CAST & CREDITS

cast:
Philippe Leroy, Asia Argento, Moran Atias, Adam James, Cristian Solimeno

regia:
Dario Argento

distribuzione:
Medusa Distribuzione

durata:
98'

produzione:
Medusa - Opera Film

sceneggiatura:
Jace Anderson , Dario Argento, Walter Fasano, Adam Gierasch, Simona Simonetti

fotografia:
Frederic Fasano

scenografie:
Francesca Bocca - Valentina Ferroni

montaggio:
Walter Fasano

costumi:
Ludovica Amati

musiche:
Claudio Simonetti

La terza madre | Recensione | Ondacinema

La terza madre

di Dario Argento

horror, Italia (2006)

di Giuseppe Vuolo

Voto: 6.5

Dario Argento torna sulle scene (dopo la proficua esperienza televisiva americana per la serie "Masters Of Horror") con un film folle ed eccessivo, volutamente imperfetto (e impertinente), che restituisce l'immagine di un (ir)reale mondo in stato di irrimediabile decadenza (la seconda caduta di Roma). Il ritrovamento della tunica di Mater Lacrimarum scatena un turbinio inarrestabile di violenza, un collettivo fanatismo di distruzione che conduce alla rovina totale: in tal senso è importante sottolineare i bellissimi titoli di testa che offrono un campionario iconografico di riferimenti simbolici e sacrali (tra i quali spiccano raffigurazioni del diavolo e le immagini di dipinti di Hieronymus Bosch - in particolare, i protagonisti delle opere di quest'ultimo rimandano ai demoni deformi che compiono il primo efferato omicidio) che lasciano presagire a cosa si sta per andare incontro.
Asia Argento (che affianca nuovamente il padre a distanza di circa dieci anni dopo "Il fantasma dell'opera") interpreta un personaggio che dovrebbe rappresentare un certo pragmatismo scientifico, rivelandosi (in realtà) una strega "bianca", la quale deve contrastare la magia nera e il malefico influsso dell'ultima Mater rimasta in vita. Resa confusa dai macabri e bizzarri accadimenti, Asia viene invitata dal prete Udo Kier a osservare dalla finestra il mondo impazzito; non è lei a essere insana di mente.

Come sempre (in ambito argentiano) ci troviamo di fronte a un capovolgimento di mondi (quello di superficie e quello sotterraneo - e per liberare l'uno è necessaria una discesa infernale nell'altro) e al motto primario della poetica del cineasta romano (innescato da Michelangelo Antonioni con il suo "Blow Up" del lontano 1966) espletato per puro vezzo tramite il pretestuoso (presunto) enigma finale: "Quello che si vede non esiste e ciò che non si vede è la verità" (come a dire, naturalmente, che la realtà non è mai ciò che sembra).
Il regista dispiega tutti i mezzi a sua disposizione per realizzare un gioco di rimandi autoreferenziali ad esclusivo uso del suo pubblico (chi non conosce la filmografia di Argento difficilmente accetterà la "passeggiata" di Asia in un fangoso liquame di cadaveri in putrefazione, oppure non potrà gustarsi la simpatica "importanza" del viaggio in taxi), mostrando una sapiente e sfrenata ferocia (inusitata persino per i suoi standard e imparentata solo con i recenti - succitati - prodotti televisivi americani) alternata a momenti fantastici che rendono l'idea di un cinema a sé stante a conduzione familiare (benché l'apparizione, sotto forma di spirito guida, di Daria Nicolodi possa risultare facilmente ridicola).

"La terza madre" conclude la famosa annunciata e per lungo tempo incompiuta trilogia avviata con lo storico dittico "Suspiria-Inferno", ma (fortunatamente) ha ben poco da spartire coi suoi predecessori; non imita e non si avvicina alla loro impostazione espressionista, fatta di luci e colori intensi e di geometrie e architetture perturbanti; non propone segmenti narrativi che calano direttamente in una dimensione onirica (la quale può apparire frammentaria e irrisolta); non offre enigmi da svelare e non presta particolare attenzione per un dettaglio rivelatore. Il legame col passato è offerto dal racconto di Udo Kier ("Suspiria") e dalla figura dell'alchimista Philippe Leroy che possiede una copia del libro "The Three Mothers" ("Inferno"), ma soprattutto da una sorta di story board che narra la storia della tunica maledetta e le cui immagini riportano alla mente un paio di celebri scene dei due film di fine anni Settanta (il cane lupo che sbrana il proprio padrone e i topi che assalgono il vecchio Kazanian).
Il gioco è improntato tutto sull'eccesso e l'autocitazione, ma anche sul rimando a un cinema italiano che è stato e non sarà più (il banchetto dei seguaci di Mater Lacrimarum lascia pensare al cult di Barilli del 1974 "Il profumo della signora in nero"). L'eccesso offre un sarcastico sguardo sulla realtà contemporanea (l'apparente demente ondata di violenza) e (probabilmente) un giudizio critico dell'autore sulla gratuità di tanto stile torture che imperversa nei recenti horror (le immagini di stampo sadomaso proposte nelle catacombe).

Dario Argento torna a graffiare irriverente, si riappropria di un volto ribelle e poco importa che i più vi vedranno una deriva trash. Con questo film travalica gli argini (la mdp che nella scena iniziale scavalca il cancello di un cimitero), proprio come accadde con "Suspiria" e "Inferno" coi quali affrontò l'orrore puro, e sprigiona una liberatoria fragorosa risata finale (ma anche lo sberleffo di un'improvvisa apparizione demoniaca al risveglio della protagonista), consapevole di un talento che (quando vuole) è sempre in grado di stupire senza trucchi e senza inganni (l'ammirevole piano sequenza della durata di cinque minuti e qualche secondo in cui Asia esplora la dimora di Mater Lacrimarum - e inevitabile pensiero che vola a "Profondo Rosso", giusto per ribadire il concetto).