Recensioni

La terra di Dio - God's Own Country

di Francis Lee

drammatico, Gran Bretagna (2017)

CAST & CREDITS

cast:
Ian Hart, Gemma Jones, Liam Thomas, Melanie Kilburn, Alec Secareanu, Josh O Connor

regia:
Francis Lee

distribuzione:
Fil Rouge Media

durata:
104'

produzione:
Inflammable Films, Magic Bear Productions, Shudder Films

sceneggiatura:
Francis Lee

fotografia:
Joshua James Richards

scenografie:
Stephane Collonge

montaggio:
Chris Wyatt

musiche:
A Winged Victory For The Sullen

La terra di Dio - God's Own Country | Recensione | Ondacinema

La terra di Dio - God's Own Country

di Francis Lee

drammatico, Gran Bretagna (2017)

di Diego Capuano

Voto: 6.0

Il paese di Dio è sito in una vecchia regione del West Yorkshire. Dunque con terre incontaminate o almeno abitate da una natura che sembra contenere echi primordiali. Nelle rughe dei più anziani abitanti del luogo, nelle radici di alberi ancor più vecchi, nelle scricchiolanti case.
I dialoghi sono scarni e i rapporti personali sono imbevuti di un'aridità che nemmeno si interroga su possibili slanci affettivi.
Elementi che Francis Lee, attore - prevalentemente televisivo - che con "La terra di Dio" debutta a 48 anni nel lungometraggio, fa di tutto per evidenziare.
Johnny, il protagonista del film, non conosce altra realtà, altri luoghi ed altre tipologie di interazioni, dentro come fuori le mura domestiche, nel lavoro come nei fugaci e aridi rapporti sessuali che occasionalmente consuma in gran segreto. Sottintendendo la propria omosessualità non tanto come vergogna ma comunque come sentimeno affossato, nascosto a prescindere ed in un certo qual modo auto-punitivo e fondamentale aspetto di vita che nell'oppressione finisce per inquinare azioni e parole, anche quelle proprie della banalità del vivere quotidiano.
Il silenzio e la lenta cadenza dialettica attraversano l'intero film. Il luogo rurale influenza allora tutto ciò che lo circonda. Per accorgersi di ciò e per prendere consapevolezza di un'altra possibile realtà Johnny necessitava di una componente esterna, che giunge con l'ingresso in scena del rumeno Gheorghe.

Il regista marca con modalità fin troppo nette l'asprezza del contesto, la ruvidezza dei gesti e il conseguente equilibrio cercato nella delicatezza amorosa. E dunque le asprezze con poche sfumature dei componenti della famiglia, l'atto sessuale insistito, la morte degli agnellini resa esplicita ma anche fattori e simbologie ovvie: ci si sofferma sulla ferita alla mano, sangue e fanghiglia, la lingua dell'altro che ripulisce e cura. I inquadrati in tutta la propria nudità non nel pieno dell'atto sessuale, ma nel successivo dialogo. In una rappresentazione che tra tagli dell'inquadratura e stacchi di montaggio dapprima sembra vergognarsi di un'eccessiva esposizione, per poi cedere nel momento non necessariamente più idoneo all'impudicizia. Soltanto un dettaglio, si dirà, ma è un'incertezza emblematica di un obbligatorio equilibrio tra le parti non sempre risolto.
Non che sia d'obbligo lo scontato confronto, ma sarebbe una forzatura anche quella di non evocare l'ingombrante presenza di un successo come "Brokeback Mountain" nei confronti del quale "La terra di Dio - God's Own Country" si propone come versione europea, proletaria, asciugata di alcuni elementi melodrammatici che donavano emozioni e lacrime al film di Ang Lee.
Con secchezza stilistica, "La terra di Dio" procede drammaturgicamente senza eclatanti svolte narrative, con una chiarezza non esente da veli di prevedibilità. Conta per Francis Lee l'incontro, il lento rapportarsi tra Johnny e Gheorghe, uno sguardo ed un bacio. E a funzionare sono difatti i momenti basici di questa storia d'amore, quando la si racconta al di là dell'incontro-scontro omosessuale, quando le emozioni coincidono con la sincerità e lo slancio raffreddato del suo regista, comunque ben servito dai due attori protagonisti.

Nella sua sostanziale prevedibilità il film ha il merito di non cedere ad un malaugurato finale punitivo. Nelle innumerevoli incursioni del cinema contemporaneo in territori LGBT talvolta una appiccicata tragedia risulta essere una scorciatoia molto più ovvia rispetto ad un tradizionale lieto fine, che chiude invece con dignità questa storia. Nell'accettazione della propria omosessualità, dellà diversità dello straniero, dell'altro, dei limiti propri ed altrui, Johnny si abbandonerà all'amore ma saprà anche capire meglio densità, frontiere, senso di appartenenza del suo paese, al contempo lontano e vicino agli occhi di un Dio.