La paranza dei bambini | Film | Recensione | Ondacinema

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recensione di Emanuele Richetti
8.0/10

Territorio di conquista. All'inizio della “Paranza dei bambini” è un albero di Natale a essere conquistato. Un albero splendidamente addobbato e dalle misure gigantesche, soprattutto se relazionato a quei giovani quindicenni che, dopo essersi arrampicati fino alla cima, poi non faranno altro che darlo alle fiamme, bruciarlo. Per quale motivo? Perché questi ragazzi vogliono così tenacemente – e così disperatamente – impossessarsi di quell’oggetto; emulare le gesta di genitori, adulti, gangster; sognare un giorno di impadronirsi del quartiere, della città, della nazione, del mondo intero? Un’educazione criminale, un sistema di valori perverso che si tramanda di generazione in generazione: questo sta alla base dei comportamenti tenuti dai protagonisti della “Paranza dei bambini”. Tra loro e gli adulti appartenenti al mondo della camorra non c’è alcuna differenza: il modo di muoversi, pensare, agire è lo stesso; entrambi ricercano il potere attraverso azioni immorali e criminali. L’ultimo lavoro di Claudio Giovannesi, autore che ormai dovremmo annoverare tra i migliori registi italiani della sua generazione, è un film sul tentativo adolescenziale di riprodurre i modelli adulti, assimilarli e superarli, in un mondo dove quei modelli si scontrano con le norme su cui si fonda la nostra società.

Nicola, Tyson, Biscottino, Lollipop, O’Russ, Briatò sono sei giovani legati da un’amicizia inscalfibile. Nel Rione Sanità in cui vivono, tutti gli esercenti devono pagare un pizzo all’organizzazione mafiosa locale, tra il timore e la rabbia della gente. Per guadagnare qualche soldo e aiutare finanziariamente i genitori, la via più semplice e redditizia per la banda di ragazzi è cercare di sfondare proprio all’interno dell’organizzazione. Nell'istante in cui però i vertici del gruppo vengono arrestati, ecco che si forma un vuoto di potere. Sfruttando il momento particolarmente propizio, Nicola e i suoi coetanei tenteranno di stringere una fitta rete di alleanze con lo scopo di governare il quartiere. Una classica parabola criminale, la perdita di un’innocenza che, in questo caso, non riguarda solo l’età anagrafica (e quindi l’entrata nel mondo degli adulti con la perdita della verginità) ma anche la moralità (i protagonisti si renderanno complici di omicidi e atti illeciti).

“La paranza dei bambini”: “I 400 colpi” che incontra i gangster movie depalmiani; Rossellini a braccetto con Scorsese; cinema del reale, cinema di genere e pure serialità televisiva (Giovannesi e Saviano hanno entrambi collaborato per “Gomorra – La serie”). Un lavoro contemporaneo ma dalla narrazione classica, che riprende i tópoi del filone declinandoli nella Napoli del ventunesimo secolo, in diretta continuità con il nuovo realismo post-Gomorra. Inevitabile quindi l’accostamento proprio al romanzo più celebre di Roberto Saviano e al capolavoro di Matteo Garrone, considerando la vicinanza nei temi e nell’ambientazione. “La paranza dei bambini” non è però una costola di “Gomorra”, una pellicola minore o derivativa, ma anzi la logica prosecuzione del discorso aperto dal film del 2008, una delle tante possibili parentesi di un’opera impossibile da esaurire. Rimangono le reminiscenze noir, la demistificazione della figura del gangster, la duplice attenzione al fatto di cronaca e ai codici del linguaggio cinematografico (ma ricordiamo come, al contrario di “Gomorra”, questa sia una vicenda interamente di finzione). Il merito di Giovannesi è quello di filtrare attraverso la propria sensibilità la materia di partenza letteraria, in un film perfettamente coerente con la sua visione artistica.

