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La forma della voce

di Naoko Yamada

coming of age, drammatico, animazione, Giappone (2016)

CAST & CREDITS

regia:
Naoko Yamada

distribuzione:
Nexo Dygital

durata:
130'

produzione:
Kyoto Animation

sceneggiatura:
Reiko Yoshida

fotografia:
Kazuya Takao

montaggio:
Kengo Shigemura

musiche:
Kensuke Ushio

La forma della voce | Recensione | Ondacinema

La forma della voce

di Naoko Yamada

coming of age, drammatico, animazione, Giappone (2016)

di Diego Testa

Voto: 7.0

L'animazione giapponese ha lasciato tracce importanti della sua presenza nelle sale italiane nel 2017, sia in termini di appuntamenti sia per le quote al botteghino. Lo conferma il successo domestico (e mondiale) di "Your Name."[1] in combinazione con la proposta distributiva italiana (Dynit e Nexo Digital) ripetutasi in quattro eventi speciali consecutivi. Il film che porta la firma di Makoto Shinkai (l'interesse è stato tale da portare al cinema "Oltre le nuvole, il luogo promessoci") ha fatto da traino per altri due importanti tasselli dell'animazione contemporanea orientale: "In questo angolo di mondo" e infine "La forma della voce". Impossibile non notare dalla locandina di quest'ultimo una certa somiglianza di forma e un'apparente condivisione nella scelta dei soggetti con l'opera di Shinkai, ma a "La forma della voce" spetta un altro tipo di narrazione e di genere che pone al centro l'umanità dei soggetti inseriti nella socialità.

Volendogli attribuire un'etichetta, si può prendere a oggetto la sigla che accompagna i titoli d'apertura (tipico delle produzioni animate giapponesi): "My Generation" dei The Who introduce l'infanzia scolastica di Shoya Ishida che farà la conoscenza di Shoko Nishimiya, una ragazza non udente appena trasferitasi nella sua classe, elemento di diversità e oggetto di atti di bullismo da parte del ragazzo che causeranno l'allontanamento di Shoya dalla cerchia di amici, gli stessi partecipi di quelle azioni strafottenti. Ecco intravedersi il coming of age alla prima importante ellisse temporale, momento durante il quale Shoya e Shoko, ora diciottenni, dovranno confrontarsi rispettivamente con la colpa e la differenza. Ma "My Generation", oltre ad essere folgorante e piacevole didascalia urlata del racconto generazionale del protagonista Shoya, è anche la volontà della regista Naoko Yamada di alterare parzialmente il canone nipponico per darsi un tono maggiormente internazionale, interpretabile da qualsiasi spettatore visto il facile riconoscimento.

"Why don't you all just fade away/ And don't try to dig what we all say?" è la strofa cantata da Roger Daltrey che ispira i temi cardine di "La forma della voce", attento, il film, a sottolineare come la sordità o il bullismo siano proprietà dello stesso piano sociale, e che da essi in egual modo scaturiscano differenza e allontanamento. Pur di circoscrivere e rafforzare la propria amicizia con i compagni, Shoya si comporta in maniera rozza e irriverente con Shoko, approdando però al risultato opposto di essere detestato e messo da parte. L'handicap di Shoko diviene poi il cruccio personale di Shoya che spesso si tappa le orecchie perché separato, per sua stessa volontà e incapacità di perdonarsi, da ciò che lo circonda: isolamento mostrato metaforicamente da grandi croci attaccate al viso delle persone attorno a lui. Il film passa successivamente ad altri temi di un certo grado di importanza, considerando che del fumetto da cui è tratto[2] si fa una troppo limitante categorizzazione di pubblico giovanile, come il suicidio, o ancora l'ambiguità sessuale della sorella minore di Shoko, ma rimane imperniato saldamente sul concetto di comunità amicale da ricostruire, passando per il riavvicinamento, la paura del rifiuto ed infine l'accettazione di sé con finalità di ricomposizione del gruppo.
Persino la relazione romantica tra i due protagonisti è appena accennata, legandosi al resto come una delle tante merlettature che la trama tesse. Ad essa spetta un ruolo ambiguo[3], da rilevare nell'incapacità di Shoko di padroneggiare il linguaggio verbale, usato quasi sempre in sostituzione alla scrittura o alla lingua dei segni, e nella cecità di Shoya nei confronti dei sentimenti di amore della ragazza.

Lo spazio inquadrato da Naoko Yamada è tagliato appunto sulla sola figura umana, messa in risalto dal montaggio interno che propone un focus costante sui personaggi (sia protagonisti che comprimari). Frequenti inquadrature decentrate creano l'elemento drammatico ed esaltano gli spazi vuoti dei primi piani, come da prassi nel disegno giapponese; mentre lo sfondo rimane quasi perennemente fuori fuoco, annullando spesso (a volte pericolosamente) la profondità di campo, definendo in questo una delle più grandi differenze con "Your Name." in termini estetici e narrativi, pellicola quest'ultima nella quale i luoghi sono riflessione geografica dello spazio e del tempo e anche distinzione tra Tokyo metropoli e Giappone passato. Ogni forma di giudizio positiva o negativa è scissa dal racconto, un bene vista la vicinanza a certi temi, ma senza sospendere i personaggi in un universo fatto solamente di causa-effetto.

Nel finale il film approda ad una riflessione quasi corale sui personaggi, in parte dissonante con la scelta di riservare loro una centralità "secondaria", maggiormente in linea questa volta con la penna dell'autrice del manga Yoshitoki Oima.
Provando a fare un azzardato (e volutamente errato) accostamento, "La forma della voce", inteso come testo, è un prodotto del linguaggio che da vita a due lingue distinte: il film d'animazione e il fumetto. Il primo riesce ad assicurarsi completa autonomia e risulta elaborato con vera e propria grammatica da lungometraggio, privo di annacquamenti dovuti alla serialità del soggetto di partenza grazie alle sforbiciate di Reiko Yoshida in fase di sceneggiatura, ed in parte sottraendosi a personaggi stereotipati provenienti dalla cultura fumettistica mainstream giapponese.



[1] 5 milioni ca. in Giappone; 358 milioni ca. in totale. Fonte: Box Office Mojo

[2] "Koe no Katachi", in Italia "A Silent Voice", scritto e disegnato da Yoshitoki Oima, serializzato sulla rivista Weekly Shonen Magazine  edita da Kodansha dal 2013 al 2014.

[3] La pronuncia del termine "luna", tsuki, appare molto simile alla pronuncia di "mi piaci", daisuki. Piccolo ma prezioso valore linguistico che si perde non a causa del doppiaggio, bensì per le caratteristiche proprie di ogni lingua a volte impossibili da ricreare.