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Chi va là? -  "La Cosa" da Campbell a Carpenter

Nel 1982 John Carpenter è reduce della lavorazione di quello che tutt'oggi rimane probabilmente il suo film più celebre: "1997 - Fuga da New York", pellicola d'azione a metà tra il western e il poliziesco, ambientata in un futuro distopico e dal contenuto spiccatamente politico che, oltre all'enorme influsso esercitato nel cinema e nella cultura pop del tempo, avrà tra gli altri meriti quello di lanciare definitivamente la carriera di Kurt Russell, futura icona dell'anti-eroe anni 80.
Così, abbandonate le gang criminali e i fatiscenti grattacieli di una New York maleodorante e delittuosa, il regista decide di ritornare alle atmosfere horror che già avevano contraddistinto alcuni suoi precedenti lavori quali "Halloween" e "The Fog" e accetta di dirigere il remake prodotto da David Foster di un film del 1951, di cui egli stesso era un ammiratore, intitolato "The Thing from Another World", diretto da Christian Niby e dal grande Howard Hawks.
Il film di Niby-Hawks aveva segnato l'immaginario horror degli anni 50 grazie a una struttura base da opera d'intrattenimento, resa però qualitativamente superiore ai classici B-Movie dell'epoca grazie a un cast d'eccezione e a una curatissima regia. La storia raccontava di un gruppo di ricercatori americani al Polo che, imbattutisi in un vegetale alieno dalle fattezze mostruose e assetato di sangue umano, si univano compatti nel tentativo di annientare la minaccia: nulla di più semplice.
Sicuramente anche per merito del grande rispetto che nutriva nei confronti della pellicola di Hawks e dunque per evitare un confronto con il maestro, Carpenter si sottrasse da un remake shot-by-shot dell'originale. La sua opera si confronta piuttosto con quella che era stata la fonte di ispirazione del film del '51, ovvero il racconto fantascientifico "Who Goes There?", pubblicato nel '38 dallo scrittore statunitense John W. Campbell. Come vedremo, sono proprio i motivi campbelliani che Carpenter reintroduce nella pellicola, nonché il distacco e la rilettura del suo predecessore cinematografico, a fare de "La Cosa" un film capitale non soltanto per la carriera del regista, ma per la storia stessa del cinema horror.
Lo stravolgimento principale cui il regista e lo sceneggiatore mettono mano riguarda proprio la "cosa", il mostro. Se nel '51 a intimorire il gruppo di scienziati era una creatura dall'aspetto ben definito, con un'identità propria e una propria fisicità, la minaccia che terrorizza il gruppo di ricercatori del film di Carpenter è in grado di assumere la sembianza di qualsiasi organismo con il quale viene a contatto, umano o animale che sia. L'idea di un alieno capace di assumere altri aspetti non è nuova nel cinema e già era stata sfruttata dal capolavoro di Don Siegel, "L'invasione degli ultracorpi", ma l'utilizzo di tale idea permette in questo caso al regista di rappresentare sullo schermo il sentimento fondamentale del sospetto, della diffidenza, centrale anche per i significati sociali e politici di cui, come vedremo, si vestirà l'opera: se la Cosa può prendere l'aspetto di chiunque, allora chiunque può essere la Cosa, chiunque diventa un indiziato.
Carpenter si ispira al romanzo di Agatha Christie "Dieci piccoli indiani", che al tempo aveva già conosciuto diverse trasposizioni sul grande schermo, per affrontare il tema della diffidenza reciproca e per dare alla propria opera una caratterizzazione particolarmente angosciosa.
La capacità che qui si dimostra nel generare la tensione nello spettatore è magistrale: già nelle prime sequenze del film la mdp che si sofferma con insistenza sull'Husky che accompagna la spedizione dei protagonisti (e che si scoprirà poi essere il primo infettato dalla creatura aliena) attira l'attenzione su un dettaglio inquietante. La colonna sonora del maestro Morricone aumenta la trepidazione del pubblico che subito capisce, senza necessità di ulteriori suggerimenti diegetici, la minaccia che si nasconde dietro alla presunta innocenza del cucciolo.
Difficile poi evitare l'accostamento del film in questione con il capolavoro del '79 firmato da Ridley Scott, "Alien", che segnò indiscutibilmente il sottogenere fanta-horror, di cui anche "La Cosa" viene a far parte. Già in "Alien" infatti, l'utilizzo di un non-luogo isolato e irraggiungibile dove "nessuno può sentirti urlare" (come recitava la locandina) contribuiva a rendere al meglio il sentimento di claustrofobica angoscia, e la navicella Nostromo diventava così un modello d'imitazione per l'Outpost #31 in cui si svolge l'azione carpenteriana. Nel film di Scott vi era già poi il tema del confronto con l'Altro, con un alieno che per portare avanti la propria razza si rivolgeva contro il genere umano inseminando i poveri astronauti con feti extraterrestri. L'opera di Carpenter eredita da "Alien" tutta una serie di fattori scenografici e di espedienti narrativi ma li integra, come già detto, con il tema centrale del sospetto reciproco.
Infine, così come "Alien", per quanto non sia strettamente un film splatter, l'opera di Carpenter diventa protagonista, grazie soprattutto agli ingegnosi effetti speciali creati da Rob Bottin, del filone del body-horror, che assumerà nel cinema dell'orrore di quegli anni un'importanza eccezionale grazie soprattutto all'opera e alla poetica di David Cronenberg, e in particolar modo alla sua pellicola del 1986 "La Mosca". Le sequenze gore in cui la creatura aliena si impossessa del corpo dei protagonisti, che ancora oggi possono risultare nauseanti e disgustose, rimangono incredibilmente realistiche se si pensa agli anni in cui vennero realizzate, ma anziché contribuire alla fama della pellicola furono uno dei principali punti di attacco per la critica nel momento dell'uscita in sala.

