CAST & CREDITS

regia:
Gary Trousdale, Kirk Wise

distribuzione:
Walt Disney Studios Motion Pictures Italia

durata:
88'

produzione:
Walt Disney Feature Animation

sceneggiatura:
Linda Woolverton

fotografia:
Barry Cook, Randy Fullmer, Sean Simon Ramirez

montaggio:
John Carnochan

musiche:
Alan Menken, Howard Ashman

La bella e la bestia 3D | Recensione | Ondacinema

La bella e la bestia 3D

di Gary Trousdale, Kirk Wise

animazione, fantastico, sentimentale, Usa (1991)

di Diego Capuano

Voto: 7.5

Dall'anno del suo primo lungometraggio - 1937: "Biancaneve e i sette nani" - ai primi anni 2000, la Disney ha inanellato una serie di successi che rappresentano uno scrigno di inestimabile valore. La definizione "classici Disney" è nata insieme all'esistenza del sistema homevideo, ed indica tutti i film di animazione Disey regolarmente distribuiti in sala. Anche in epoche più recenti la pellicola di turno è divenuta un instant classic, al di là di meriti artistici, meno frequenti che in passato. La nascita di nuove tecnologie ha costretto all'abdicazione del concetto stesso di "nuovi classici Disney". Ma ciò che importa è confutare lo status di intoccabilità che per decenni ha regnato sulla sempreverde salute di questi film. "La bella e la bestia", del 1991, è uno degli ultimi lasciti di quell'immortale tocco Disney. Film che potrebbero essere stati realizzati negli anni '90, per l'appunto, o 50 anni prima. Nell'opera omnia Disney c'è quasi sempre questa possibile interscambiabilità temporale che giustifica la definizione di immortalità. Film dei nostri padri e film per i nostri figli, quindi: anche nel caotico e ipertecnologico cinema odierno? L'uscita in sala di pacchetti da dare in pasto alle nuove generazioni, che rigenerano puntualmente le casse delle grandi case di distribuzione, vedono in questo periodo l'uscita in sala di "Le carica dei 101" e "Cenerentola", presentati come film evento (toccata in sala per un paio di giorni, e fuga) in rimasterizzazioni digitale 2D, e quella de "La bella e la bestia" per un arco temporale più vasto, riversato in 3D. Se nel primo caso la pulizia dell'immagine smussa i graffi del tempo, presentandoci versioni ripulite ma non reinventate, è invece l'obbligo degli occhialini a snaturare la classicità - per l'appunto - del prodotto. Immagini restaurate, certo, ma poi subito alterate da una visione tridimensionale appiccicata a fotogrammi pensati per una fruizione completamente diversa. La qualità del 3D insipido, che nulla aggiunge ai pregi dell'opera ma, anzi, finisce con il ritoccarne la brillantezza dei colori, costrizione/castrazione da tenere in conto, ma a conti fatti non potente al punto da inficiarne i meriti artistici.

Straordinario successo al botteghino, fautore di gadget, sequel natalizio e musical teatrali di successo, "La bella e la bestia" fu in assoluto il primo lungometraggio di animazione a essere candidato ai premi Oscar nella categoria di miglior film dell'anno (ma quell'anno la vittoria andò giustamente a "Il silenzio degli innocenti" di Jonathan Demme).
Il film è tratto dalla celebre fiaba settecentesca di Jeanne-Marie Leprince de Beaumont, ma alcune idee sono prese dal poetico adattamento cinematografico del 1946 firmato da Jean Cocteau.
Come sempre l'inventiva Disney si fa sentire nei tradimenti al testo originale soprattutto nella caratterizzazione dei personaggi antropomorfizzati che, anche in questo caso, rubano spesso e volentieri la scena agli stessi protagonisti. Nella fiaba, dunque, non c'è nessun riferimento a servitori trasformati in oggetti animati. Il candelabro/maître Lumière, l'orologio/maggiordomo Tockins, la teiera/capo delle cucine del castello Mrs. Bric e il suo figlio/tazzina Chicco sono personaggi memorabili stupendamente animati e caratterizzati, ognuno portatore di un sano valore morale che va al di là della semplice decorazione alla storia.
Moralità e messaggio che la Disney voleva esporre con estrema chiarezza. I portavoce della grande casa dichiararono ufficialmente che avevano bisogno di scegliere una storia capace di lasciare un insegnamento che potesse suonare come: "nella nostra società orientata all'immagine, l'immagine non è tutto". Per certi versi una critica all'estetica della donna oggetto che cavalcava l'onda di quegli anni ma, presumibilmente, anche una parziale autocritica ad un'estetica che stava sovrastando un'etica di base offuscata in ancora freschi antecedenti disneyani.

Il film è aperto da un riassunto impresso su vetrate artistiche e chiuso da una medesima tipologia di fotogramma, che sembrano racchiudere la storia in un'epoca lontana, splendente di quel forte alone fiabesco proprio della narrazione riprodotta. La giovane Belle è ancorata ad una condizione rassegnata perché da sempre vittima della pochezza della cittadina francese in cui vive da sempre, che ha presumibilmente indotto nella mentalità dell' abitante comune un marchio di inconsapevole ignoranza socio-culturale (impersonificata soprattutto dallo squallido bellimbusto Gaston). I libri, passione della ragazza, tengono a galla il suo spirito da sognatrice.
L'introduzione in un habitat a lei ignoto provoca diffidenza, ma non paura. Non comunque uno spavento maggiore dello stare a contatto con un'umanità in cui non si è mai saputa rispecchiare. L'esplorazione dell'universo fantasioso equivale alla scoperta di un mondo finalmente adulto. L'introduzione di elementi come la rosa incantata (assente nel testo originale) sono una porta attraverso la quale il mistero e il turbamento rappresentano un tappeto di componenti ignoti, necessari per varcare il confine tra adolescenze ed età adulta, inciviltà collettiva e consapevolezza individuale, comunque necessaria per un lucido auspicio associativo.

Questa versione de "La bella e la bestia" è, come altri film Disney, decorata da un ampia scaletta di numeri musicali (non sempre ben assecondati dalla versione italiana). Una musicalità che va oltre i momenti cantati: ma se la lotta tra la bestia e i lupi è riconducibile ad un balletto estremamente fisico, sono indimenticabili gli espliciti omaggi al geniale regista e scenografo statunitense Busby Berkley.
Per il resto, a distanza di 21 anni dalla realizzazione, gli ingredienti - divertimento più commozione = emozione - restano intatti. Se figli o nipotini ne resteranno conquistati possiamo ritenerci soddisfatti e fortunati, ma anche in caso contrario una immersione in un universo che nel 1991 ci vedeva bambini o adolescenti, riuscirà comunque a far rivivere sogni e ricordi dei nostri innocenti anni, per almeno un'ora e mezzo più vicini che mai.