Recensioni

La donna dello scrittore

di Christian Petzold

drammatico, Germania/Francia (2018)

CAST & CREDITS

cast:
Franz Rogowski, Paula Beer, Godehard Giese, Lilien Batman, Maryam Zaree

regia:
Christian Petzold

distribuzione:
Academy Two

durata:
101'

produzione:
Schramm Film, Neon Productions, Arte France Cinéma, ZDF/Arte

sceneggiatura:
Christian Petzold

fotografia:
Hans Fromm

scenografie:
Kade Gruber

montaggio:
Bettina Böhler

costumi:
Katharina Ost

musiche:
Stefan Will

La donna dello scrittore | Recensione | Ondacinema

La donna dello scrittore

di Christian Petzold

drammatico, Germania/Francia (2018)

di Emanuele Richetti

Voto: 7.5
Identità

"Barbara". L'omonima protagonista, dottoressa nella Repubblica Democratica Tedesca del 1980, viene trasferita in provincia dopo aver richiesto un visto di espatrio a Ovest. Ora dovrà ricominciare una nuova esistenza, lontana dall'uomo che ama e dalle persone che conosceva.
"Phoenix". Nelly, ebrea sopravvissuta a un campo di concentramento, torna nella propria Berlino in cerca del marito. Avendo dovuto sottoporsi a un intervento di ricostruzione facciale, ella non viene riconosciuta dall'amato. La donna inizierà dunque un percorso per tornare a essere, psicologicamente e fisicamente, la Nelly prima dell'Olocausto.
"Transit". Le truppe tedesche stanno per entrare a Parigi. Georg riesce a fuggire a Marsiglia prima del loro arrivo, impossessandosi dell'identità di uno scrittore defunto. Marsiglia è però solo un luogo di transito, dove attendere la propria ripartenza verso il Messico. 

Il cinema di Christian Petzold sembra sempre con maggior decisione ruotare attorno al tema dell'identità: identità in transito, in divenire, di chi cerca di ridefinire la propria persona e la propria personalità. Barbara, Nelly e Georg devono fare i conti con una Germania instabile, dove il conflitto ha contribuito alla perdita di ogni certezza. Petzold continua a far coincidere l'intimo e il collettivo, il privato e lo storico, l'individuo e la nazione, costruendo racconti allegorici dove il vero personaggio principale risulta essere la Germania stessa. In "Transit", così come in "Phoenix", il genere scelto per tale narrazione è il melodramma di influenza fassbinderiana; e se nel lungometraggio precedente il regista omaggiava esplicitamente "Vertigo" di Hitchcock, qua il modello di riferimento, soprattutto per tema e ambientazione, diventa "Casablanca" di Curtiz. Non è il Marocco degli anni Quaranta, lo sfondo su cui si svolgono le vicende di "Transit", ma Marsiglia; identico però è il ruolo coperto dai due luoghi, i quali sarebbero in teoria semplici territori di passaggio, di transito appunto, in attesa della ripartenza per le Americhe.


Straniamento

"Transit" è l'adattamento dell'omonimo romanzo di Anna Seghers, su cui lavorarono lo stesso Petzold e lo storico collaboratore Harun Farocki (regista, sceneggiatore, saggista e critico) prima della morte del secondo, avvenuta nel 2014. Tornato a occuparsi, tempo dopo, della trasposizione cinematografica del libro, Petzold decide di spostare la storia originale (ambientata durante la seconda guerra mondiale) ai giorni nostri. Il risultato è assolutamente straniante: la Marsiglia della contemporaneità vede passare, nelle strade e nei bar, decine di profughi e di truppe militari. Nell'universo di "Transit" non ci sono cellulari né computer, eppure l'architettura della città, gli abiti dei passanti e persino le insegne dei negozi rimandano alla nostra quotidianità. L'atmosfera non è plumbea e oppressiva; della guerra in atto quasi non si parla. Petzold sovrappone passato e presente, ricordando come essi non siano poi così lontani l'uno dall'altro, e crea così un vero e proprio universo alternativo. Il melodramma diventa storico, contemporaneo e forse nessuna delle due cose, sospeso in un tempo completamente al di fuori della storia medesima. Il contrasto tra la letterarietà del romanzo e la consueta eleganza della messinscena di Petzold è ciò che dona fascino a tutta l'operazione, ma finisce per essere anche il suo stesso limite: "Transit" è caratterizzato infatti da una narrazione estremamente particolare, talvolta quasi ermetica, scandita da una voce fuori campo di chiara derivazione letteraria. 


Fantasmi

Di cosa parla dunque "Transit"? Forse, proprio come "Casablanca", di una storia d'amore impossibile, tra Georg e la moglie dello scrittore di cui ha rubato l'identità. Ma questo non è sufficiente a esaurire la complessità dell'opera. Forse "Transit", come molto cinema contemporaneo (ma non solo), è una storia di fantasmi. Di decine, centinaia di fantasmi. È un fantasma Marsiglia, teatro delle vicende, che vede passare soldati provenienti da un'altra epoca; e che però è la nostra Marsiglia, la Marsiglia del ventunesimo secolo. Sono fantasmi i profughi che Georg incontra, bloccati (per sempre?) in un luogo dove sono semplicemente in transito, né qui né là, né vivi né morti, in attesa di qualcosa che permetta loro di incominciare una nuova vita. È un fantasma Georg stesso, il quale dovrà letteralmente cambiare identità, fingersi chi in realtà non è, indossare panni che non gli appartengono, per poter andarsene da questa città.

Non è un film immediato, "Transit", ma estremamente stratificato ed elegantemente politico. Un melodramma trattenuto e quieto, diretto con indiscutibile classe; un oggetto straniante e misterioso, il cui eco continua imperterrito a ossessionare la mente dello spettatore anche al termine della visione. Esattamente come un fantasma.