Guerre fredde

Tuttavia, ciò per cui "La cosa" rimane un capolavoro indiscusso è il modo in cui rappresenta, tramite l'utilizzo di logiche di genere, le ansie e i problemi sociali e politici dell'epoca e in particolare quella reciproca diffidenza e quella sensazione di minaccia continua che fecero da sfondo a tutta la Guerra Fredda.
A ben vedere già il film del '51 tematizzava alcune questioni proprie del periodo storico in cui veniva girato, a partire dal monito lanciato dal protagonista nel finale della pellicola: "Ditelo a tutti dovunque si trovino. Dovunque, scrutate il cielo", che sembra fare da eco alla paura di una minaccia missilistica o nucleare. In generale la paura dell'Altro, dello straniero, investe tutto il film di Niby-Hawks, ma il messaggio che ne emerge è alla fine fiducioso, il gruppo di protagonisti si unisce compatto per combattere il nemico: l'unione fa la forza, l'America unita e solidale può combattere e sconfiggere il pericolo del comunismo una volta per tutte. Forse anche a causa del Maccartismo imperante in quegli anni, nessun tentativo di autocritica nei confronti del modello occidentale e nessuna perplessità nei confronti della società americana vengono rappresentati sullo schermo, e sono proprio questo ottimismo e questa fiducia nelle proprie idee e nella propria bandiera a subire una profonda crisi nel capolavoro di Carpenter.
Se l'opera del '51 rappresentava l'unità e la robustezza del gruppo di protagonisti nei confronti del nemico, "La cosa", liberatasi degli stretti vincoli della censura maccartista, mette in scena la disgregazione del gruppo sociale che si trova ad affrontare il mostro, la frammentazione della propria identità cui conduce il confronto con il totalmente-altro: il vero antagonista della pellicola non è più l'alieno, ma i protagonisti stessi finiscono per diventare i propri nemici e il confine tra buoni e cattivi si fa via via più sottile.
La diffidenza verso i propri colleghi, lo studio di ogni piccola anomalia comportamentale, la ricerca di indizi, fino a l'esigenza di eliminare fisicamente tutti coloro che potrebbero rappresentare una minaccia alla propria sopravvivenza: tutto il film è un climax che conduce a una follia paranoide e all'autodistruzione. E lo spionaggio compulsivo, la ricerca di indizi di una criminalità presunta, la guerra a tutti coloro che avrebbero potuto rappresentare un ostacolo al proprio benessere, era in effetti la politica perpetrata dagli stati occidentali in quegli anni di tensione, di cui Carpenter mette in scena le possibili conseguenze.
Gli scienziati che si vedono accusati di essere stati infettati dal mostro complottano contro gli accusatori, aprono il fuoco, si isolano. In tutto ciò l'ospite alieno diventa quasi un semplice osservatore, un pretesto per portare avanti un'azione tutta interna al gruppo umano: davanti allo spirito di sopravvivenza crolla qualsiasi umanità, qualsiasi residuo di amore fraterno, e si ritorna una volta ancora all'homo homini lupus.
La comparsa dell'alterità, il confronto con essa, finisce per distruggere l'identità: se c'è "Altro", non c'è "Io", a meno che questo "Altro" non venga ricondotto all'"Io", costretto a farne parte, ad assumerne la forma, a condividerne idee e valori (che è la modalità utilizzata sia dal capitalismo occidentale che dal socialismo reale nei confronti delle altre culture). Ma quando, come nell'opera carpenteriana, succede l'esatto opposto, quando cioè e l'"Io" stesso a essere minacciato di contagio dall'"Altro", l'identità si sfalda e la conseguenza è una parabola crescente di paranoia e di pazzia, che "La cosa" mette in scena magistralmente.

