CAST & CREDITS

cast:
Ariane Ascaride, Jean-Pierre Darroussin, Gérard Meylan, Jacques Boudet

regia:
Robert Guédiguian

durata:
107'

produzione:
Marc Bordure, Robert Guédiguian

sceneggiatura:
Robert Guédiguian, Serge Valletti

fotografia:
Pierre Milon

scenografie:
Michel Vandestien

montaggio:
Bernard Sasia

costumi:
Anne-Marie Giacalone

La villa | Recensione | Ondacinema

La villa

di Robert Guédiguian

drammatico, Francia (2017)

di Stefano Santoli

Voto: 5.0
Con "La villa", Robert Guédiguian torna in concorso alla 74° mostra di Venezia, a diciassette anni da "La Ville est tranquille". Joseph, Angela e Armand, tre fratelli, si trovano riuniti ad assistere il padre, colto da un ictus, nella villa affacciata sul mare in un villaggio portuale collocato in un'insenatura della costa provenzale, poco fuori Marsiglia. Mentre Armand vive a Marsiglia, Angela è un'attrice di teatro che viene da Parigi, e Joseph è un dirigente d'azienda che è stato da poco licenziato, vittima di depressione e accompagnato da una ragazza molto più giovane di lui, che sta per lasciarlo.
"La villa" è un film crepuscolare, in cui rari sono gli sprazzi di solarità. È inverno e l'atmosfera è grigia e malinconica in quel modo tutto particolare in cui riescono a esserlo solo le località marittime fuori stagione. Le case sono chiuse, ma - vien detto - è anche colpa della crisi economica. Tutto sembra volersi fare metafora di un presente in cui i sogni d'un tempo sono ormai dismessi e hanno inesorabilmente lasciato il posto al disincanto. Il ristorantino di famiglia, chiuso, ha fatto i suoi anni, e nonostante Armand immagini di riavviarlo poche sembrano le speranze di riuscita. Su tutto domina il rancore di Joseph che ha perso ormai anche la voglia di dire la sua e viene (giustamente...) abbandonato dalla giovane amante. Solamente Angela ritrova, inaspettatamente, un po' di giovinezza nel rapporto con un giovane pescatore: un personaggio (e una relazione) che mostrano d'altronde una matrice sin troppo "letteraria", a partire dalle citazioni nei dialoghi fra i due di lunghi brani di teatro.

Accolto sin troppo bene a Venezia dalla critica italiana, non poche sono le nostre riserve verso un film che all'inizio inquadra bene contesto e personaggi, ma non mantiene le promesse e va gradualmente esaurendo la propria carica, disperdendosi e sfrangiandosi. Tanta (forse troppa) la carne che Guédiguian mette sul fuoco: l'elaborazione del lutto, lo scarto generazionale, la disillusione per un'epoca in cui le ideologie sembrano definitivamente tramontate, l'imborghesimento mai veramente accettato e vissuto come un'onta segreta. "Grandi temi", ben amalgamati in partenza, anche se i sottotesti politici appaiono da subito troppo ricalcati. Guédiguian è un regista "militante", che non ha perso la voglia di fare un film schierato. Ma non dimostra di possedere - almeno in questo caso - un tocco personale, capace di farsi esplicita denuncia come in Ken Loach, né, tantomeno, di trasfigurare la gravità degli assunti con la delicatezza di Kaurismaki.

Ne "La villa" - diretto bene e anche meglio recitato, con la giusta sensibilità, da attori in parte - si avverte sin dall'inizio l'elaborazione preventiva di un teorema (salvo poi, deliberatamente forse, non dimostrarlo sino in fondo). E si avverte troppo il processo di scrittura. A tratti innaturali sono le sottolineature con cui Guédiguian rimarca i temi che gli sono cari ("stai a sinistra con il cuore, a destra con la testa"...). Sull'onnipresente viadotto ferroviario che scavalca il piccolo villaggio, i treni passano senza fermarsi: metafora sin troppo scoperta di una modernità dalla quale ormai i destini dei personaggi sono tagliati via. Forte è l'impressione di un film senile, "vecchio" anche nello stile.

Nella seconda parte, si aggiunge, posticcio, il tema dell'immigrazione, trattato in maniera che, pur volendo esser fiabesca, mostra la corda non solo sotto il profilo della verosimiglianza, ma più che altro della scarsa convinzione con cui è innestato sul resto del film. Non convince (perché, ancora una volta, troppo evidentemente pensato a tavolino) il parallelo fra i tre protagonisti e i tre bambini profughi, presumibilmente anch'essi fratelli, anch'essi due maschi e una femmina. Disperdendosi in un'aneddotica minimale, pur ispirando tenerezza ed evitando il più possibile la retorica e il pietismo, stona il modo in cui il regista vorrebbe far dialogare la vicenda dei tre bambini con quella dei protagonisti del film. Né appare sufficiente a creare la giusta consonanza la scena in cui, gli uni e gli altri, fanno riverberare l'eco dei propri nomi sotto le arcate del viadotto ferroviario, accomunati in un comune destino in cui sembra forse ancora possibile la solidarietà, ma ben poco è concesso alla speranza. Un finale anche troppo aperto, per un film viceversa a tratti troppo irrigidito nelle maglie della sua scrittura.