Nicola, che della “Paranza dei bambini” è il vero e indiscusso protagonista, è cresciuto senza il padre come i due fratelli di “La casa sulle nuvole”, vive in periferia arrabattandosi in qualche modo come Alì in “Alì ha gli occhi azzurri”, viene costantemente pedinato dalla macchina da presa come Daphne in “Fiore”. C’è tutto il cinema precedente di Giovannesi nella sua ultima fatica e, in particolare, c’è la stessa attenzione per la soggettività del personaggio principale che si può trovare nei due film immediatamente precedenti (e da cui deriva un largo utilizzo del piano-sequenza e della camera a spalla). È incredibile quanto sia maturato il suo sguardo pensando all’esordio: ormai Giovannesi possiede una padronanza del dispositivo cinematografico eccezionale, unita a un’incredibile capacità di dirigere i propri attori (a proposito, il lavoro di casting per “La paranza dei bambini” è fenomenale). Da “Alì ha gli occhi azzurri”, il cinema di Giovannesi ha conosciuto una crescita qualitativa impressionante, di cui il film tratto dal romanzo di Roberto Saviano rappresenta l’apice e, probabilmente, il punto di non-ritorno.

La narrazione della “Paranza dei bambini” si basa su un meccanismo talmente perfetto che è difficile trovare qualcosa che non vada, una sbavatura anche leggera e ininfluente, una piccola caduta di stile. Perfino quando si addentra nel territorio più scivoloso per un film contemporaneo, ovvero il rapporto delle nuove generazioni con gli strumenti di riproduzione digitale, Giovannesi riesce a evitare accuse e didascalismi (quanto sarebbe stato facile – e sbagliato – instaurare pericolose connessioni tra criminalità e social). Questo perché il suo sguardo non giudica né biasima, ma rimane ad altezza-personaggio come fosse il settimo componente della banda di ragazzi, empatizzando con i bisogni (fisici e sentimentali) dei protagonisti: per questo alcune scene possiedono una potenza davvero inaspettata. Nella sequenza dell'allontanamento tra Nicola e Letizia, per esempio, tutta la drammaticità dell’evento  viene trattenuta nell’espressione ambiguamente distaccata di Francesco Di Napoli, senza il bisogno di ricorrere a patetismi, urla, disperazione. Allo stesso modo il finale chiude improvvisamente una storia che ancora non è finita – la vicenda di Nicola non conosce vie d’uscita, il dolore è l’unica costante del lavoro che ha scelto di esercitare – senza spettacolarizzazioni o sensazionalismi. Tutto è anti-climatico e, per questo, ancora più efficace nell’affondare il colpo.

“La paranza dei bambini” è infatti un film asciutto e rigoroso, duro ma non spietato e, anzi, con sfumature queer di non secondaria importanza (si veda la scena non casuale del travestimento). Perché questi ragazzi vivono in un loro “mondo di mezzo”, tra una società in continuo mutamento e l’arretratezza di un sistema mafioso impossibile da arginare. La loro educazione è criminale ma anche sentimentale, i loro drammi e le loro emozioni sono comuni ai coetanei di tutto il mondo. Per questo l’ultimo, grande lavoro di Giovannesi riesce a trovare una sintesi pressoché impeccabile – ma non meno personale – tra l’urgenza della denuncia e la fede nel racconto cinematografico.


15/02/2019

Cast e credits

cast:
Francesco Di Napoli, Artem Tkachuk, Alfredo Turitto, Viviana Aprea, Ciro Vecchione, Ciro Pellacchia, Valentina Vannino, Mattia Piano Del Balzo, Aniello Arena, Renato Carpentieri


regia:
Claudio Giovannesi


distribuzione:
Vision Distribution


durata:
111'


produzione:
Palomar, Vision Distribution, Sky Cinema, TIMvision


sceneggiatura:
Claudio Giovannesi, Roberto Saviano, Maurizio Braucci


fotografia:
Daniele Ciprì


scenografie:
Daniele Frabetti


montaggio:
Giuseppe Trepiccione


costumi:
Olivia Bellini


musiche:
Andrea Moscianese


Trama
Sei quindicenni – Nicola, Tyson, Biscottino, Lollipop, O’Russ, Briatò – vogliono fare soldi, comprare vestiti firmati e motorini nuovi. Giocano con le armi e corrono in scooter alla conquista del potere nel Rione Sanità. Con l'illusione di portare giustizia nel quartiere inseguono il bene attraverso il male. Sono come fratelli, non temono il carcere né la morte, e sanno che l’unica possibilità è giocarsi tutto, subito. Nell'incoscienza della loro età vivono in guerra e la vita criminale li porterà ad una scelta irreversibile: il sacrificio dell'amore e dell'amicizia.