La minaccia del Male

Oltre a tematizzare i problemi socio-politici del tempo, "La cosa" si inserisce anche all'interno di un più ampio discorso che Carpenter porta avanti all'interno della sua filmografia, mettendo in scena quel senso di paura e di pericolo imminente, quell'entità malvagia e indefinibile che avanza inesorabilmente, che minaccia i protagonisti delle varie pellicole e che assume via via diverse forme: dalle orde di malavitosi che accerchiano la prigione in "Distretto 13 - Le brigate della morte", al serial-killer mascherato di "Halloween", alla nebbia che avvolge i pirati di "Fog", fino ad alcuni film posteriori del regista come "Il signore del male" o "Il seme della follia".
Nonostante le differenti forme che viene ad assumere, la minaccia del Male è protagonista indiscussa dell'opera carpenteriana e non può essere sconfitta.
Per sottolineare il suo essere appunto un'entità, e dunque il suo non avere una caratterizzazione e una struttura definita, Carpenter la avvolge sempre di un alone di mistero, non le concede mai un volto: ecco perché Michael Myers indossa una maschera, ecco perché "la cosa" non è in grado di assumere un aspetto definitivo: il male non può avere una sola faccia, non può avere un'identità univoca.
La genialità nella messa in scena, dovuta soprattutto al tecnico degli effetti speciali Rob Bottin, fu quella di rappresentare l'essere alieno come un accumulo organico non ben definito, cui lo spettatore non è in grado di descrivere le fattezze: a metà tra un uomo, un ragno, una creatura tentacolare e un viscido mostro in putrefazione.
Oltre a ciò, abbandonate le ambientazioni urbane e i piccoli centri abitati che avevano fatto da sfondo alle precedenti pellicole, l'ambiente stesso si trasforma qui in una minaccia: come lo spazio aperto di "Alien", anche i ghiacci dell'Antartide diventano presto una natura matrigna, una barriera che chiude ai protagonisti ogni possibile via di fuga. Il freddo polare colpisce il gruppo di scienziati come un'ulteriore minaccia contro cui si improvvisa una lotta che si sa essere vana. Il male è presente in ogni luogo, suggerisce Carpenter, e non può essere sconfitto. La sua minaccia incombe inarrestabile ed è in grado di sconfiggere ogni positivismo, ogni fiducia, ogni ottimismo sognante, ogni perbenismo di facciata nonché la stessa individualità dell'uomo, il cui urlo agghiacciante si propaga inascoltato, tra gli spazi vuoti di uno spazio freddo e inospitale.
La visione profondamente pessimistica del film di Carpenter non riscontrò un grande successo all'epoca dell'uscita del film nelle sale, incorrendo in un grande flop ai botteghini. La pellicola divenne un cult soltanto a posteriori, mentre in principio venne totalmente messa in ombra da un'altra pellicola che guarda caso parlava proprio di alieni, di incontro col diverso, ma in una prospettiva ben più spensierata e ottimista, in cui il bambino e l'alieno potevano stringere un rapporto di amicizia e correre assieme nei cieli a bordo di una bicicletta; in cui l'alterità della piccola creatura sperdutasi nel nostro pianeta e desiderosa di riprendere contatto con i propri cari veniva riportata a una sicura identità, rapportata al Sé dei protagonisti, aiutata a ritornare alla propria casa.
L'America e il mondo mostrarono di preferire la visione rassicurante e familiare di "E.T." piuttosto che la scomoda denuncia che Carpenter portava avanti con i suoi film. Ma il fatto che "La cosa" possa oggi essere considerato un vero capolavoro della Settima Arte dimostra come quel terrorizzante monito abbia ancora qualcosa da dire a chi ha la forza e il coraggio di ascoltarlo.


Cast e credits

cast:
Kurt Russell, A. Wilford Brimley, T.K. Carter, David Clennon, Keith David, Richard Dysart, Charles Hallahan, Peter Maloney, Richard Masur, Donald Moffat, Joel Polis, Thomas G. Waites


regia:
John Carpenter


durata:
109'


produzione:
Universal


sceneggiatura:
Bill Lancaster


fotografia:
Dean Cundey


scenografie:
John L. Lloyd


montaggio:
Todd C. Ramsay


costumi:
Ronald I. Caplan


musiche:
Ennio Morricone


Trama
Un gruppo di ricercatori americani in spedizione in Antardite si ritrova a dover fare i conti con una forma di vita extraterrestre, rimasta imprigionata sotto i ghiacci per secoli, e ora riportata alla luce. L'invasore alieno, che non ha scopi pacifici, è in grado di assumere le sembianze di tutti gli esseri con cui viene a contatto. Presto, all'interno della base, nessuno saprà più fidarsi di nessuno. Nel frattempo "la cosa" miete ad una ad una le sue vittime.