CAST & CREDITS

cast:
Aamir Khan, Gracy Singh,, Rachel Shelley, Paul Blackthorne, Ballu Saluja

regia:
Ashutosh Gowariker

distribuzione:
Keyfilm

durata:
224'

produzione:
Aamir Khan Productions

sceneggiatura:
Ashutosh Gowariker, Sanjay Dayma, Kumar Dave

fotografia:
Anil Mehta

Lagaan | Recensione | Ondacinema

Lagaan

di Ashutosh Gowariker

drammatico / musicale / romantico / sport, India (2001)

di Stefano Selleri

Voto: 7.0

Match contro Vittoria (e i suoi soldati) nel cuore dell'Impero britannico: un manipolo di disperati si oppone alla tirannia dell'invasore... con il cricket. La giustificata ostilità nei confronti degli inglesi (un branco di fannulloni da operetta, ma provvisti di una cattiveria clamorosa e non solo potenziale) fa superare i pregiudizi di casta e le rivalità tradizionali e personali (un risultato che gli europei non riescono a ottenere, e per questo perderanno tasse e terre), il principio dell'autodeterminazione dei popoli si fa strada fra un fuoricampo e l'altro, e i colonizzatori sono infine costretti a filarsela all'inglese.

Superficiale, prevedibile, improbabile, sontuoso, spassoso, travolgente: Lagaan ha molti pregi e non pochi difetti del grande cinema indiano che in Europa continua a essere meno visibile delle produzioni d'autore (che pure spesso tengono conto degli stilemi bollywoodiani, vedi Monsoon Wedding di Mira Nair). Cinema commerciale, è vero, ma realizzato con professionalità impeccabile e portatore di un incanto che le produzioni occidentali sembrano avere smarrito da almeno trent'anni, per tacere dei film "commerciali" italiani, asserviti alla meschinità televisiva.

In "Lagaan", invece, tutto è grande, anzi fuori misura: durata ciclopica, una ventina di personaggi di primo piano e uno stuolo infinito di comprimari e comparse, canzoni e balletti di complessità inaudita (almeno per i nostri standard), nessuna incertezza nel mescolare storia e favola, dramma e commedia brillante, musical e action, amore e sport (con tanto di passione interculturale, convenientemente troncata in boccio), uno stile di ripresa che concilia abbaglianti piani sequenza e montaggio irrefrenabile, primissimi piani carichi di tensioni di varia natura e campi lunghissimi magniloquenti e terribili.

Gowariker esalta le magnifiche coreografie (in senso lato) e le faraoniche scenografie (naturali e non), dimostra buone idee visive (il prologo) e concede alle star lo spazio per rifulgere (senza diventare il loro cameriere personale): Aamir Khan ha carisma ed espressività (quanti divi occidentali possono dire altrettanto? e quanti sanno cantare e ballare a livello professionistico?), le rivali Gracy Singh e Rachel Shelley sono un balsamo per lo spirito (grande scontro di guardaroba, i sari fulgidi della prima contro i completi bianchissimi dell'altra), Paul Blackthorne disegna un villain capriccioso come un dandy (o un direttore naturale del personale).

Certo, qualche taglio (specie nell'ultima parte, dedicata alle astruse regole del cricket) avrebbe giovato, l'umorismo è abbastanza rozzo, le inverosimiglianze (con la miseria che le opprime, come fanno le signore a cambiare toilette a ogni scena?) non aiutano ad abbandonarsi al flusso della narrazione, ma una sequenza come quella conclusiva, o un balletto notturno carico di erotismo (la danza circolare), invita a trascurare gran parte delle riserve.
Che cosa avranno fumato i curatori del doppiaggio prima di occuparsi del film? La versione italiana fa piazza pulita del bilinguismo, confonde con troppa disinvoltura i diversi piani espressivi (un crimine, vista l'importanza del linguaggio nei rapporti fra i personaggi), modifica arbitrariamente (sospettiamo) gli interventi del narratore, non inserisce la traduzione dei testi delle canzoni (tanto per stimolare l'attenzione di chi guarda). Insomma, un eccellente spot in favore dei sottotitoli (regolarmente presenti, come indicano i titoli di coda, nell'edizione originale).

(in collaborazione con Gli Spietati)