CAST & CREDITS

cast:
Jeanne Moreau, Laine Mägi, Patrick Pineau, Ita Ever, Fabrice Colson

regia:
Ilmar Raag

distribuzione:
Officine UBU

durata:
94'

produzione:
La Parti Productions, TS Productions, Amrion, uFilm

sceneggiatura:
Ilmar Raag, Agnès Feuvre, Lise Macheboeuf

fotografia:
Laurent Brunet

scenografie:
Pascale Consigny

montaggio:
Anne-Laure Guégan

costumi:
Ann Dunsford

musiche:
Dez Mona

A Lady in Paris | Recensione | Ondacinema

A Lady in Paris

di Ilmar Raag

drammatico, Francia/Belgio/Estonia (2012)

di Diego Capuano

Voto: 6.0

Tranne rari casi i grandi e iconici attori dell'epoca d'oro del cinema francese (Nouvelle Vague e oltre) sono nel corso degli anni gradualmente stati assegnati al limbo della memoria. Parzialmente annullati dal presente e consegnati alla simbologia storica. Tra gli attori che si dibattono tra pochi e quasi sempre marginali film contemporanei troviamo la grande Jeanne Moreau, l'eterna Catherine di "Jules e Jim". Felici di ritrovarla sui nostri schermi, anche se lo scarto tra questo film e quelli solitamente trascurati dalla nostra distribuzione perché modesti e poco appetibili, non trova una convincente e attiva misura.
Certo, il piatto doppiaggio aiuta poco, per tacere sulla molesta scelta di tradurre il titolo originale francese "Une Estonienne à Paris" nell'inglese "A Lady in Paris", segno di un provincialismo che ci attanaglia da ormai troppo tempo. Chi è la Lady in Paris? Anne, la donna che lascia l'Estonia per prendersi cura di un'anziana signora? Frida, la problematica donna che dall'Estonia andò via da ragazzina e che adesso necessita di una badante? O entrambe?

La storia del film trae origine dalla vita della madre del regista, cinquantenne badante in cerca di un (nuovo) senso alla propria vita. L'approdo della protagonista Anne, una delle tanti straniere in terra straniera, apre degli interrogativi sulla Parigi contemporanea e su ciò che essa possa significare ad occhi estranei. Curiosamente i punti cardini della città si vedono poco: ci si muove essenzialmente tra la casa della vecchia Frida e il vicino bar dell'ex amante Stèphane. Si scorge alla distanza la Torre Eiffel, ammantata da una luce e una patina che stabiliscono una distanza solo parzialmente sanabile tra i cittadini di diversa provenienza. L'iniziatico viaggio nell'età adulta è concesso, ma il sogno di un domani migliore ha un costo e, soprattutto, dei limiti.
Lo schema del dramma (leggero) è molto semplice: le difficoltà dell'assistente nel farsi accettare dalla burbera signora, che forse non è così rigida come sembra. Avvicinamento, distanza, riconciliazione.

Come è stato fatto notare da più voci, è effettivamente difficile per almeno metà della durata non pensare a "Mar nero" di Federico Bondi, interessante esordio italiano, tra l'altro più secco e problematico di "A Lady in Paris", che troppo spesso si rifugia in risapute annotazioni sulla capricciosa senilità, ingombrante ma da saper prendere con la giusta dose di buon senso.
Moderatamente superata la distanza iniziale tra Anne e Frida, nella seconda parte Ilmar Raag cerca approfondimenti psicologici che girano intorno ai temi della vecchiaia, della morte, dell'amore, della vita tout-court. Anche quando si concentra sulle figure di Anne e Stèphane, la Frida della Moreau fa da collante alla percezioni e sentimenti emersi da chi gli sta attorno. Pur restando in superficie, emergono i (mascherati) rimpianti di gioventù, quelli di una filosofia libertina divisa tra gioie e delusioni, una inconsapevole o dimenticata scelta di rinnegare le proprie origini. Le conseguenze restano amarognole e il finale a suo modo spiazzante ha dei motivi di interesse.
Difficile voler male ad un film onesto e affettuoso, anche se la regia accompagna regolare e senza graffi, con schematismi (pause e silenzi compresi) corretti solo dalla presenza scenica della Moreau.