:
UIP

durata:
127'

produzione:
Big Primate Pictures, Universal Pictures, WingNut Films

sceneggiatura:
Fran Walsh, Philippa Boyes, Peter Jackson (dal soggetto di Merian C. Cooper)

fotografia:
Andrew Lesnie

musiche:
James Newton Howard

King Kong | Recensione | Ondacinema

King Kong

di Peter Jackson

fantascienza/avventura, Nuova Zelanda/Usa (2005)

di Pietro Andrea Bonaffini

Voto: 8.0
Peter Jackson ha dedicato ben sette anni della propria vita per realizzare, attraverso un lavoro mastodontico e forse unico nella storia del cinema, l'adattamento della trilogia dell'Anello di Tolkien, riuscendo a portarsi a casa, con l'ultima delle tre fatiche, la statuetta come miglior regista (tra le 17 raccolte in totale). Ed a trasformarsi così da regista cult del cinema splatter degli esordi ad autore famoso ed ammirato in tutto il mondo, pur conservando sempre un immenso amore per la settima arte.

Arrivato a questo punto e con un budget di oltre 200 milioni di dollari a disposizione, il regista neozelandese decide di realizzare il sogno di tutta una vita: portare sullo schermo il remake di "King Kong", classico del 1933 che quando aveva solo otto anni lo affascinò a tal punto da convincerlo che il cinema sarebbe stato la sua strada.

A conti fatti, quello a cui ci troviamo di fronte non è un semplice remake, ma un'opera ben più complessa (oltre che decisamente più lunga) dell'originale, firmato da Merian C. Cooper e da Ernest B. Schoedsack più di settant'anni fa. Ed in tre ore dense ed avvincenti, Jackson concentra commedia, horror, avventura ed amore, parlando non solo della Bestia che si innamora della Bella, ma anche di quella personalissima passione chiamata cinema.
La storia del gorilla Kong è sicuramente nota ed alcune scene (grazie anche a svariati seguiti e rifacimenti) sono entrate, nel corso degli anni, nell'immaginario comune.
Siamo nella New York degli anni 30. Al Jonson canta "I'm Sitting on Top of the World", mentre ci scorrono davanti agli occhi le immagini di una metropoli frenetica. Ma l'America si trova nel pieno di uno dei periodi più difficili per la propria economia, quello che fece seguito alla grande depressione. E da subito ne possiamo vedere gli effetti. Il piccolo teatro in cui lavora l'attrice di varietà Ann Darrow (Naomi Watts) và in fallimento ed è costretto a chiudere e lei non ottiene una parte in una commedia. Ma il suo destino cambierà grazie all'incontro, durante il furto di una mela, con l'eccentrico regista Carl Denham, che le offre la parte della protagonista in un suo film, per cui ha perso i finanziamenti e che si dovrà girare a Singapore.
La prima parte del film si muove quasi sui toni della commedia, gioca con qualche citazione metacinematografica e ricostruisce alla perfezione (grazie al lavoro dello scenografo Grant Major) la New York dell'epoca. Ma è tutto funzionale allo sviluppo dei successivi eventi. Perché il vero scopo di Denham è trovare la misteriosa Skull Island e girare il film più spettacolare che si sia mai visto. Denham, che ha il volto (e la stazza) di un convincente Jack Black, è senza dubbio uno dei personaggi più importanti. Alter-ego (anche fisico) di Peter Jackson, è il regista egocentrico ed imbroglione, geniale e determinato; un uomo per il quale l'illusione della realtà travalica la realtà stessa. Pronto a mettere a rischio la vita di chiunque, protegge e custodisce la sua macchina da presa con maniacale gelosia, anche di fronte al pericolo imminente o alla morte certa. Per poter regalare al pubblico il più grande spettacolo che possa avere, per portarlo laddove solo il cinema è capace. Facendolo sognare pagando semplicemente il prezzo di un biglietto.

Il viaggio in nave che segue all'ingaggio di Ann comincia ad amplificare l'attesa e la suspense, perché si sa che sulla scena deve ancora comparire il vero protagonista, il Re. Ed a questo punto il film scivola inavvertitamente verso atmosfere più cupe.
Dal momento dell'arrivo sull'isola, prende il via la seconda parte (ci sia concesso questo schematismo) e Jackson vira verso l'horror. A cominciare dagli abitanti della sudicia Skull Island: esseri che sembrano usciti dal ventre delle terre di Mordor, dediti a riti e magie, succubi del Mostro che si cela nella giungla di un'isola che non è nemmeno segnata sulle cartine. Per continuare con scenari che sembrano arrivare direttamente dall'Apocalisse, come quando la bella Ann viene offerta in sacrificio al Re.
Tutta la (lunga) parte centrale della pellicola vive di alti e bassi ed è proprio qui che emergono i suoi difetti. Perché da un lato si rimane stupiti per la perfetta resa tecnica di King Kong, ancora una volta in motion-capture e dietro cui si cela di nuovo Andy "Gollum" Serkis, grazie all'ennesimo lavoro magistrale della Weta (la stessa de "Il Signore degli Anelli"). E prima di mostrarci per intero la sua meraviglia, Jackson ce ne svela solo alcuni particolari: lo sguardo truce, le robuste braccia, l'ansimare animalesco. Ma il buon Peter pare a tratti voler stupire ad ogni costo ed accumula uno dopo l'altro lunghi inseguimenti e scontri interminabili tra uomini, dinosauri famelici ed insetti giganti, che sembrano non voler mai finire. Alla fine il gioco stanca e la noia comincia a prendere il posto dell'ammirazione per la resa dei dettagli. Se non fosse che poi Jackson inizia a spostare sapientemente il suo occhio sul vero perno di tutta la storia: l'amore, impossibile, tra la Bella e la Bestia, che non nasce come un amore qualsiasi (come potrebbe d'altronde?), ma inavvertitamente attraverso sguardi, complicità e qualche infantile risata.

Ed è proprio da questo punto che il film cresce fino all'inevitabile, tragico, epilogo. La terza (ed ultima) parte ci regala senza dubbio le sequenze più belle ed intense: dall'incontro tra Ann e Kong per le strade innevate di New York, alla celebre scalata finale sull'Empire State Building. Passando per la scena in assoluto migliore, quella a Central Park: dove i due innamorati, finalmente riuniti, pattinano sul ghiaccio e la macchina da presa volteggia con loro, in un istante di magia e sospensione (che sulla carta sembrava impossibile), prima che una fragorosa esplosione interrompa l'idillio e prepari la disfatta finale.

"King Kong" è stata una scommessa che Jackson, nonostante lo scarso successo di pubblico e di critica, ha vinto alla grande, mettendosi completamente in gioco, proprio come Carl Denham. Senza dubbio questo lavoro riassume, perfettamente, pregi e difetti del regista neozelandese. Ma il lavoro finale a cui ci troviamo di fronte non è solo un atto di amore - totale - per il cinema. Perché, dietro l'ottima confezione e le magie del digitale, questo "King Kong", tra tramonti dai colori intensissimi e sguardi profondi, ha un cuore, appassiona e soprattutto emoziona.