CAST & CREDITS

cast:
Alexander Fehling, André Szymanski, Friederike Becht, Johannes Krisch, Johann von Bülow, Gert Voss, Hansi Jochmann Hansi Jochmann

regia:
Giulio Ricciarelli

distribuzione:
Good Films

durata:
124'

produzione:
Claussen Wöbke Putz Filmproduktion, Naked Eye Filmproduktion

sceneggiatura:
Amelie Syberberg, Elisabeth Bartel, Giulio Ricciarelli

fotografia:
Martin Langer, Roman Osin

scenografie:
Manfred Döring, Janina Jaensch

montaggio:
Andrea Mertens

musiche:
Sebastian Pille, Niki Reiser

Il labirinto del silenzio | Recensione | Ondacinema

Il labirinto del silenzio

di Giulio Ricciarelli

drammatico, Germania (2014)

di Eugenio Radin

Voto: 7.0

"È anzi mia opinione che il male non possa mai essere radicale, ma solo estremo; e che non possegga né una profondità, né una dimensione demoniaca. Può ricoprire il mondo intero e devastarlo, precisamente perché si diffonde come un fungo sulla sua superficie. È una sfida al pensiero, come ho scritto, perché il pensiero vuole andare in fondo, tenta di andare alle radici delle cose, e nel momento che si interessa al male viene frustrato, perché non c'è nulla. Questa è la banalità. Solo il bene ha profondità, e può essere radicale."
(da una lettera di Hannah Arendt a Gershom Scholem)

 

La conoscenza del proprio passato, la ribellione nei confronti del precetto materno ("Che tu non sappia chi sei!") al fine di perseguire l'amara via della conoscenza ("Non posso rinunciare a scoprire la verità.") è ciò che porta Edipo all'autoprivazione della vista e alla cruda consapevolezza che il male di cui va alla ricerca è celato dentro di sé, ovvero nella propria identità storica.
Il nesso con la storia della Germania post-bellica, ignorante riguardo alle atrocità del proprio passato, ma altresì desiderosa di conoscerlo, è sottile ma immediato: riportare i fatti terribili dei lager nazisti al proprio Sé, alla propria Storia, riconoscere nei propri padri amorevoli e nei propri fratelli gli aguzzini del passato fu il doloroso compito del popolo tedesco sul finire degli anni Cinquanta ed è questa la storia che Giulio Ricciarelli porta sul grande schermo nel suo primo lungometraggio.

Se non mancano, nel panorama cinematografico contemporaneo, i racconti degli orrori dell'olocausto, è però una prospettiva nuova quella di inquadrarli non nel loro tempo presente, bensì in una cornice temporale successiva (tra gli anni Cinquanta e gli anni Sessanta), cosicché questi non si presentano come i diretti protagonisti delle vicende, ma come un ricordo rimosso che si fa via via sempre più vivido nella coscienza dei personaggi e che turba gli eventi con la sua oppressiva atrocità.
Il protagonista delle vicende: il giovane procuratore Johann Radmann, è un ingenuo ragazzo dal bell'aspetto che segue l'ideale di una giustizia sempre possibile, così come gli fu insegnato dal padre: un eroico soldato tedesco disperso durante la seconda guerra mondiale.
Rapito dal carisma di Thomas: un combattivo giornalista deciso a far conoscere al mondo gli orrori di Aushwitz, si imbatterà nelle sconvolgenti testimonianze dei detenuti sopravvissuti ai campi di sterminio nazisti e si prometterà di farne processare gli aguzzini.

Ma il labirinto in cui si addentrerà gli rivelerà che (come nella sovracitata tragedia sofoclea) il miasma che ha colpito il popolo tedesco è interno alla sua stessa storia, che il confine tra buoni e cattivi è più che mai sfumato e che risulta impossibile addossare a poche persone le colpe di una nazione.

E su quale sia la colpa di un popolo il film sembra rispondere: l'aver smesso di pensare. "Nessuno di noi ha pensato. Bastava che aprissimo gli occhi" constata ad un certo uno dei colleghi del protagonista. L'aver smesso di interrogare il proprio Sé ha fatto sì che il popolo diventasse una massa senza identità, capace soltanto di eseguire gli ordini, ma non di distinguere, attraverso una propria coscienza morale, il giusto dall'ingiusto.
Come scriveva Hannah Arendt (a cui il film ammicca in più occasioni): "La manifestazione del vento del pensiero non è la conoscenza; è l'attitudine a discernere il bene dal male."
L'essenza tragica dell'opera e il suo plot-twist sono riconducibili a questo: all'impossibilità di un manicheismo che distingua facilmente amici e nemici e alla rivelazione dell'oscuro passato del proprio popolo e addirittura della propria famiglia.

La ricerca di Radmann di un male radicale, di volti colpevoli e di menti malvagie è destinato a fallire: "Mengele non è terribile. Ho in testa la sua foto: l'espressione sembra persino simpatica!". I volti degli ex-nazisti che ci scorrono davanti nella sequenza degli interrogatori sono volti normali di persone comuni. La normalità e la mediocrità dei malvagi è ciò che li rende così terribili, perché li accomuna a noi, ai nostri amici e ai nostri padri e ci rende tutti (qualora smettessimo di pensare) possibili complici, possibili colpevoli, possibili assassini.
Nel suo collocarsi in un tempo successivo ai fatti di Aushwitz il film mette poi in luce un altro facile pericolo: la negazione del ricordo.

Per più di dieci anni i tedeschi vennero tenuti all'oscuro delle realtà dei campi di sterminio, col fine di rimuovere dalla propria storia, col tempo, un periodo scomodo e buio come quello del terzo reich nazista. Ma l'identità di un popolo può essere reale e completa solo quando fa i conti con la propria storia, intesa come comprensiva delle sue antitesi negative: non tanto col fine di un hegeliano cammino verso la verità, ma piuttosto con l'obbiettivo di un cosciente percorso verso la propria contemporaneità, che dai momenti bui del passato ha spesso da imparare.
Per questo (per quanto il compito sia doloroso) il protagonista sente la necessità di conoscere il proprio passato e di mettere fine alle bugie oscurantiste.

A livello formale il film non eccelle. La regia è contenuta e (quasi fin troppo) asciutta. Ricciarelli sacrifica i virtuosismi tecnici ai fini di una maggiore focalizzazione sul contenuto: le performance attoriali non hanno nulla di memorabile, le riprese seguono standard classici, a tratti il ritmo perde dinamicità e il risultato è un'opera che certamente non si impone sulla scena da un punto di vista strettamente filmico. Ma quello che importa al regista non è il confezionare un film mirabolante, che eccella nell'estetica, bensì il comunicare un contenuto allo spettatore. In questo pare ci sia riuscito, e non è poco.